Autore: 
Simone Berti

Dott.ssa Penzo potrebbe descriverci brevemente la figura del logopedista?
Comunicare con i propri simili attraverso un sistema di simboli è la caratteristica più tipica della specie umana. Per questo la mancata acquisizione del linguaggio, un suo arresto di sviluppo, l’alterazione o la perdita di questa capacità è per l’individuo una menomazione grave per le ripercussioni che ha sul piano esistenziale, sociale e culturale. La logopedia è la disciplina che si occupa della patologia del linguaggio allo scopo di aiutare i soggetti logopatici ad affrontare le loro difficoltà, il logopedista ha il compito di rieducare i disturbi della sfera linguistica utilizzando le metodiche e gli accorgimenti più adatti per ciascun caso tenendo conto sia del quadro clinico, sia della problematica che sottende o consegue ai disturbi.

Quali sono i disturbi ai quali si indirizza il suo intervento?
Il linguaggio permea la vita dell’uomo, è condizione imprescindibile nei rapporti umani; esso non è solo espressione verbale, ma anche comprensione, pensiero, messaggio scritto, lettura; quindi il logopedista è chiamato ad intervenire dal semplice disturbo del linguaggio ai quadri più complessi legati a patologie di origine organica, ai disturbi cognitivi, ai disturbi legati agli apprendimenti (dislessia, disortografia, discalculia), dalle sindromi genetiche (sindrome di Down e di Williams) al disturbo pervasivo di sviluppo (autismo) per quanto concerne l’età evolutiva.

Come si arriva in genere a rivolgersi al logopedista? Chi indirizza la famiglia e il bambino verso l’intervento logopedico?
La richiesta di valutazione logopedica parte soprattutto dalle insegnanti che invitano i genitori a rivolgersi ai Presidi Distrettuali competenti per territorio di residenza, oppure dai pediatri di libera scelta o dai genitori stessi. Competente per la presa in carico è il Modulo Operativo Multidisciplinare per la Salute Mentale Infanzia ed Adolescenza (MOMSMIA) presente nel territorio di residenza che si avvale delle competenze mediche, professionali e sociali presenti nel Distretto. La presa in carico è dunque multidisciplinare e prevede un lavoro in equipe tra il Neuropsichiatra infantile che è il “care case“, cioè il responsabile del caso, il logopedista ed altre figure specialistiche coinvolte anche se la responsabilità è condivisa, ognuna per la propria professionalità.

Come si struttura un intervento logopedico?
La fase diagnostica è costituita da un colloquio clinico con la famiglia per la raccolta dei dati sulla storia del bambino (anamnesi, vissuto, ambiente, stato attuale della comunicazione, attività giornaliere e tutte quelle notizie naturalmente utili per una prima conoscenza del soggetto) e dalla valutazione neurologica e psicopatologica effettuate dal neuropsichiatria infantile, seguita da sedute di valutazione funzionale in cui il logopedista si avvale di prove sia di tipo cognitivo che specifiche standardizzate, relative al problema emergente, da cui si ricavano dati quantitativi, e di momenti di osservazione del comportamento, in un contesto ludico e motivante, in cui possono essere osservate le modalità con cui il bambino si pone in relazione con l’ambiente e con l’estraneo e quelle di separazione dalle figure genitoriali; è possibile inoltre evidenziare il grado di autonomia raggiunto e il livello di autostima, la capacità di mantenere l’attenzione e le modalità di comunicazione. La valutazione è dunque un momento fondamentale dell’azione riabilitativa che consente di individuare non solo cosa abilitare, ma, anche, mediante quali obiettivi a breve e medio termine. E’ molto importante considerare attentamente i risultati che emergono durante le varie fasi della valutazione, confrontare i diversi parametri, i dati di tipo quantitativo e quelli di tipo qualitativo, per definire il profilo del bambino e orientarci a livello diagnostico per poi giungere alla formulazione di un progetto terapeutico, da condividere con i genitori, che tenga conto dei problemi e delle esigenze del bambino;

Quali sono e come avvengono nella sua esperienza le interazioni con le altre figure educative (genitori, maestre, sostegno)?
I rapporti del logopedista con la famiglia sono di continuo interscambio sia rassicuranti sulle potenzialità del bambino,
per condividere ansie di una genitorialità a volte difficile e riflettere sulla individuazione di modalità di intervento adeguate, aiutandoli a prevenire comportamenti problematici che possono verificarsi o a ridefinire i ruoli all’interno delle relazioni familiari, che per promuovere, laddove ciò sia possibile e senza sovrapposizione dei ruoli, una continuità del lavoro terapeutico svolto in ambulatorio. E’ fondamentale il coinvolgimento anche della scuola per completare la rete di supporto del bambino con difficoltà aiutando le insegnanti a progettare un lavoro individualizzato che permetta al bambino di condividere il lavoro scolastico con fiducia in se stesso, avviarlo all’acquisizione dell’autonomia e favorire l’integrazione con i compagni . Gli incontri con la scuola si verificano per tutte le situazioni in carico siano esse certificate o no.

