Il cinema e le serie TV hanno sempre avuto un ruolo cruciale nel riflettere e modellare la società. L’adozione rappresentata nei film e nelle serie TV è, quindi, molto spesso uno dei modi in cui la società inizia a conoscere o approfondire questo tema. Se le storie sono stereotipate, la rappresentazione che ne deriva soffre, ovviamente, di questa mancanza di complessità e ciò non aiuta il sistema dell’adozione a essere visto così come è nella realtà, sensibilizzando il pubblico su un argomento spesso frainteso e sottovalutato. Oltre a ciò, spesso film e serie TV possono essere usati dalle famiglie adottive e dalle persone con background adottivo per spiegare la propria storia e la propria quotidianità agli altri.
Per questo motivo abbiamo bisogno di film e serie TV ben realizzati, fuori dai luoghi comuni, dai cliché e anche dal pietismo.
Il cinema e le serie TV, attraverso la rappresentazione autentica e rispettosa delle famiglie adottive e delle persone con storie di adozione, possono contribuire a normalizzare questo fenomeno, a modificare le percezioni sociali e, infine, a ridurre i pregiudizi, offrendo nuove prospettive e approfondimenti.
Ma quali film e quali serie TV vale la pena vedere, almeno una volta nella vita, e perché?
SERIE TV
Le serie TV che hanno argomenti, temi, rappresentazioni interessanti per le famiglie adottive non sono molte per cui è facile fare una selezione. Inserisco, per mancanza di spazio, solo quelle imprescindibili, ma voglio citare anche quelle che meritano una segnalazione (tutte su Netflix) come Anne with an E sugli effetti silenziosi della istituzionalizzazione e su un pezzo di storia dell’adozione, ossia l’adozione forzata dei nativi canadesi; Colin in bianco e nero (che è una miniserie) sulle conseguenze dell’educazione color blind da parte delle famiglie adottive e sulla esposizione alle micro-aggressioni; La direttrice perché è una serie incentrata su un altro tema e l’adozione compare non stereotipata ma come rappresentazione di una realtà.
Le serie da non perdere
This is us (Prime Video – 6 stagioni). È la serie per eccellenza. L’enciclopedia, la summa, la pietra filosofale dell’adozione. Non ci sono termini bastevoli per descrivere questa opera sulla genitorialità in generale e su quella adottiva in particolare. Non fatevi spaventare dal numero delle stagioni, fidatevi, appena finita vorrete fare un rewatch!
La storia segue la vita e le dinamiche familiari della famiglia Pearson, due genitori e tre fratelli gemelli (di cui uno afroamericano), e ha l’indubbio merito di aver portato nelle case di milioni di spettatori il tema dell’adozione affrontato in maniera credibile. Sviluppa numerosi temi cari alle famiglie adottive: l’identità etnica, l’appartenenza, la ricerca delle origini, il rapporto tra fratelli, il principio di lealtà, i segreti sulle origini, il razzismo, i role model, le micro-aggressioni, gli stereotipi, l’adozione come evento fortunato.
Trying (Apple TV – 4 stagioni). Siamo in UK e la storia è quella di Jason e Nikki. Impossibile non riconoscersi nei vari passaggi che si susseguono: il desiderio di diventare genitori, la scoperta che è difficile diventarlo, i tentativi di diventarlo attraverso la PMA e la successiva decisione di adottare. A questo punto seguiamo gli incontri di Jason e Nikki con i servizi sociali, nei gruppi di genitori preadottivi, la comunicazione della scelta ad amici e parenti e così via. Anche in questa serie le tematiche importanti sono tante: il bambino immaginario, le fatiche dell’attesa, gli abbinamenti falliti, la separazione dei fratelli, l’affido in attesa dell’adozione, l’attaccamento a un solo genitore, il ricorso giudiziario dei parenti di origine, il desiderio di riconnessione con la famiglia genetica.
FILM
Film che trattano il tema adozione, invece, sono numerosi anche se, può capitare, soprattutto nelle produzioni più datate o in quelle italiane, di trovare molta insistenza sul dato emozionale piuttosto che sugli aspetti di verosimiglianza delle storie raccontate.
