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Intervista ad Anna Amato, socia di Genitori si diventa, Teramo 
a cura di Silvia Piaggi
 
Incontro Anna all’assemblea nazionale dei soci di Genitori si diventa che si tiene ogni anno. Ha un sorriso bellissimo e una tenacia che traspare dal suo sguardo. Le chiedo se è disponibile a fare un’intervista per il nostro magazine, per raccontarci qualcosa della sua lunga esperienza associativa e della sua storia.
Lei accetta subito.
 
Da quanto tempo sei attiva nell’associazione? Perché hai deciso di entrarvi? Ritieni che le motivazioni iniziali siano ancora valide?
 
Sono entrata nell’associazione Genitori si diventa nel 2005, ormai sono passati diversi anni. All’epoca eravamo un gruppo molto più piccolo. Ricordo ancora la mia prima assemblea nazionale, che si svolse a L’Aquila.
Fin da subito l’associazione è diventata per me un punto di riferimento fondamentale: un luogo di crescita personale, di confronto, di messa a fuoco delle esperienze e delle emozioni.
A volte sembra che i nostri incontri scorrano senza lasciare traccia, ma poi mi accorgo che, invece, gli stimoli ricevuti continuano a lavorare dentro di me, a sedimentarsi. Solo a distanza di tempo comprendo quanto mi abbiano aiutato a vedere meglio ciò che mi accade intorno.
Sono sempre stata una volontaria attiva, ma soprattutto un”’usufruitrice”, come mi piace dire, di questa possibilità di crescita continua.
 
Molti operatori hanno collaborato con le famiglie in associazione, nel vostro gruppo. Che differenze hai notato?
 
Abbiamo cambiato molti operatori, sì, e con ciascuno di loro si è instaurato un rapporto particolare, unico. Ognuno ci ha portato qualcosa di diverso: un approfondimento specifico, uno stile relazionale proprio.
Ma ciò che non è mai cambiato è la profondità del lavoro fatto insieme.
La nostra associazione non si limita alla superficie, non cerca solo di far stare bene le persone o di gratificarle, ma punta davvero ad andare a fondo, a interrogare, a costruire consapevolezza.
Questo atteggiamento ha rappresentato per me una grandissima opportunità di crescita personale.
Non so se sarei diventata quella che sono senza un luogo così. 
Nella nostra associazione si mettono al centro i nostri figli ma anche noi, come persone, senza giudizio, senza ricette preconfezionate, senza percorsi già tracciati. Si costruisce strada facendo, tutti insieme.
 
Quali aspetti di te sono cambiati maggiormente?
 
È cambiato molto il mio approccio alla vita.
Sono arrivata all’adozione ai tempi della legge Turco (Legge n. 184/83), quando ancora non era prevista una formazione per le coppie. Ero molto inconsapevole: non sapevo cosa aspettarmi.
L’associazione mi ha fornito le prime chiavi di lettura e, soprattutto, mi ha insegnato l’importanza della flessibilità, dell’essere “come l’acqua”, capace di adattarsi alle forme della vita.
Nel corso del laboratorio che ci è stato proposto durante l’Assemblea nazionale di Genitori si diventa abbiamo costruito delle “scatole” simboliche che raccontassero qualcosa di noi, delle nostre incertezze. Io nella mia ho messo l’immagine di Senigallia antica, una città fortificata: rappresenta la me di allora, più rigida, più ancorata alle certezze.
Oggi, invece, mi riconosco molto di più nella capacità di adattarmi, di rimettermi in discussione, di fluire con gli eventi della vita. Una trasformazione profonda.
 
Sono state le tue figlie a farti cambiare così profondamente?
 
Senza dubbio. Le mie figlie e la vita, con le sue prove.
Una delle esperienze più drammatiche che abbiamo vissuto è stata la morte di mio marito, solo sette anni dopo l’adozione.
Quando cominciavamo finalmente a costruire una serenità familiare, quando una delle ragazze stava iniziando ad affidarsi davvero a noi, quell’evento ha scardinato tutto. Le mie figlie, vissute fino ad allora in orfanotrofio, non avevano esperienze familiari precedenti: la perdita di una figura genitoriale è stata uno shock profondo.
Anche per me è stato durissimo. L’associazione è stata il mio grande ombrello, il mio sostegno in quel momento: mi ha aiutato a risalire dal precipizio.
 
Anche le tue figlie hanno trovato beneficio indirettamente dall’associazione?
 
Assolutamente sì. Hanno conosciuto altri ragazzi con storie di adozione, hanno potuto vivere la loro esperienza come qualcosa di normale, di condiviso.
Anche se non hanno partecipato sempre direttamente, l’atmosfera dell’associazione è arrivata fino a loro: nei racconti, nei discorsi quotidiani, nel modo in cui io stessa sono cresciuta e mi sono trasformata.
E oggi sono ancora legate a questo mondo, anche se in modo diverso.
 
Oltre alla perdita di tuo marito, ci sono stati altri momenti critici nel vostro percorso?
 
