Tra il contrasto all’eccessiva esposizione agli schermi e la crescente richiesta di competenze digitali
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia permea ogni aspetto della vita quotidiana. Il mondo digitale — e in particolare l’intelligenza artificiale (IA) — è diventato un protagonista indiscusso della contemporaneità. Gli adolescenti, nativi digitali, sono immersi in un contesto in continua evoluzione, dove social network, app, strumenti di apprendimento e dispositivi intelligenti rappresentano la loro principale finestra sul mondo.
Molti adulti, nonostante la buona volontà, faticano a tenere il passo. Non si tratta solo di una questione di competenze tecniche, ma anche di comprensione delle dinamiche emotive, culturali e sociali legate all’uso delle tecnologie. Genitori e insegnanti che non possiedono almeno una conoscenza di base dell’IA e delle piattaforme digitali rischiano di perdere autorevolezza e capacità di guida nei confronti dei ragazzi.
Un esempio emblematico di questa contraddizione è il divieto, introdotto da quest’anno, dell’uso dei cellulari a scuola. Un provvedimento che nasce dall’esigenza educativa di limitare l’eccessiva esposizione agli schermi, soprattutto in casi di uso improprio e passivo del digitale. Tuttavia, questo divieto ha senso solo se affiancato da percorsi educativi che insegnino come usare la tecnologia in modo consapevole e creativo.
Per molti adulti, l’intelligenza artificiale è ancora un territorio sconosciuto, un tempo relegato alla fantascienza: robot che dominano il mondo, macchine fuori controllo. Eppure, oggi fa già parte della quotidianità dei nostri figli.
Questa distanza genera paura: che i ragazzi perdano capacità fondamentali, che si affidino troppo agli strumenti digitali, che smettano di impegnarsi. Una paura comprensibile, ma che può e deve essere trasformata in consapevolezza. Non possiamo limitarci a demonizzare: dobbiamo conoscere questi strumenti per poterli accompagnare in modo responsabile.
I nostri figli utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale, spesso senza saper scegliere in modo adeguato. L’IA è ovunque: nelle app per lo studio, nei giochi, nei software creativi. È una tecnologia potente, ma, come ogni strumento, va compresa e usata con criterio.
Spesso, quando insegno ai ragazzi ad usare app e strumenti digitali, restano stupiti delle possibilità che si aprono. Le usiamo per la musica, i fumetti, la grafica… L’alternativa? Lasciarli soli a “cliccare”, passivamente, senza sviluppare competenze reali né spirito critico.
Nella mia esperienza, molti adolescenti passano ore davanti allo schermo in modo passivo, quasi ipnotico che porta a isolamento e sottrae spazio alla relazione. Gli adulti assumono spesso un atteggiamento di rimprovero, i genitori minacciano di buttare i loro cellulari dalla finestra, gli insegnanti li requisiscono. Mi chiedo se sia davvero strategia efficace.
Mi chiedo anche come mettere d’accordo una posizione contraria al digitale con la richiesta sempre più forte di una società che sta crescendo puntando sulle tecnologie.
Basta analizzare le richieste del mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale influenzerà ogni settore nei prossimi anni. Secondo LinkedIn, l’adozione dell’IA da parte delle aziende italiane è destinata a crescere esponenzialmente. Ma questo non significa che i lavoratori saranno sostituiti dalle macchine. Piuttosto, dovranno collaborare con esse, sfruttandole per lavorare meglio e più velocemente.
Secondo il World Economic Forum, il 63% dei datori di lavoro individua nella carenza di competenze il principale ostacolo alla trasformazione aziendale. Se la forza lavoro mondiale fosse rappresentata da 100 persone, 59 dovrebbero essere riqualificate entro il 2030, ma 11 rischiano di non esserlo mai. Il risultato? Oltre 120 milioni di lavoratori potenzialmente a rischio di licenziamento.