Da sottolineare che la filmografia francese, negli ultimi anni, ci ha regalato numerose pellicole degne di attenzione che esplorano il tema adozione sul fronte dei paradossi e degli stereotipi (Ha i tuoi occhi di Lucien Jean-Baptiste), su quello del parto in anonimato (In mani sicure di Jeanne Herry), su quello, importantissimo, degli adolescenti che sono nelle comunità e un affondo sulle condizioni sociali e familiari che li hanno condotti lì (A testa alta di Emmanuelle Bercot), su quello dei genitori che provano a farcela ma falliscono secondo le aspettative del sistema e le ripercussioni sui loro ragazzi (Niente da perdere di Delphine Deloget). Più datato ma sempre un prezioso film sul tema, questa volta sulle adozioni internazionali, è La piccola Lola (di Betrand Tavernier). È il film che ha creato un dibattito in Francia sulla liceità delle procedure adottive e che ha contribuito al cambio di legge sull’esempio di quella italiana. La pellicola segue una coppia francese in Cambogia nel percorso di adozione di un bambino fra povertà estrema, ingiustizia sociale e corruzione. Un altro film francese di qualche anno fa e che vale la pena vedere almeno una volta è Vai e vivrai (di Radu Mihăileanu) sulla “Operazione Mosè”, ossia l’intervento del Mossad in collaborazione con la CIA per trasferire un folto gruppo di ebrei etiopi in Israele passando per i campi profughi sudanesi. Questa operazione la vivremo attraverso gli occhi di un bambino cristiano, fatto passare per ebreo dalla madre per dargli la possibilità di sopravvivere e crescere in Israele. Il bambino sarà chiamato Shlomo, come il figlio morto della donna ebrea che era sulla lista del Mossad. Shlomo cresce in due famiglie adottive, vive episodi di razzismo e conserva un segreto che lo segnerà molto, insieme al desiderio di rintracciare la madre che gli ha salvato la vita.
La filmografia francese ci regala, infine, un altro gioiello con uno sguardo nuovo sull’adozione, privo di cliché Ritorno a Seoul (di Davy Chous, regista francese di origini cambogiane). Il ritorno è quello di Freddie, una venticinquenne francese che si trova per caso nel suo paese di origine dopo che il suo volo per Tokyo è stato cancellato. Un viaggio inaspettato in un paese di cui sa poco o nulla, di cui non conosce la lingua, la cultura e in cui, per caso, comincia a chiedere risposte a domande che non si è fatta. Come si fa a tornare in un posto che non è nei tuoi ricordi? Di cui non possiedi fonti e quando le hai non sono quelle che pensavi?
Sul fronte della produzione italiana sono tre i film da non perdere: Vittoria (di Alessandro Cassigoli e Casey Koffman) incentrato sul percorso di adozione internazionale di una bambina da parte di una coppia di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, con tre figli. Il film è basato su una storia vera e numerosi sono gli elementi di identificazione per uno spettatore coinvolto in questo percorso: la burocrazia e l’attesa, trovare connessioni con il paese di origine del proprio figlio, buttare il cuore oltre l’ostacolo.
Il più bel secolo della mia vita (di Alessandro Bardani) ci porta dentro una ipocrisia del nostro sistema giudiziario conosciuta convenzionalmente come “legge dei 100 anni”. Giovanni vuole conoscere l’identità della donna che lo ha partorito ma si scontra con la legge che gli consente di farlo solo al compimento dei suoi 100 anni. Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa discriminazione coinvolge Gustavo, l’unico centenario in vita nato da una donna che non ha voluto essere nominata, che però è apparentemente poco interessato a conoscere l’identità della madre. Nonostante il tono leggero da commedia, il film tratta temi importanti come il bisogno di riconnessione con le origini, il segreto familiare, la battaglia politica per riequilibrare i due diritti (quello delle donne all’anonimato e quello di chi non è stato riconosciuto alla nascita di avere le informazioni che desidera).
Il terzo film italiano deriva da un bellissimo e premiatissimo romanzo di Donatella di Pietrantonio, L’arminuta (di Giuseppe Bonito). Il film è ambientato nell’Abruzzo degli anni ’70 e segue le sorti di una bambina che, dopo 13 anni, è tornata a vivere nella sua famiglia di origine per volere dei suoi genitori adottivi. L’arminuta (la ritornata, la restituita in dialetto abruzzese) non conosce i motivi di questa decisione e si colpevolizza. Il film rappresenta in maniera molto efficace il mondo interiore di un bambino che transita fra due mondi diversi e le strategie che mette in atto per sopravvivere.