Sì, due momenti molto forti.
Il primo riguarda la mia figlia maggiore, che durante l’adolescenza ha vissuto una crisi drammatica: si è chiusa in un mutismo quasi totale, ha abbandonato la scuola, ha manifestato comportamenti autolesionisti e disturbi alimentari. Non riuscivo a comprenderne l’origine, e nemmeno lei sapeva spiegarlo.
È stato un periodo terribile, in cui mi sembrava di vivere dentro un tunnel senza uscita.
In quei momenti, l’appartenenza a un gruppo, il sapere che non ero sola, mi ha dato forza. Non eliminava il dolore, ma dava speranza.
Per fortuna, piano piano, mia figlia ha ripreso in mano la sua vita. Oggi ha 25 anni, un lavoro stabile, una certa serenità.
Ma la grande domanda che accompagna ogni genitore adottivo – “Ce la faranno?” – non mi ha mai lasciato davvero.
 
Il secondo momento riguarda la mia figlia più piccola. A 19 anni, poco dopo il diploma, si è innamorata perdutamente ed è andata a vivere con il suo ragazzo.
Era un amore totalizzante, che l’ha portata a chiudersi verso la famiglia, gli amici, perfino verso la sorella.
Anche se il ragazzo era in sé una brava persona, il loro rapporto aveva tratti eccessivi, quasi patologici. Ho avuto molta paura.
Sono stati otto anni difficili. Poi, quando la relazione si è conclusa, ho temuto che sarebbe crollata. Invece ha affrontato la rottura con una forza che non immaginavo.
Anche in quel frangente, il confronto con altri genitori dell’associazione, che avevano vissuto situazioni simili, è stato prezioso.
 
Ci racconti di un momento bello, inaspettato, di una felice sorpresa della tua vita di mamma adottiva?
 
La genitorialità adottiva ti pone di fronte a sfide continue e, allo stesso tempo, a incontri ed emozioni intense. Sono davvero grata alla vita per questa esperienza, proprio perché è così ricca di momenti emozionanti, spesso anche inaspettati. Una cosa che mi fa sempre sorridere, ogni volta che ci penso, è stata la mia sorpresa nel sentirmi chiamare ‘mamma’. Quando le bambine mi chiamavano così, io rispondevo e pensavo con stupore: ‘Sì, sono proprio io, stanno parlando con me!’.
 
Un tema importante che emerge spesso è quello delle aspettative. Come ti confronti con esso?
 
Le aspettative sono inevitabili.
Io stessa, da bambina, ho sofferto molto il peso delle aspettative dei miei genitori, e ho sempre cercato di non replicare questo schema con le mie figlie.
Non avevo grandi aspettative scolastiche, ma speravo che diventassero autonome, curiose, aperte al mondo.
Guardando indietro, mi rendo conto che forse avrei dovuto ascoltarle di più, offrire un ascolto ancora più incondizionato.
Questa consapevolezza mi è utile oggi, anche con i miei nipoti, figli della mia prima figlia biologica.
Con loro riesco ad avere uno sguardo più limpido, più libero dalle aspettative.
 
Come pensi che ti vedano oggi le tue figlie?
 
Credo che mi vedano come una donna tenace, con una grande energia da spendere nella vita.
C’è una cosa che rimpiango: non aver pensato, dopo la morte di mio marito, ad un momento di condivisione familiare, con il supporto di un professionista, per elaborare insieme quel lutto.
Ero talmente concentrata a “farcela” che non sono riuscita a vedere quella necessità.
Oggi stiamo ricostruendo un rapporto adulto, consapevole anche dei nostri limiti e delle nostre fragilità.
Con la figlia che per anni era andata via, stiamo riprendendo le fila del nostro legame.
Credo che mi vedano con tutti i miei limiti, ma anche con la forza che mi ha sempre accompagnato.
 
Un’ultima domanda. Hai definito l’associazione come un ombrello nella tua vita. Durante l’assemblea nazionale qualcuno ha paragonato Genitori si diventa ad una rete a maglie larghe. Ti ritrovi anche in questa immagine?
 
Mi riconosco molto nell’idea di una rete a maglie larghe: una rete capace di accogliere tutti, mantenendo flessibilità e apertura nell’affrontare le sfide che i tempi ci pongono. Anche di fronte a novità che possono inizialmente spiazzare – come, ad esempio, la possibilità per i single di adottare – è fondamentale prendersi il tempo per una riflessione seria e approfondita. 
 
Serve comprendere il contesto, cogliere le particolarità di ciascuna esperienza ed essere pronti ad accogliere storie diverse dalle nostre, ma che parlano comunque di relazione e di genitorialità. È questo il compito di una rete ampia e accogliente: affrontare ogni percorso con consapevolezza, preparazione e apertura autentica.
 
Anna, grazie per aver condiviso con noi la tua storia.
 
Grazie a voi.
 
[n.d.r. l’intervista è stata condivisa con le figlie di Anna che hanno dato il consenso alla pubblicazione di dettagli riguardanti la loro vita]

a cura di Silvia Piaggi

Silvia Piaggi è la nostra caporedattrice

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