Per comprendere un fenomeno si deve partire sempre dai dati. Quindi partiamo da quelli.

(Fonti: CAI, Quaderni della Ricerca Sociale 65 – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Vita.it, Istituto degli Innocenti)

Abbiamo solo dati su Adozione Internazionale (AI) perché su Adozione Nazionale (AN) non ci sono.

Richieste d’ingresso

2015: 1819 – 2019: 969 – 2024: 536

2022:

Richieste idoneità AI: 2144 – Decreti Idoneità AI 1462 – Ingressi in Italia 527

Età media

2019: 5,9 anni – 2024 : 7 anni

Special Needs

2019:

Su 1205 adozioni 774 sono Special Needs cioè il 64,2 % di cui:

– 37,2% Minori di età maggiore di sette anni

– 4% Minori con traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale

– 26% Minori con fratelli e di età maggiore di sette anni

– 30% Minori con fratelli e/o sorelle

– 2,1% Minori con traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale e con età >7 anni

– 0,5% Minori con traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale, con fratelli e con

età > 7a

Se raggruppiamo i bisogni sanitari, in quanto sono stati messi insieme ad altre caratteristiche, sono comunque il 6,7%.

2024:

Su 691 adozioni 465 sono Special Needs cioè 67% di cui:

– 45% per età >7 anni

– 12% di bambini >7 anni con traumi e disturbi mentali.

– 8% altre combinazioni

– 26% disabilità fisiche.

– 9 % fratria estesa

Attesa AI (parliamo sempre di medie)

2019: dalla domanda all’ingresso in Italia 45,2 mesi (di cui 27,2 dal conferimenti incarico)

2024: dalla domanda all’ingresso in Italia 53 mesi (di cui 31,2 dal conferimento incarico – da 14,1 Ungheria ai 45,8 Bulgaria dal conferimento incarico all’abbinamento – che diventano 24 mesi se Special Needs).

Linea del tempo (indicativa): 12 mesi per idoneità, 10 mesi per conferimento incarico, 26 mesi per abbinamento, 5 mesi per autorizzazione ingresso. 

Richieste adozione single (da marzo 2025 a gennaio 2026) 24 tribunali su 29

195 richieste e 12 idoneità

Napoli: su 34 richieste 3 uomini

Lecce: su 8 richieste 2 uomini

5 rinunce (1 Trieste e 4 a Milano)

Domande: 34 Napoli, 31 Roma, 30 Milano

Idoneità: 9 a Napoli a donne tra i 40 e i 58 anni di cui due conviventi. 2 a Firenze e 1 a Lecce

Su 69 Paesi analizzati dalla CAI solo in 7 è vietato e in 12 è realisticamente possibile (cioè in cui ci sono state almeno 10 adozioni negli ultimi 3 anni): Filippine, India, Thailandia, Vietnam, Brasile, Colombia, Perù, Burundi,  (Repubblica del) Congo Brazaville, Sierra Leone, Bulgaria e Ungheria.

In generale ci sono comunque ulteriori restrizioni (in India un uomo non può adottare femmine, in Nigeria può adottare ma solo dello stesso sesso, in Polonia è possibile ma i single sono considerati dopo le coppie). Negli altri paesi in cui è legalmente possibile adottare sono paesi “sospesi” o con meno di 10 AI negli ultimi 3 anni.

Le adozioni aperte in Italia (escludendo quelle per casi particolari Art. 44) e includendo solo quelle con la rescissione del legame giuridico e il mantenimento di alcuni rapporti/affetti con la famiglia d’origine non sappiamo quante siano (in realtà nemmeno quelle ex art. 44).

Non ci sono dati precisi, ma si stima molto approssimativamente (dato ricavato da deduzioni per nulla reali) siano sotto il 10% su scala nazionale. Ma in realtà non lo sappiamo davvero.

Questi dati ci dicono che l’adozione sta cambiando: numeri, contenuto, forma, tempi.

In qualsiasi caso, pensavo che numeri e percentuali potessero aiutare a capire come affrontare il cambiamento. Che potessero aiutare a dare una direzione, un senso. Ma non è così! Occorrono mappe diverse, una comprensione, una lettura diversa.

Da profano, ho provato a cercare altrove una nuova mappa per capire il cambiamento.

Ho ritrovato nel retro-cranio della mia memoria questo passo della Divina Commedia di Dante:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita

La strada che stavo percorrendo non c’è più.

I punti di riferimento non esistono più.

Al di là della metafora del peccato e della redenzione, stiamo parlando dello smarrimento, della perdita dell’identità: siamo di fronte ad una crisi del Sé. Del “chi sono”.

