Il tema delle origini fa sicuramente parte della nostra esperienza quotidiana di famiglia formatasi per adozione.
Negli ultimi anni, sempre più spesso, negli incontri e negli scritti che ne parlano, lo troviamo associato a internet e ai social network. Ci sembra che questo porti però con sé un rischio: quello di far credere a noi genitori che la ricerca delle origini si possa ridurre a un insieme di cose che potrebbero succedere, di comportamenti da gestire, incoraggiare o evitare.
Invece, nell’esperienza della nostra famiglia, come credo in quella di molte, il tema delle origini non è qualcosa in cui si incappa, o di cui ci si preoccupa, perché ci sono i social network. I titoli del tipo “la ricerca delle origini al tempo dei social” che ormai riempiono sempre più serate di formazione, rischiano, invece, di condensare una narrazione di adozione stereotipata, forse un po’ datata, in cui c’è una famiglia d’origine inadeguata da qualche parte nell’universo e una famiglia adeguata, che siamo noi: realtà che sarebbe meglio restassero in due mondi non comunicanti tra loro.
È in questa cornice che il fatto che internet renda più probabile un contatto ci allarma: ci fa pensare di dovercene occupare più intensamente o con strumenti diversi. Il fatto, poi, che questo contatto possa riguardare nostro figlio direttamente concretizza molte paure che coltiviamo dal tempo in cui lo aspettavamo. L’immaginario adottivo è molto colorato dalla narrazione del figlio che attraverso internet ritrova la strada, come sottotitola il famosissimo film “Lion – La strada verso casa”. Come se non bastasse, la terminologia mediatica infarcisce il tutto con la solita delegittimazione delle famiglie adottive: il ragazzo cerca i “veri” genitori. Non possiamo fare finta che questo argomento non ci tocchi.
La combinazione internet-origini genera allarme e, crediamo, da genitori, che è proprio in quell’allarme che siamo chiamati a fermarci. Perché ci crea tanta ansia? Qui, di solito, parte una ricca aneddotica che sarebbe interessante analizzare: quella volta che la famiglia d’origine ha fatto questo, quest’altro e quest’altro ancora.
Ma cosa c’è dentro? Da una parte, i social amplificano a dismisura la possibilità che nostro figlio incontri una narrazione della sua storia che non è la nostra, che da noi non è né prodotta, né controllata, né vidimata. Che, persino, finisca per incontrare la voce di chi ha vissuto come un’ingiustizia quel superiore interesse del minore che ci ha resi genitori; che “gli metta in testa” queste cose. Sono paure tacite, che suonano provocatorie, ma sono dentro di noi.
Pensiamo che i social abbiano un ruolo molto importante nella tematica delle origini, primariamente perché ci tolgono dalla posizione di controllo assoluto della storia di nostro figlio: non siamo più gli unici alla sua portata che sanno, gli unici che possono elargire i dettagli, con le famose parole giuste per l’età che decidiamo noi o ci suggerisce lo psicologo di nostra fiducia, con i tempi che scegliamo, cercando sempre di non fare troppa confusione tra essere i custodi di quella storia ed esserne i proprietari.
Mentre aspettiamo i nostri figli, impariamo soprattutto una cosa: che l’adozione si guarda dal punto di vista del bambino, non dei genitori. Allora, se le guardi dal punto di vista del bambino, le origini non hanno la forma di un punto, il volto di una persona, un nome su una schermata di Google: le origini sono una storia.
Una storia familiare complessa e, certo, fatta anche di persone da cui a un certo punto nostro figlio è uscito per entrare nella nostra storia familiare, altrettanto complessa, fatta di altre persone.
Se la sua storia preadottiva è parte di quello che nostro figlio è oggi, allora la sua storia preadottiva è parte della nostra famiglia e le sue origini lo sono a pieno titolo sempre, tutti i giorni. Non lo diventano di più nell’eventualità in cui inizia ad essere a sua disposizione uno strumento che gli consente di accedervi in autonomia.
Per questo, invece di domandarci cosa potremmo fare per evitare/sostenere/incoraggiare o impedire l’accesso alle origini attraverso i social, forse dovremmo domandarci quale posto riserviamo a queste origini, a questa storia dove noi non c’eravamo, fuori dai social: nella nostra casa, nelle conversazioni sull’oggi, su cosa è adesso, su come e su chi siamo. Cosa c’è nel silenzio quando nessuno di noi risponde alla signora che dice: “Ma che bel bimbo! Ma di chi sono questi occhioni?”.
La storia preadottiva non è una persona che a un certo punto ti contatta o di cui trovi una foto, ma sono luoghi, esperienze, odori, un particolare taglio di luce, un rumore. E rientrarci in contatto è quella sensazione di estranea familiarità di una vita che non è più la tua, ma che lo è stata.