Nella sua esperienza per quanto tempo mediamente il logopedista segue un bambino con difficoltà? Fino a che età si protrae il suo intervento?
L’obiettivo fondamentale del trattamento è quello di aiutare il bambino nel raggiungimento del suo massimo potenziale di
sviluppo e giungere ad un apprendimento stabile e generalizzabile. L’intervento si basa sul progetto terapeutico scaturito dalla valutazione funzionale che ha definito il problema emergente, i punti di forza e di debolezza per il raggiungimento degli obiettivi fissati nel progetto e da verificare periodicamente attraverso le prove standardizzate e i riscontri con la famiglia e la scuola.
Il bambino viene seguito in terapia fino ai primi due massimo tre anni dall’inizio della scuola elementare con interruzioni temporanee, per poi monitorare, se necessario, mediante controlli in ambulatorio e incontri con gli insegnanti; in seguito occorrerà cercare soluzioni alternative per ovviare alle difficoltà.

Nella sua esperienza quali sono le problematiche più frequenti nei bambini adottati?
Ci possono essere difetti specifici del linguaggio, ma nella mia esperienza sono più rilevanti le difficoltà di comportamento e gli aspetti cognitivi. Per questi bambini c’è spesso una difficoltà a sopportare ulteriori frustrazioni e il timore di non riuscire a soddisfare le aspettative degli adulti che stanno loro intorno e l’immagine di sé che hanno è spesso un’immagine scadente. Spesso c’è la tendenza a rifugiarsi subito dietro a un “non mi riesce”, “non lo so fare” e in questo modo rinunciano a spiegarsi. Manca loro l’esperienza, le conoscenze di base, sono mancate le stimolazioni e le motivazioni. Occorre lavorare su tutti questi aspetti e non lasciarli pensare di doversi affermare soltanto attraverso la prepotenza o viceversa ritirandosi completamente, nella passività, nell’evitamento (elusione?), dicendo sempre sì. Per questo un tratto decisivo nella mia esperienza riguarda le ansie e le aspettative delle famiglie che li accolgono. Per quanto riguarda i problemi specifici di linguaggio spesso alcuni problemi sono già presenti nella lingua d’origine, alcuni problemi nascono invece dall’adattamento alla nuova lingua. La nostra lingua è una lingua complessa e molto articolata e quindi spesso all’inizio domina l’uso del verbo all’infinito, si ha soltanto la parola-frase, la parola che dovrebbe significare tutto il loro pensiero. Inoltre bisogna tener presente che la difficoltà non riguarda soltanto parlare la nuova lingua ma anche pensarla.

L’età del bambino a suo avviso è un punto critico? Viene indicata un’età minima e un’età massima perché l’intervento del logopedista possa essere efficace?
Non v’è dubbio che l’età sia una componente importante per una prognosi più favorevole ma non assoluta in quanto anche sotto questo aspetto sono molte le variabili che concorrono alla risoluzione della difficoltà.

Dottoressa, fino a che punto il bambino risolve i suoi problemi e quali sono gli aspetti che possono non trovare una risoluzione?
Dobbiamo sempre partire da dove partono i bambini per misurare il progresso fatto. E’ difficile dire che arriveranno ad una risoluzione completa. Finché li seguiamo è possibile avere una traccia del loro miglioramento ma a meno che non si tratti di bambini certificati che proseguono il loro cammino con programmi differenziati, per lo più gli altri li perdiamo necessariamente di vista perché ad un certo punto il nostro lavoro viene sospeso e potranno continuare a procedere con le loro gambe. In generale per tutti i bambini è importante anche la mappa cognitiva che hanno in dotazione, la capacità di memorizzazione, di concentrazione, quello che può indicarci anche un test di misurazione del Q.I. Un ragazzino che ha difficoltà a livello cognitivo o neuropsicologico potrebbe sensibilmente migliorare . Vi sono molte possibilità di sopperire in altro modo alle difficoltà, attuando strategie di compensazione che otterranno attraverso vie alternative la stessa capacità di affrontare la realtà e dare le risposte che l’ambiente circostante gli richiede. Altre volte ci sono problematiche che non possono essere ridotte all’aspetto sintomatico del linguaggio e che occorre affrontare con una prospettiva più vasta che rimandano anche alla figura del neuropsichiatria infantile. Se parliamo del bambino adottato spesso dipende anche dalla sua personalità e da come si sente sostenuto dall’accoglienza ricevuta nella nuova famiglia. A volte un’educazione psicomotoria può facilitare alcuni aspetti egati a difetti fisici o riconducibili a ciò che chiamiamo “goffaggine” o a una sorta di iperattività. In generale pianificare le cose attraverso l’abitudine e l’esercizio può aiutare ed entrare a far parte della vita e della persona del bambino. L’introduzione di regole è un passaggio fondamentale, ma è un lavoro che deve essere mantenuto e proseguito nella famiglia. La famiglia deve avere assoluta consapevolezza di questo. Le regole sono un aspetto nodale per la vita del bambino.

Grazie dottoressa per il suo lavoro e per la sua disponibilità
 

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Giugno 21, 2007

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