La domanda crescerà per competenze tecniche (IA, big data, cybersecurity), ma anche per competenze umane come pensiero analitico, leadership, resilienza, collaborazione. Il futuro richiede una combinazione di entrambe. Saper usare l’IA sarà importante, ma ancora più importante sarà sapere quando usarla, perché, e con quali limiti.
È significativo che tra le professioni emergenti ci siano, ai primi posti, anche quelle legate alla cura della persona, in ambito sanitario e sociale. Un segnale importante: per quanto la tecnologia sia ovunque, resta — e resterà — essenziale il bisogno di qualità umane, tutt’altro che artificiali.
I nostri figli non hanno bisogno solo di accesso alla tecnologia, ma di educazione al pensiero critico, alla creatività, alla responsabilità. E in questo percorso, noi adulti abbiamo un ruolo cruciale — anche se non siamo esperti.
Possiamo essere semplicemente curiosi, informati, aperti. Possiamo dialogare su temi complessi senza giudicare, ma con spirito critico. In famiglia, un uso condiviso e regolato della tecnologia può rafforzare la relazione. A scuola, l’inclusione di contenuti digitali e l’uso di metodologie partecipative può rendere gli studenti protagonisti attivi del proprio apprendimento.
Non si tratta di proibire, credo, ma di educare all’uso consapevole. Possiamo iniziare con domande semplici:
– “Come funziona questa app?”
– “Cosa ti piace dell’IA?”
– “Hai capito perché ti ha dato questa risposta?”
– “Lo avresti saputo fare da solo?”
Possiamo condividere le nostre paure: “Questa cosa mi spaventa un po’… ma mi piacerebbe capirla con te.” Possiamo valorizzare l’impegno più che il risultato, promuovere la riflessione più che l’automatismo.
Tornando al tema della cura della persona: la capacità di relazione resta fondamentale. Anche se i ragazzi usano l’IA, la parte più importante del processo resta la loro voce, la loro scelta, la loro visione.
Certo, l’IA può essere usata male: per copiare, per evitare la fatica, per aggirare l’impegno. Ma piuttosto che combatterla, possiamo educare all’uso intelligente e consapevole, facendo emergere il valore del percorso più che del risultato.
App come Replika, chatbot conversazionali o assistenti integrati nei social e nei giochi, sono sempre più diffusi tra gli adolescenti. Alcuni li usano per curiosità, altri perché si sentono soli o non vogliono condividere le loro emozioni con gli adulti: forse danno per scontato che non saranno compresi.
Se un ragazzo parla con un’intelligenza artificiale, forse lo fa perché ha bisogno di essere ascoltato senza giudizi. Per questo è importante non ridicolizzare, ma ascoltare davvero. Aiutarli a distinguere tra “aiuto” e “sostituzione”. Offrire una presenza reale.
Vorrei fare un esempio molto pratico.
Mentre scrivevo questo articolo ho voluto fare una prova e interrogare ChatGPT: Ho litigato con mio marito, voglio il divorzio
Mi ha risposto: Se sei convinta del divorzio ecco i primi passi pratici:
- Raccogli documenti importanti: certificato di matrimonio, eventuali accordi prematrimoniali, documenti finanziari, ecc.
- Valuta se hai bisogno di un avvocato: se ci sono figli, proprietà o situazioni complesse, è consigliabile.
- Se ci sono figli: pensa al loro benessere e a come organizzare l’affido in modo equilibrato.
Lascio a chi legge le considerazioni su questo piccolo esempio…
Credo che educare oggi significhi essere presenti, in ascolto autentico, fare e esplorare insieme, valorizzare la relazione, anche quando è faticosa. I nostri figli percepiscono — anche se non lo ammettono — quando il nostro interesse per loro e il loro mondo è autentico. E proprio lì possiamo costruire qualcosa che lasci il segno.
Certo fa paura il mondo che avanza, per il digitale e per tante altre importanti questioni. Non stiamo all’angolo, non pensiamo di contrastare attraverso il divieto. Ragazze e ragazzi hanno bisogno di noi, in carne e ossa.

Monica Nobile
pedagogista, tutor dell’apprendimento, counselor
La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell’adozione.
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