Lo è stata. Anche se il fatto che lo sia stata ci fa soffrire, perché ogni volta che vediamo un bimbo piccolo come nostro figlio quando non era con noi ci chiediamo chi c’era, pensiamo a com’era per lui. È questo il grande paradosso delle origini: noi genitori ci proponiamo di gestirne il racconto e l’elaborazione, e ci spetta questo compito, ma le origini per noi non sono uno spazio che abbiamo esperito, abitato, in cui siamo stati.
Solo loro, i figli, sono gli unici che le conoscono per intero.
Mio figlio lo sa chi c’era, lo sa com’era. Lo sa, anche se non lo ricorda con parole. E io no, io che voglio esserci sempre per lui, io non lo so.
E allora le origini non sono qualcosa che arriva da fuori – da internet magari – qualcosa da cui pensiamo di doverli (e poterli) proteggere, qualcosa che immaginiamo di poter centellinare. Sono dentro. Sono dentro i nostri figli, dentro le nostre famiglie, sono una storia rovesciata che un bimbo – che a malapena parla – ci deve raccontare, un rompicapo che ci troviamo a manipolare per ricomporre quel che si può ogni volta che deve dormire.
Ma è proprio nello stare, nel costruire una relazione in quella distanza che in una famiglia formatasi per nascita non è mai così grande, che prende forma il nostro compito rispetto alle origini. Perché è dentro quella relazione, radicato in quel terreno dove siamo stati – qui sì – insieme, che poi avvengono le cose, ed è lì dentro che poi arriva anche quel messaggio su un social che tanto – è inutile che ce la raccontiamo – non potremo bloccare.
E allora questo è il rischio nel persistente accostamento “origini” e “social”: che la complessità del tema delle origini resti in capo ai nostri figli, che alle famiglie venga restituita l’idea che sono i social che creano “il problema”, e che quella complessità che dovremmo imparare a narrare, ad accompagnare, a lavorare ogni giorno venga ridotta in una delle semplificazioni aneddotiche per cui poi la famiglia di origine entra in scena, e alla fine guarda un po’ era proprio vero che non erano genitori adeguati, infatti finisce che “è capitato che chiedano anche soldi”. Quante volte lo abbiamo sentito. Che peccato fermarci a un immaginario di buoni e cattivi tanto rassicurante e lasciare soli i nostri figli con tutto il resto.
Le origini dei nostri figli sono incertezza e distanza, sono ipotesi vere e vicende inverosimili affermate con certezza, sono errori di ricostruzione. Le origini sono spiegare a tuo figlio che cos’è un fratello, e cercare di comporre in modo comprensibile a un bambino che ora non ne hai, ma invece ne hai. È la malattia ereditaria per cui deve prendere le medicine ogni giorno, ma che nessuno in famiglia ha, è sentirlo che si fa rigido in braccio mentre il medico se lo fa rispiegare tre volte. Sono decine di “lo sai che in istituto”, è il volerci tornare con mamma e papà e non volerci mai più tornare, nello stesso momento, nello stesso pensiero. La storia preadottiva è mangiare con le mani, stare senza scarpe, prendere l’acqua al pozzo. Sono i lettini in fila, i bambini e le bambine indistinguibili, le luci sempre accese dell’ospedale, la dottoressa che ti ha dato il nome, la cucina della comunità chiusa con la chiave.
Le origini sono al di là di quel taglio che il nostro diventare genitori ha portato con sé.
E poi ci sono, certo, anche, i primi genitori: mio figlio gioca a nascere da me, a essere in un uovo, in un sasso, in una pancia sotto la maglietta, a prendere il latte dal seno. Vuole sentire dell’altra mamma e non vuole sentirne mai, vuole disegnare un pullman in cui ci stiamo tutti insieme, mi racconta che c’è un supermercato con esposti tutte le mamme e i papà da scegliere per chi non li ha. Vuole riattaccare, cucire, saltare di qua e di là. Vuole sapere tutto e non sapere niente. Vuole che la sua storia sia sua e che non sia mai accaduta.
Ed è per questo che le origini sono, prima di tutto, senso. La risposta impossibile alla domanda “Perché?”. E se, sicuramente, la scelta che una persona ha fatto – giudice o genitore d’origine – può essere parte della ricostruzione di quel senso, di certo non può esaurirlo. E non può essere neanche l’occasione di un contatto più o meno desiderato ad attivare questo cammino. La costruzione del senso vuole un tempo lungo, un lavoro delicato e continuo, senza sussulti, senza precipitarsi a cercare soluzioni, che non cerchi di lasciare fuori, ma prepari il più possibile a tenere dentro, ad accogliere, che costruisca un contesto in cui ogni scoperta è possibile. Perché quel nome messo su Google non sia che uno degli innumerevoli fili di un arazzo tessuto insieme.

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