Il mondo delle adozioni è in forte cambiamento e sempre più spesso alle coppie si propone l’abbinamento con bambini già in età scolare o con preadolescenti che hanno un vissuto spesso incerto e doloroso alle spalle. È un percorso complesso per i nuovi genitori, chiamati a costruire una relazione positiva e di fiducia con bambini più grandi che portano dentro di sé, evidenti e radicati, i segni di legami insicuri con gli adulti e una profonda delusione e diffidenza verso gli altri. Una sfida faticosa e difficile, ma non impossibile.
 
Ne parliamo con la dott.ssa Anna Immordino, psicologa e psicoterapeuta e con la dott.ssa Flavia Consolo, neuropsichiatra infantile, entrambe giudici onorarie del Tribunale dei Minorenni di Palermo.
 
A quale età mediamente i bambini vengono dati in adozione dal Tribunale dei Minorenni di Palermo? Possiamo dire che negli anni l’età dei bambini dichiarati adottabili sia cresciuta?
 
L’età dei minori dichiarati in stato di adottabilità per i quali si avvia la ricerca di una famiglia adottiva è varia, dalla fascia 0-3 a quella scolare (6-10) e oltre, fino a 14 anni circa. Possiamo affermare che la fascia più rappresentata è quella relativa all’età scolare, così come sono presenti diverse fratrie multiple. Negli ultimi anni, anche a causa della pandemia che ha inciso in modo significativo nei percorsi di segnalazione, valutazione e presa in carico delle famiglie e dei minori che hanno patito situazioni di grave pregiudizio, il periodo che i minori hanno trascorso in comunità, in attesa di una definizione del loro percorso (rientro in famiglia, adozione, affido) è aumentato, avendo questo contribuito ad un innalzamento dell’età in cui sono stati dichiarati adottabili. Il ritorno alla normalità sta consentendo di ridurre questi tempi, seppure la fascia prevalente rimanga quella tra i 6 e i 10 anni.
 
In generale qual è stato il vissuto di questi bambini non più piccoli prima di arrivare in famiglia?
 
Il vissuto dei bambini e delle bambine soprattutto in questa fase (dai 6 ai 10 anni e oltre) è caratterizzato da esperienze pluritraumatiche ed abbandoniche, le cosiddette ESI, esperienze sfavorevoli infantili (negligenza, trascuratezza e grave incuria, maltrattamenti fisici, abusi sessuali, violenza assistita, abbandono), sperimentati nella famiglia di origine, a cui si uniscono gli effetti di una più lunga permanenza nelle comunità per minori in attesa di una progettualità. Questi bambini hanno trascorso diverso tempo in una condizione di sospensione, in cui non hanno potuto sperimentare legami stabili ed esclusivi, piuttosto mostrando i segni di un attaccamento insicuro nelle sue differenti declinazioni. Essi provengono da situazioni familiari in cui hanno introiettato quelli che sono definiti modelli operativi interni disfunzionali, un preciso modo di stare in relazione con gli adulti e i pari ed in cui possono prevalere comportamenti di chiusura e/o di aggressività e in generale difficoltà a stabilire un sano legame affettivo con l’altro e di avere fiducia negli adulti di riferimento. Questi modelli disfunzionali possono essere modificati attraverso nuove relazioni, nuove esperienze emotive. È questa la sfida: rendere possibile un cambiamento del modello di attaccamento. Ciò può avvenire nel contesto dei rapporti con la mente ed il comportamento delle nuove figure genitoriali e di altri contesti di vita ed esperienza complessivamente riparativi del vissuto traumatico che portano con sé.
 
Quali possono essere i bisogni dei bambini che entrano in famiglia più grandi o in età già preadolescenziale?
 
Il bisogno di ogni bambino che entra in una nuova famiglia è quello di essere finalmente accolto ed accettato. Il concetto di rifiuto ha marcatamente plasmato la sua personalità; con la scolarizzazione inoltre si è già sperimentato il confronto con gli altri bambini che hanno una famiglia. Il bisogno di essere accolto incondizionatamente, però, può portare il bambino a comportamenti onnipotenti e manipolativi verso i genitori che dovranno gestire un sottile equilibrio di concessioni e regole.
 
Quali sono i loro comportamenti più frequenti con l’ingresso in famiglia? Come possono essere letti?
 
