Autore: 
Daniela Lupo, mamma e insegnante

Quando arrivammo a casa finalmente, il 23 luglio del 2010, era sera.

Sasha durante il volo da Mosca a Roma aveva dormito profondamente e aveva continuato poi nel volo successivo fino a Palermo.
Quanto noi eravamo esausti del viaggio e dei giorni trascorsi a Mosca, per via del caldo asfissiante e del lungo, infinito tempo a produrre documenti e a convivere forzatamente in un albergo, lussuoso negli arredi ma orribilmente freddo, con un bambino, nostro figlio, che rifiutava cibo e sonno, mostrandoci così tutto il suo disagio, tanto lui quella sera era carico, vivace, certo anche molto confuso. 

Si muoveva a scatti, avanti e indietro all’interno di una casa dove tutto era nuovo, differente rispetto ai luoghi che già conosceva. Si muoveva eccitato e scopriva un mondo che non c’era nella sua testa, ben oltre la sua immaginazione, nuovi spazi e nuove geometrie.
 

Noi abitavamo e abitiamo in una casa che dà su un piccolo giardinetto e che è servita per tutta la lunghezza da un balcone. Sasha non ne aveva mai visto uno (e come avrebbe potuto!) e un grande stupore si stampò nei suoi occhi aprendo la porta finestra del soggiorno.

Che scoperta!
Un balcone, uno spazio sospeso fra dentro e fuori, che sarebbe stato percorso mille volte poi, con scarpe e a piedi nudi, con tricicli e palloni, all’inseguimento di bolle di sapone capricciose e di gatti sornioni e diffidenti.
 

Da sempre mi emozionano le sue scoperte, le sue prime volte.
I primi tempi parlava poco, quasi vergognandosi di avere in mente e sulla lingua parole che ci sarebbero risultate incomprensibili. Qualcosa diceva, ma veramente poco, con il suo russo di bambino, appreso forse da qualcuno poco più grande di lui o da adulti di passaggio che pure erano stati presenti nelle sue giornate, presenze fugaci avevano pure avuto un ruolo, un momento nella sua crescita e nei suoi anni, se non altro nell’insegnargli i nomi delle cose.
 

Parole smozzicate che noi però comprendevamo bene perché erano accompagnate da occhi espressivi, contornate da mani che si agitavano e seguite da sorrisi o smorfie o crucci.
Comprendersi non è necessariamente “capirsi” e certe volte la lingua, seppur strumento sofisticato ed efficace, può non essere così indispensabile.
 

Poi a un certo punto niente, nessuna parola, solo gesti. Sasha dopo un mese dal nostro essere diventati famiglia, smette di parlare o, per meglio dire, si guarda intorno, punta gli oggetti e chiede “cos’è?”, noi rispondiamo dando un nome al mondo circostante. Lo fa spesso e noi ci preoccupiamo, non capiamo. Sembra confuso, lento, come se fosse entrato in una specie di stand-by. 
 

Credo che questo sia durato una decina di giorni fin quando i cassetti si sono riempiti, i file salvati ed è esploso un italiano fluente, ricco per un bambino di 3 anni e mezzo. Le parole italiane non erano più estranee, erano ormai dentro di lui, le aveva assimilate, digerite e ora le utilizzava con maestria. Pronunciava frasi, pensieri, articolava discorsi, poneva domande complesse.
 

Aveva imparato un’altra lingua e ancora mi chiedo se fra tutti quei file salvati abbia potuto in fondo in fondo conservarne alcuni, cari e preziosi, dove il mondo si divide ancora in bol'shoy e malen'kiy, in cielo ci sono i polet, se fai il monello ti rimproverano dicendoti prekrati e poiché sei gentile rispondi spesso alle persone spasiba.
 

Non lo so, ma ci spero, spero tanto che il mondo nuovo non abbia del tutto sostituito e cancellato quel mondo che in te era già formato, con le sue parole e le sue idee, e che questo possa affiorare e farsi strada in armoniosa fusione nell’uomo che stai diventando, figlio mio.

 


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Data di pubblicazione: 
Lunedì, Settembre 25, 2023

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