Dante prova a risalire ed incontra una lonza, un leone e una lupa che gli impediscono il cammino:

“A te convien tenere altro vïaggio”,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio”

A quel punto il poeta Virgilio dice una cosa paradossale: per uscire dalla selva non devi evitarla, non devi uscire percorrendo la strada a ritroso, ma devi attraversarla tutta.

Il luogo che non conosciamo è il luogo in cui ci perdiamo, in cui perdiamo noi stessi, i nostri progetti, l’idea di noi e della nostra famiglia.

Ma è il luogo però in cui inizia il cambiamento.

Questo mi fa tornare a pensare alla parola desiderio e la sua etimologia: la parola desiderio deriva a sua volta da desiderare, è composto da de– (prefisso privativo o intensivo) e sidus, sideris, che significa “astro” o “stella”. Mancanza del conosciuto.

Senza stelle gli aruspici non potevano osservarle per trarne i presagi.

Bisogna seguire strade che non si conoscono.

La vostra storia adottiva parte da un desiderio che ha smarrito la via.

Il desiderio si contrappone alla considerazione – cum-sidera- : vedere le stelle, metafora del percorrere strade conosciute, quelle che pensavamo ma ora non ci sono più.

Anche noi abbiamo spesso adottato dentro mille difficoltà e a volte dentro mille difficoltà stiamo costruendo o abbiamo costruito storie di adozione. Sono storie nuove: di nuove affiliazioni e nuove genitorialità, strade non conosciute, che non conoscevamo prima.

Perché siamo dentro questa storia? Perché abbiamo deciso di stare dentro la fatica, come a volte dentro i dolori e per fortuna talvolta dentro le gioie?

Perché abbiamo deciso di attraversare questa strada quando la “diritta via era smarrita”.

Quando non conoscevamo la strada, quando tutto era diverso da come lo avevamo immaginato.

Come quando un figlio non arrivava. O quando un figlio è arrivato, ma era diverso da quello che avevamo all’inizio immaginato.

Ma il nostro cambiamento non è stato radicale e veloce.

Così il cambiamento dell’adozione non è stato e non è mai un cambiamento radicale e veloce.

È sempre stato un lento cambiamento.

Ma soprattutto non c’è stato un momento improvviso, preciso in cui tutto è cambiato.

Siamo dentro al paradosso della nave di Teseo.

Plutarco narra che la nave su cui viaggiò l’eroe greco Teseo venne conservata e pian piano i pezzi che si deterioravano venivano sostituiti, fino a che non restò più nulla della nave originaria. Una tavola alla volta. Ma è ancora la nave di Teseo?

Il cambiamento è trasformazione. Non è necessariamente negazione di quello che siamo stati, ma essere gli stessi in modo diverso.

Prendo un altro spunto da Le Metamorfosi di Ovidio.

La ninfa Dafne chiede aiuto al padre per sfuggire ad Apollo vittima di Cupido che lo colpì con una freccia per farlo innamorare di lei dopo che lo aveva schernito e lui la trasforma in una pianta di alloro.

Dafne non è più la persona di prima, ma la persona di prima non è nemmeno scomparsa.

Si è trasformata in qualcos’altro ma è sempre lei.

Oggi stiamo parlando di identità. Della nostra identità, quella che negli anni abbiamo cambiato, maturato, fatto crescere:

– il mondo è cambiato

– le istituzioni sono cambiate

– noi stessi siamo cambiati

– l’associazione è cambiata da quel di Monza… (nella sede di Monza ci sono appesi gli articoli di giornale che parlano di Antonio Fatigati e i cartelloni dei primi incontri tra i cui nomi spunta quello di Michele Augurio, storico operatore. Oggi qui tra noi, insieme a Lidia Frattallone ci sono Anna Guerrieri e Chiara Valleggi. Manca solo Valentina Stangherlin: non so e non voglio contare quanti anni di storia di Associazione racchiudano quei cartelloni. 

Ma siamo davvero ancora noi pur essendo qualcosa di diverso?

Possiamo anche vederla in un altro modo: quando si parla di cambiamento si può parlare anche di nuovo apprendimento.

Esiste un modello pedagogico-psicologico utilizzato talvolta anche nella tradizione tibetana che spiega come accettare il cambiamento (e anche il disagio).

È il modello dei tre cerchi concentrici: Zona Comfort – al centro – una Zona Apprendimento intorno e una Zona di Pericolo alla periferia.

Cioè? Uscire dal conosciuto per apprendere… ma non troppo perché può essere pericoloso.

In sintesi?

Alcuni cambiamenti non sono temporanei ma sono nuove realtà.

