Prendendo spunto da alcuni laboratori tenutisi nel corso della nostra assemblea nazionale, Lisa Trasforini, la psicoterapeuta che ne ha coordinato i lavori, ci conduce in una riflessione approfondita sul tema dell’incertezza.
Il percorso adottivo è intriso di attesa, speranza e, innegabilmente, di una compagna costante: l’incertezza. Non è un’ospite indesiderata, ma una parte intrinseca di ogni viaggio significativo, e l’adozione, con le sue molteplici sfumature, ne è un esempio lampante. Dal momento in cui si accarezza l’idea di accogliere un figlio per vie non biologiche, fino alla quotidianità di una famiglia che cresce, l’incertezza si manifesta in mille modi. Può essere l’attesa snervante di una telefonata, il confrontarsi con un passato sconosciuto o il navigare le sfide di un legame che si costruisce giorno dopo giorno. Ma cosa succederebbe se smettessimo di vederla come un ostacolo e iniziassimo a considerarla una vera e propria bussola?
Il laboratorio di gruppo, “Navigare l’incertezza”, che si è tenuto durante l’assemblea nazionale ad Aprile, ha provato ad offrire uno spazio protetto e accogliente per esplorare questa dimensione. L’obiettivo non era eliminarla, ma imparare a riconoscerla, ad accoglierla e a percepirla come un elemento che può arricchire l’esperienza. In una condivisione basata su fiducia e ascolto i partecipanti hanno avuto l’opportunità di “sentirsi incerti” senza giudizio, con un approccio morbido e profondamente umano.
L’esperienza dell’inatteso: lasciarsi guidare, incontrare il nuovo
Il laboratorio ha dato il via a un’esperienza pratica e coinvolgente: chiudere gli occhi e affidarsi completamente alla mano di un’altra persona che guida nello spazio. Un minuto e mezzo di pura fiducia, dove ogni movimento è inaspettato, ogni passo è un atto di abbandono. Le emozioni affiorano: la dipendenza, la sorpresa, talvolta un leggero disorientamento. È un piccolo specchio di come ci si sente quando si sperimenta l’accoglienza di un figlio, quando ci si affida a processi che non si controllano pienamente. Al termine, la condivisione di ciò che si è provato, sia nel guidare che nel lasciarsi guidare.
Ma è stato il secondo round a spiazzare davvero: le persone con gli occhi chiusi sono rimaste tali, ma la mano che le teneva è stata inaspettatamente lasciata. E subito dopo è stata sostituita dalla mano di un’altra persona del gruppo. Il tutto sempre a occhi chiusi perché la mano risultasse completamente sconosciuta. Un cambio repentino, un ulteriore balzo nel buio. Questo passaggio ha toccato un nervo scoperto: il cambiamento imprevisto nel percorso adottivo, l’arrivo di nuove figure, di situazioni non anticipate. L’apertura degli occhi, al termine dell’attività, ha rivelato il volto del “nuovo” accompagnatore, in un incontro di sguardi che ha sigillato un’esperienza profondamente emotiva e condivisa. Questo esercizio ha mostrato come, anche nell’ignoto, possano nascere nuove connessioni e un senso di sorprendente solidarietà. La successiva “presentazione reciproca” e il gioco di “presentarsi come l’altro” hanno rafforzato l’idea che la vulnerabilità condivisa possa generare legami autentici.
Il contenitore dell’incertezza: dare spazio alle proprie emozioni
La parte centrale del laboratorio ha invitato i partecipanti a un viaggio interiore: “Il mio contenitore dell’incertezza”. Ogni genitore ha avuto a disposizione una scatola, un simbolo tangibile per accogliere e dare forma alle proprie incertezze. L’indicazione era chiara: non pensare razionalmente, ma “sentire” le incertezze, percepirle e rappresentarle con materiali, immagini, parole, senza regole precise. Era un invito a lasciarsi andare, a concedersi il lusso di non avere un obiettivo prestabilito, ma di esplorare le proprie sensazioni più profonde.
Con gli occhi chiusi, guidati dalla voce del conduttore, i partecipanti hanno visualizzato le proprie incertezze nelle diverse sfere della vita: come individui, come coppia, come genitori adottivi. Non si trattava di analizzare, ma di far affiorare immagini, pensieri inattesi, stupendosi magari di ciò che emergeva. Come sarebbe stato questo contenitore? Uno scrigno prezioso? Una cassettina delle “magagne”? O un luogo ordinatissimo, forse persino ermetico? L’essenziale era creare uno spazio che risuonasse con il proprio sentire, un luogo dove le incertezze potessero essere non nascoste, ma semplicemente custodite. La possibilità di personalizzare la propria scatola, scegliendo colori, immagini, oggetti, ha trasformato l’attività in un atto di cura di sé, un modo per dare dignità e legittimità a quelle emozioni spesso relegate in secondo piano. L’incertezza come una spinta al cambiamento, un terreno fertile che può portare a risultati inaspettati, proprio come la genitorialità adottiva stessa.
Dall’individuale al collettivo: la forza della condivisione
Dopo il momento intimo della creazione, la condivisione ha trasformato l’esperienza individuale in uno scambio collettivo. Ogni genitore ha avuto l’occasione di raccontare la propria scatola, le incertezze che vi aveva riposto, e le emozioni provate durante il processo e poi la creazione di un’opera condivisa: l’assemblaggio di tutte le scatole. Questo atto simbolico ha permesso di trasformare le incertezze individuali in qualcosa di solido, unito, una rappresentazione visibile del gruppo che aveva navigato insieme quelle acque. Un’opera collettiva che ha dimostrato come, messe insieme, le incertezze possano diventare un punto di forza, un elemento che unisce e crea una base più solida. Dare un titolo a questa creazione finale ha cementato il significato del percorso, trasformando l’ignoto in un’opportunità di crescita e connessione, per quanto anche dura e difficile.
L’incertezza: un dono da accogliere
Il percorso dell’adozione chiama i genitori costantemente a confrontarsi con l’incertezza. È presente nella storia del bambino, nella sua unicità, nelle sfide che la costruzione di una nuova famiglia porta con sé. Ma, come ha provato a suggerire questo laboratorio, l’incertezza non deve essere temuta ma divenire una compagna di viaggio. Nel percorso adottivo, l’incertezza può assumere molteplici forme: l’attesa del primo incontro, le sfide dell’inserimento in famiglia, le domande sul passato del bambino, le paure sul futuro. Ma proprio in questi spazi di non-conoscenza risiede una grande opportunità.
Accogliere l’incertezza significa aprirsi alla possibilità, al cambiamento, alla crescita. Significa imparare a fidarsi, non solo degli altri, ma anche di se stessi e della propria capacità di adattarsi e di amare. Il “contenitore dell’incertezza” diventa uno spazio metaforico dove riporre le proprie paure, i dubbi, ma anche le speranze e le intuizioni. Un luogo non per nasconderle, ma per contenerle, per osservarle, per dar loro una forma e, infine, per integrarle nella propria esperienza. Non si tratta di avere tutte le risposte, ma di imparare a stare nel “non sapere”, con gentilezza verso se stessi e verso il proprio bambino.
L’adozione è un atto d’amore che fiorisce nell’ignoto. E, in questo viaggio, l’incertezza non è un limite, ma la fertile terra su cui costruire legami indissolubili, dove ogni passo incerto può diventare la scoperta di una nuova, preziosa certezza. Pronti a navigare ben equipaggiati?

Autore
Lisa Trasforini, psicoterapeuta e psicologa
La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell’adozione.
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