I nostri bambini non hanno trovato una risposta adeguata a quella ricerca di sicurezza e protezione che è necessaria a ogni essere umano per diventare adulto. Pertanto, portano con sé le strategie che li hanno aiutati ad adattarsi e a sopravvivere in situazioni avverse, tenderanno a essere diffidenti e sospettosi, a sentirsi poco degni di amore, per cui spesso si comportano in modo da provocare paradossalmente o perpetuare quel rifiuto/maltrattamento subito nel passato. Presentano comportamenti di autonomia precoce, di adultizzazione e autosufficienza, difficoltà a ricevere affetto, conforto, facendo sentire inadeguati i genitori. Mancanza di fiducia profonda, resistenza ad accettare nuove esperienze di relazione genitoriale e di accudimento e di imparare da queste. Pensano che questi adulti li stiano imbrogliando, che siano abili a nascondere le loro intenzioni ostili. A causa della diffidenza e del sospetto, questi adulti all’inizio sono per il bambino fonte di ansia più che di sicurezza, non possono lasciarsi andare. La strada verso il cambiamento, verso la fiducia negli adulti è possibile, richiede tempo, pazienza e capacità di tollerare la frustrazione iniziale di non potere essere riconosciuti nel ruolo genitoriale tanto atteso e desiderato. A volte è necessario sin da subito avere un supporto psico-educativo specializzato. Questo può essere un valido aiuto per comprendere le dinamiche di relazione in atto e per gestire le criticità iniziali, essere aiutati a leggere i comportamenti e ad attuare modalità di risposta che tengano conto dei vissuti traumatici del bambino. Un’altra mente, quella dello psicologo/terapeuta, con cui i genitori possono “pensare insieme”.
 
In tali condizioni i neogenitori possono ancora avere un pieno ruolo e possono ancora rappresentare adulti di riferimento per la loro crescita e il loro sviluppo di individui?
 
Il ruolo di adulti di riferimento non solo viene mantenuto ma addirittura potenziato. Il bambino di età scolare o preadolescente ha cominciato a costruirsi una personalità autoreferenziale per sopravvivere. Il ruolo dei neogenitori dovrà essere duplice, perché dovranno destrutturare un vissuto di falso sé del figlio e ricostruirne uno più sano e funzionale. Naturalmente appare necessario uno stretto confronto con figure professionali dedicate.
 
Una persona che si avvicina all’adozione spesso aspira a diventare genitore di un bambino piccolo. Secondo lei, quel complesso di sentimenti ed emozioni, quel cambiamento profondo ed irreversibile che porta ad essere e sentirsi genitori si compie interamente quando il figlio che aspettavano non è più piccolissimo?
 
Ci sembra importante innanzitutto portare l’attenzione su un aspetto di compensazione di mancata genitorialità che una coppia può avere. Si è spesso demonizzato questo concetto, come se il desiderio compensativo fosse sinonimo di scarsa consapevolezza e di bisogno piuttosto che di desiderio. La differenza fra desiderio e bisogno, per quanto possa sembrare netta in un primo momento, in realtà è un corollario sfumato di concetti ed emozioni. La definizione più accreditata di bisogno è “mancanza di qualcosa che sia indispensabile o anche opportuna, di cui si senta il desiderio”. Allora appare chiaro come proprio nell’adozione il desiderio può coincidere con il bisogno. Se il desiderio di una coppia ha un forte investimento compensatorio alla mancata genitorialità, l’adozione di un bambino più grande può fare incrinare fortemente le aspettative. Quando il figlio che aspettavano non è più piccolissimo dovrebbe prevalere nella coppia la componente di genuina apertura all’altro, senza aspettative e soprattutto con una grande capacità di accoglienza verso il vissuto del figlio che risuona frequentemente, se non quasi sempre, di ricordi traumatici, di abbandono e di mancata proiezione verso figure di riferimento. E allora questo processo che porta ad essere e sentirsi genitori ha bisogno di tempo e di “lavoro” per potersi avviare e sperimentare pienamente. L’impegno iniziale è sicuramente intenso e faticoso, un viaggio in cui è necessario essere preparati alle turbolenze, agli alti e bassi, alle ricadute, ma in cui le tappe di volta in volta conquistate rinsaldano la fiducia e mostrano la via per proseguire insieme. Abbiamo raccolto in tanti anni di esperienza la testimonianza di molte coppie che si sono aperte all’adozione di un bambino “più grande” e che hanno sperimentato la bellezza del ruolo genitoriale conquistato con fatica ed impegno e che ha portato a un cambiamento profondo in sé stessi e nel figlio.

Autore

Daniela Lupo

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