Sono metamorfosi … a volte lente.

Si diventa qualcosa di diverso pur rimanendo la stessa cosa. Scopriamo qualcosa di diverso di noi. 

Questo lo sappiamo bene, perché lo sperimentiamo ogni giorno dentro le nostre famiglie.

Ogni giorno scopriamo qualcosa di diverso di noi stessi.

Ma perché si cambia? Il cambiamento avviene per diverse ragioni: per necessità, per paura, per amore, per errore, per scelta…e per mille altri motivi.

Ma prima di tutto il cambiamento avviene, avviene e basta!

Tutto scorre. Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Le nostre cellule muoiono e rinascono ogni giorno. Forse allora accettare il cambiamento significa scegliere cosa diventare di fronte ad esso.

Come orientare le vele della nave di fronte ai nuovi venti.

O per dirla alla Dante: quale strada percorrere per uscire dalla “selva oscura”.

Ma ritorniamo alle parole, alle nostre parole, quelle a cui siamo abituati.

Noi parliamo spesso di famiglie adottive. E fino ad oggi ci siamo rivolti a loro. GenitoriI si diventa, non GenitorE si diventa. Al plurale mettendo al centro la coppia. Perché è sempre stato così.

Smettiamo per un attimo di parlare di famiglia, ma iniziamo a concentrarci sulle capacità genitoriali che riguardano l’essere genitorE e non solo la “coppia” di genitorI.

Così genitorI può diventare la somma di ogni singolo genitorE.

Proviamo ad uscire da schemi a cui siamo abituati. Cerchiamo di uscire dai nostri pregiudizi.

Ripartiamo dal conosciuto. Ripartiamo dai criteri di valutazione delle coppie adottive. Perché i criteri di valutazione ci sono.

Per Palacios e Brodzinsky (semplificando il loro pensiero) l’idoneità non è un giudizio morale o sociale, ma la valutazione di tre grandi dimensioni:

  1. Motivazione e consapevolezza
  2. Capacità genitoriali ed emotive
  3. Risorse e flessibilità del sistema familiare

Per dirla un pochino più completa… vediamo quali sono le variabili da analizzare e sostenere.

Motivazione e consapevolezza:

– Motivazioni consapevoli e realistiche

– Non usare l’adozione come semplice risposta alla sterilità o come “riparazione”

– Disponibilità ad accogliere la storia precedente del bambino

– Aspettative realistiche sul bambino e sul percorso adottivo

Stabilità personale e di coppia (perché fino ad oggi ci siamo rivolti alle coppie):

– Equilibrio emotivo e maturità psicologica – che è anche personale

– Stabilità della relazione di coppia, l’unica che riguarda solo la coppia

– Capacità di affrontare conflitti e stress, che è anche personale

– Storia personale sufficientemente integrata che – per Palacios – non significa assenza di problemi ma capacità di affrontarli in modo adattivo. Dimensione che riguarda SOLO il singolo

Capacità genitoriali ed educative:

– Sensibilità ai bisogni del bambino

– Capacità di offrire attaccamento sicuro

– Flessibilità educativa

– Capacità di gestire comportamenti difficili o regressivi

– Tolleranza alla frustrazione

Apertura verso la storia e le origini del bambino:

– Disponibilità a parlare dell’adozione

– Accettazione della famiglia biologica come parte della storia del bambino

– Capacità di sostenere la costruzione dell’identità adottiva (lo sviluppo dell’identità)

Risorse familiari e sociali:

– Rete di supporto (famiglia allargata, amici)

– Risorse economiche sufficienti

– Stabilità lavorativa e organizzativa

– Capacità di chiedere aiuto

Flessibilità e apertura alla diversità:

– Disponibilità verso: età del bambino, differenze culturali o etniche, bisogni speciali

– Capacità di adattarsi a percorsi non ideali. (Palacios parla di genitorialità adattiva, flessibile)

Modificare aspettative, adattare le regole, cambiare strategia – e riflessiva – pensare ai significati profondi dei comportamenti dei figli

Consapevolezza delle difficoltà dell’adozione:

– Comprensione delle possibili difficoltà: attaccamento , trauma precoce, identità, comportamenti oppositivi

– Disponibilità a percorsi di supporto

È un modello che si basa sui bisogni dei bambini e la capacità dei genitori di saper rispondere a questi bisogni e non sul “tipo” di famiglia.

Le procedure di adozione sono diverse nelle diverse parti del mondo. E funzionano tutte, pur con tutti i limiti esistenti per ogni caso.

Il modello appena descritto non si basa su una famiglia ideale, ma sulla capacità di accogliere!