Sono due i film da vedere made in USA, il primo è Instant Family (di Sean Anders). Sebbene le procedure adottive statunitensi siano lontanissime dalle nostre, i vissuti delle famiglie adottive sono gli stessi. Complice il fatto che il regista è anche padre adottivo e che nella sceneggiatura si sia ispirato alla sua esperienza, il film ci fa entrare nelle dinamiche complesse delle relazioni familiari nate improvvisamente. Pete ed Ellie Wagner si affidano al percorso adottivo per formare una famiglia e frequentano un gruppo di genitori in attesa come loro. Durante un evento per incontrare i bambini istituzionalizzati si persuadono ad adottare Lizzie, una quindicenne ribelle, e i suoi due fratelli più piccoli, Juan e Lita. Inizia la convivenza fra alti e bassi in cui ciascun genitore adottivo può immedesimarsi, i capricci di uno, l’emotività di un altro e l’ostilità aperta di un terzo e la lenta costruzione di un legame familiare. Tra gli elementi di interesse di questo film indubbiamente c’è anche l’incontro con la madre di origine dei ragazzi.
Il secondo film fa parte del filone young adult ma contiene numerosi elementi interessanti. Joy Ride (di Adele Lim) racconta una storia di amicizia nata da bambine fra Audrey, posata, riflessiva e studiosa ragazza cinese con background adottivo e Lolo, di origine cinese come i suoi genitori, impertinente e sempre sopra le righe. Lo sguardo diverso e complementare delle ragazze sulla loro origine cinese è uno dei temi interessanti del film. Audrey deve fare un viaggio di lavoro in Cina e si farà accompagnare da Lolo perché sa parlare il cinese. A sua volta Lolo invita altre due amiche di altre due ragazze di origine cinese e il viaggio si trasforma in avventura. Il contatto ravvicinato con la Cina sarà l’occasione per Audrey e Lolo di confrontarsi con la propria origine etnica e per Audrey anche con quella adottiva.
Infine – last but not least – tre film di registi e produzione diversa. Lion (di Garth Davis) racconta la storia vera di Saroo, un bambino indiano che si perde in un treno e si ritrova a 1600 Km da casa sua e successivamente viene adottato da una famiglia australiana. Anni dopo, quando sembra che a Saroo nulla appartenga davvero, attraverso Google Earth si mette sulle tracce del suo villaggio natale e quindi di sua madre e dei suoi fratelli. Il film lascia intravedere, oltre al tema della ricerca e del senso di colpa di aver lasciato qualcuno indietro, anche il rapporto ambivalente fra fratelli; infatti, qualche anno dopo Saroo, la famiglia adotterà un altro bambino di origine indiana proveniente dal medesimo istituto, e le difficoltà dei genitori con i figli, per motivi diversi, creeranno una distanza.
Il secondo film è una produzione giapponese, True mothers (di Naomi Kawase), che coglie il punto di vista di una madre di origine – Hikari – che si mette sulle tracce di suo figlio che ha dovuto obbligatoriamente lasciare qualche anno prima e il confronto con Satoko, la madre adottiva del piccolo Asato. Il titolo del film, madri vere, è già una indicazione del contenuto del film in cui non c’è una sola vera madre ma tutte le madri sono vere per Asato. Importante anche il tema del segreto, quello a cui Hikari è costretta quando rimane incinta e della vergogna dopo. Un peso così grande che ha bisogno di dirlo ad Asato, ma Asato non vive nel segreto ed è solo a partire dalla verità che le due madri si potranno confrontare autenticamente.
Il tema del segreto è presente anche nel film irlandese The quiet girl (di Colm Bairéad) adattamento cinematografico del romanzo Un’estate di Claire Keegan. La storia è ambientata in Irlanda nel 1981 e segue l’estate in cui Cáit , 9 anni e figlia di una famiglia disfunzionale, numerosa e povera, in attesa della nascita dell’ennesimo fratello, verrà portata dal padre abbrutito da parenti lontani che non aveva mai conosciuto, i Kinsella. Qui Cáit per la prima volta sarà vista, riceve nuove forme di accudimento, come mangiare regolarmente, indossare vestiti puliti e spazzolare i capelli. Con i Kinsella Cáit cresce non solo di altezza ma anche di consapevolezza di sé, di profondità di pensiero, di spazio per le emozioni e le parole.
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