Come riconoscere e accompagnare il dolore degli adolescenti

Per molti genitori è difficile anche solo pronunciare parole come autolesionismo o suicidio. Sono temi che fanno paura e che spesso si preferirebbe tenere lontani dalla propria famiglia. Eppure, sempre più spesso emergono nelle conversazioni tra genitori, nelle scuole, nei racconti dei ragazzi.

Parlarne non significa immaginare il peggio o vivere nell’allarme. Significa, piuttosto, provare a capire cosa può succedere nel mondo emotivo dei nostri figli quando crescono e attraversano momenti di grande fatica.

L’adolescenza: un tempo intenso

Diventare grandi è un processo potente e, a volte, faticoso. I ragazzi cambiano nel corpo, nelle amicizie, nel modo di guardare se stessi e il mondo. Spesso vivono emozioni molto intense: entusiasmo, rabbia, vergogna, solitudine, paura di non essere abbastanza. Molte di queste emozioni fanno parte della crescita. Tuttavia, può capitare che alcuni ragazzi si sentano sopraffatti, come se quello che provano fosse troppo grande per essere raccontato. Quando il dolore non trova parole, può cercare altre strade per uscire.

Alcuni ragazzi, nei momenti di maggiore sofferenza, possono arrivare a utilizzare il corpo come tela sulla quale rappresentarla. Per un genitore scoprire qualcosa del genere è uno shock: la prima reazione è spesso il panico, oppure il senso di colpa e la domanda che tormenta molti adulti: “Come ho fatto a non accorgermene?” È importante sapere che, nella maggior parte dei casi, questi gesti non nascono dal desiderio di morire. Piuttosto sono tentativi, spesso confusi e dolorosi, di gestire emozioni che sembrano ingestibili. Per alcuni ragazzi il dolore fisico diventa un modo per:

  • scaricare una tensione emotiva molto forte
  • dare forma a un dolore interiore difficile da spiegare
  • sentirsi meno vuoti o meno soli

Questo non significa che il comportamento vada sottovalutato. Al contrario, è un segnale che ci dice che quel ragazzo sta attraversando qualcosa di difficile e ha bisogno di essere accompagnato.

Molti genitori temono che parlare di questi temi possa “mettere idee in testa” ai ragazzi. In realtà, accade spesso il contrario. Quando un adulto riesce a parlare con calma e apertura di emozioni difficili, manda un messaggio molto importante: di queste cose possiamo parlare insieme. E anche, da adulto ti propongo un modello di gestione emotiva funzionale, che non evita l’emotività negativa ma la attraversa. Sapere di poter parlare con qualcuno, senza essere giudicati o spaventati dalle reazioni degli adulti, è uno dei fattori più protettivi per i ragazzi.

Cosa possono fare i genitori

Non esiste una formula perfetta. Ma ci sono alcune cose che, nel tempo, fanno la differenza.

Restare in ascolto: a volte i ragazzi non raccontano tutto, oppure parlano a metà. Ma sapere che c’è un adulto che ascolta davvero è fondamentale. Ciò che va comunicato ai ragazzi è “ci sono e ti ascolto, a me puoi raccontare delle tue sofferenze, possiamo starci dentro insieme”. Troppe domande rischiano di far chiudere, così come giudicare ciò che dicono come esagerato. A volte ciò che serve è anche solo stare accanto. In silenzio.

Prendere sul serio quello che provano: anche quando le loro preoccupazioni ci sembrano piccole o esagerate, per loro sono reali. Se chiediamo di raccontarci qualcosa, dobbiamo accettare che potrebbero raccontarci cose spiacevoli. Più che chiedere com’è andata a scuola oggi, possiamo chiedere “come stai?”.

Non avere paura delle emozioni difficili: tristezza, rabbia, frustrazione fanno parte della vita. Quando un adulto riesce a stare accanto a queste emozioni senza scappare, aiuta il ragazzo a sentirsi meno solo.

Chiedere aiuto quando serve: rivolgersi a un professionista non significa aver fallito come genitori. Significa riconoscere che, a volte, crescere un figlio è un percorso che si fa insieme ad altri. Quando la situazione è grave, non basta però il solo intervento psicologico sull’adolescente. È importante che tutto il nucleo familiare si prenda cura di sé, dia spazio alla propria emotività. Soprattutto di fronte a gesti di grande potenza emotiva, bisogna avere la forza di rivolgersi alle realtà di sostegno. Nel caso di estreme crisi, ad esempio, si può chiamare il 112. Oppure il Telefono Azzurro o il servizio Samaritans che si occupano di prevenzione e intervento per adolescenti a rischio suicidario.

Una sensibilità particolare nelle famiglie con background adottivo

Nelle famiglie con background adottivo, la crescita può portare con sé domande profonde: sulle origini, sull’abbandono, sull’identità. Durante l’adolescenza queste domande possono riemergere con più forza. Non tutti i ragazzi con storie di adozione vivono momenti di crisi, ma per alcuni può essere un periodo emotivamente complesso. In queste fasi è ancora più importante che i ragazzi sentano di poter parlare liberamente della propria storia e dei propri sentimenti.

Restare accanto

Quando un figlio soffre, i genitori spesso si sentono impotenti. Vorrebbero togliere il dolore, risolvere tutto, trovare subito la soluzione giusta. Ma a volte la cosa più importante è un’altra: restare accanto. Essere presenti, continuare a esserci anche quando il dialogo è difficile, ricordare ai ragazzi, con le parole e con i gesti, che non devono affrontare tutto da soli. Perché crescere non significa non soffrire mai. Significa sapere che, anche nei momenti più difficili, c’è qualcuno che cammina accanto a noi.

N.B. qui di seguito i numeri di telefono di riferimento del Telefono Azzurro (19696) e di Samaritans (06 77208977). 

Monica Picasso

Psicologa clinica, psicoterapeuta e socia di Associazione Alice ETS

La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell’adozione.

Organizziamo conferenze e incontri dedicati ai temi a noi cari e molte attività dedicate ai soci.

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