Di esser un luogo – famiglia – in grado di dare stabilità affettiva.

Non si basa sul tipo di famiglia o sulla diversa procedura di adozione.

Il cambiamento riguarda in primo luogo chi accompagna i genitori (coppie o single) prima e dopo l’adozione. Quindi in qualche modo anche noi come associazione.

Chi valuta e chi accompagna i nuovi genitori di fronte ai cambiamenti deve in primo luogo imparare a lasciare andare le vecchie parole e imparare ad usarne altre.

Ci sono già stati all’interno di Genitori si Diventa dei percorsi di preparazione per coppie aspiranti adottive a cui hanno partecipato dei single.

Questo non ha cambiato il percorso, i vissuti da sollecitare, le riflessioni da condividere, ma abbiamo dovuto cambiare le attivazioni da sempre calibrate sull’essere coppia. Ma soprattutto sono cambiate le parole.

Ci si è resi conto, come naturale sia stato fino ad oggi, che siamo stati coppia-centrici. Non genitore-centrici.

Così come abbiamo sempre parlato di attesa come un tempo da arricchire da rendere attivo (Ad-tendere: andare verso) e non come un tempo che oggi sta diventando un tempo molto lungo e doloroso, demotivante, fatto di genitori sempre più grandi.

Riguardo alle origini spesso ne abbiamo parlato come qualcosa con cui fare i conti nel “racconto della storia” o con il proprio psicologo, ma poco pensando ad un confronto nella realtà, nella vita vera, dove ci si incontra fisicamente.

Parliamo di adolescenza, ma più spesso rincorriamo una dimenzsione che è già reale e ci spiazza per quanto è lontana da quello che conoscevamo.

Forse dobbiamo cambiare prospettiva ma con una premessa.

Mi sembra che oggi ci troviamo collettivamente dentro una situazione che mi capita spesso di incontrare nel mio lavoro.

Capita che genitori esausti (giustamente e comprensibilmente esausti) arrivino da me e mi dicano: non è possibile che mio figlio faccia questo, e questo, e questo…

Di norma, come molti sanno, io, nella comprensione della loro fatica, rispondo: è possibile…perché sta già succedendo! Perché già lo fa!

I cambiamenti di cui stiamo parlando sono già realtà (anche se in evoluzione)!

Proviamo quindi a riformulare la domanda iniziale: davvero il punto sono le nuove forme di adozione? Le nuove caratteristiche dell’adozione ecc…?

O forse davanti a nuove famiglie, adozioni aperte, attese lunghe, bambini portatori di bisogni speciali etc… la questione non dovrebbe essere un’altra?

Spostiamo l’asse di osservazione: dalle famiglie (nuove o vecchie famiglie che siano) ai bambini in stato di abbandono.

Perché l’adozione esiste perché purtroppo esistono bambini in stato di abbandono.

L’adozione è ancora un sistema privato attraverso cui lo stato tutela il diritto dei bambini ad avere una famiglia sufficientemente buona.

Non siete il centro del processo adottivo!

Al centro rimane la tutela del diritto del minore ad avere una famiglia cioè una stabilità affettiva: di qualunque tipo di famiglia si parli.

Noi famiglie siamo una risorsa. Possiamo renderci disponibili. Possiamo essere portatori di un desiderio (anche egoistico diciamocelo), ma mai portatori di un diritto, se non quello ad essere sostenute.

Se quindi il diritto è quello del bambino allora la domanda deve essere riformulata.

I cambiamenti dell’adozione rispondono ai bisogni dei bambini in stato di abbandono? Queste adozioni sono davvero la risposta ai loro bisogni?

Dobbiamo formulare nuove domande.

Come lunghe attese, bisogni più importanti, nuovi stili di vita in una società competitiva influiscono sul percorso verso e dentro l’adozione (cioè la realtà – già reale – dell’adozione oggi)?

Come queste nuove realtà possono interferire/facilitare il processo di affiliazione di bambini in stato di abbandono?

Noi come genitori e come Associazione come possiamo stare a fianco a chi affronta tutto questo?

Allora la vera domanda diventa: come di fronte a queste nuove adozioni, di fronte a questi nuovi scenari possiamo rimanere una risorsa? Come genitori e soprattutto come Associazione!

Per alcune delle questioni sollevate il problema lasciamolo a chi farà le valutazioni delle coppie.

Lasciamole ai Servizi, ma soprattutto ai Tribunali. I Tribunali in autunno hanno fatto diversi incontri per confrontarsi sulle varie prassi di valutazione adottate in ogni singola sede con l’obiettivo di trovare un’omogeneità.

A metà maggio la AIMMF (Associazione dei Magistrati per i Minorenni e per le Famiglie) si incontrerà per provare a sintetizzare quel lavoro e per aprire anche un tavolo di discussione sulla adozione dei single.

Noi come Associazione, chiediamoci quale possa essere il ruolo.

In questo scenario qual è il nostro ruolo realmente?

Ora, prima di abbandonarle in nome del cambiamento, ritornerei alle parole, alle nostre parole. Alle nostre e alle parole dell’adozione (alcune almeno):

– Flessibilità

– Adattamento

– Ascolto

– Accoglienza

– Diversità

– Inclusione

– Unicità

– Mettersi in gioco

– Stare

– Esserci

– Attraversare

Ora il punto non è se li vogliamo o meno questi cambiamenti, ma è cosa vogliamo farci, cosa vogliamo leggerci dentro. Come vogliamo e possiamo relazionarci ad esse, capire qual è il nostro ruolo. Non contrastare la realtà.

Perché la realtà è già reale (anche se avanza piano).

La realtà non è qualcosa che sta al di fuori di noi. Noi siamo parte di questa realtà perché la realtà la si crea.

Non siamo quelli che scrivono le leggi, lo so. Non siamo quelli che governano le procedure AI o AN.

Ma Genitori si diventa la realtà la crea nei vari tavoli istituzionali in cui siede.

La crea in ogni singolo incontro che organizza (Pre, Attesa, Post, Con), in ogni singola telefonata che riceve da una coppia aspirante adottiva o da ogni coppia adottiva che cerca ascolto.

In ogni momento di aggregazione e riflessione.

Anche oggi qui a Frascati.

La realtà è qualcosa in cui noi c’entriamo. È qualcosa in cui abbiamo un ruolo. E dobbiamo averlo.

A volte il mare ci disorienta e ci perdiamo. Come magari ci siamo persi dentro la diagnosi di infertilità, dentro quelle lunghe attese di una gravidanza. O di un abbinamento che non arrivava mai.

A volte ci siamo persi dentro i nostri i figli che non parlano o che parlano troppo. Che implodono o esplodono. Ci siamo persi dentro strade di cui non conoscevamo la via.

Dante era guidato dal Sommo Volere. Forse sarebbe un po’ onnipotente pensare a Genitori si diventa in questo ruolo del Sommo Volere. Troppa sicurezza per noi. Troppa perfezione per noi.

Non ci siamo abituati.

Noi genitori adottivi siamo portatori dell’imperfezione del nostro essere genitori che per noi è diventata associazione.

Ora proviamo a pensare ad ognuno di voi senza l’incontro con Genitori si diventa.

In quale realtà sareste ora?

Conoscere il mare in cui stiamo navigando ci aiuta a capire come stringere il vento, come cazzare le vele.

Lamentarci del mare, criticare il vento fa di noi dei marinai di terra.

Ma torniamo al punto centrale cioè al bambino in stato di abbandono.

Il miglior interesse del minore è il migliore nelle condizioni in cui siamo.

Non l’interesse ideale. La migliore storia di adozione possibile non è l’adozione ideale.

Come famiglie adottive abbiamo capito che c’è una differenza tra la teoria e la realtà.

E fino ad oggi noi abbiamo deciso di stare nella realtà attrezzandoci per affrontarla.

Abbiamo deciso di diventare genitori mettendoci in gioco, accogliendo qualcuno diverso da noi!

Quando mi capita di chiedere ai genitori nei Post se avessero mai immaginato di essere in grado di attraversare tutto quello che hanno attraversato la risposta è sempre: no!

Ma ci sono stati e lo hanno fatto!

La teoria lasciamola ai teorici. Lasciamola alle varie Montessori e ai vari Rousseau: meravigliosi, ma nella realtà hanno lasciato i loro i figli in istituto o affidati ad altri.

Nel tessere questa nuova strada noi cerchiamo di essere l’ordito (cioè la nostra storia, le nostre origini, le esperienze che ci hanno segnato). Cerchiamo di essere un nuovo ordito sui cui tessere una nuova trama. Un nuovo disegno. Una nuova famiglia. Qualunque essa sia.

Buon lavoro a tutte/i voi e al nuovo direttivo!

Andrea Redaelli

psicologo, psicoterapeuta e formatore, giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Milano

La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell’adozione.

Organizziamo conferenze e incontri dedicati ai temi a noi cari e molte attività dedicate ai soci.

Se lo desideri puoi diventare socio iscrivendoti presso le nostre sedi territoriali: cerca qui la nostra sede più vicina a te.

Puoi vedere tutti i nostri eventi in programma (anche eventi online) seguendo questo link