geolocalizzazione
Nell’era digitale, dove smartphone, app e dispositivi fanno ormai parte integrante della vita quotidiana, sempre più genitori scelgono di utilizzare la geolocalizzazione per monitorare in tempo reale gli spostamenti dei propri figli.
 
Spesso motivata dal desiderio di sicurezza e protezione, questa pratica sembra una soluzione efficace per prevenire rischi e per avere una maggiore tranquillità. Ma qual è il confine tra tutela e controllo? E quali possono essere le conseguenze di un monitoraggio costante sulla crescita, l’autonomia e la relazione di fiducia?
L’idea di poter sapere dove si trovano i figli in ogni momento nasce da un’esigenza comprensibile: assicurarsi che siano al sicuro, soprattutto quando si muovono fuori casa, da soli o con gli amici.
 
Le app di tracciamento permettono ai genitori di andarli a cercare se, a notte fonda, non sono rincasati.
Tuttavia, il controllo continuo e la geolocalizzazione possono avere effetti collaterali significativi e costituire un messaggio forte che gli adulti trasmettono ai ragazzi.
 
In qualche modo significa dire loro che sono piccoli e irresponsabili, proprio nell’età in cui ci si allena all’autonomia e al senso di responsabilità. Sentirsi costantemente osservati può limitare la capacità del ragazzo di prendere decisioni in modo autonomo, di sperimentare e imparare dagli errori, elementi fondamentali per la crescita e lo sviluppo personale.
Significa anche portare nella relazione genitore/figlio un clima di sospetto rinunciando a quel dialogo che, poco per volta, dovrebbe accompagnare alla maturità e alla capacità di autogestirsi.
 
Durante l’adolescenza, periodo in cui la ricerca di libertà e identità è centrale, i ragazzi, monitorati continuamente, potrebbero vivere un senso di disagio e reagire mettendo in atto comportamenti di sfida e di opposizione, con il conseguente peggioramento della comunicazione e della collaborazione.
 
Asia mi spiega arrabbiata “Hanno più fiducia in Google Maps che in me! Pensavo che fidarsi di me contasse qualcosa” Le faccio notare che spesso non rispetta gli accordi, arriva frequentemente in ritardo e non risponde al telefono quando i genitori la cercano. “Hai idea di quanto sia imbarazzante ricevere 10 chiamate davanti a tutti? Ho bisogno di respirare, non è che se arrivo un po’ più tardi vuol dire che sono morta!” Asia ha sedici anni, si sente una donna, vorrebbe che i genitori la vedessero grande come lei si sente e smettessero di soffocarla con le loro continue incursioni nella sua vita privata. Alla sua età è difficile mettersi nei panni di un genitore che non può dormire fino a che non la sa a casa al sicuro, non comprende quanta ansia possa provocare quando si rende irreperibile.
 
Sono io che vado in ansia: sapere che ogni secondo che ritardo scattano le ricerche e gli interrogatori mi manda fuori di testa. Bastano cinque minuti e scatta l’allerta: cento messaggi e duecento chiamate, solo per farmi sentire in colpa.” Le chiedo come si sentirebbe se i suoi genitori se ne andassero a dormire spegnendo il cellulare, cosa proverebbe in caso di pericolo o di bisogno di aiuto sapendo di non poter contare su di loro. Mi ribatte una lunga serie di affermazioni tanto mi arrangio, sono insieme ai miei amici e sono loro che casomai mi aiutano, tanto se deve succedere qualcosa mi succede lo stesso anche se loro fanno i poliziotti…Si lascia infine sfuggire un magari qualche volta potrei avere bisogno di loro, ma non possono esagerare così. A quel punto posso proporle di scrivere una proposta da presentare alla riunione di famiglia, un patto da sottoscrivere tutti e che rispetti le sue posizioni e le loro. So che sarà un patto destinato a essere disatteso più di una volta, che dovremo tornarci su, riaggiustando e ridiscutendo. Tuttavia, credo che possa essere una possibile via d’uscita dal crescente aumento delle tensioni e dei conflitti: discussioni accese, comportamenti sfidanti contro le azioni di controllo, allontanamento emotivo causato dalla contrapposizione tra controllo protettivo e sentimento di oppressione. Difficilmente la rigidità, dall’una e dall’altra parte, porta a qualcosa di buono. Propongo ai genitori di prendere in considerazione che Asia senta il loro comportamento come un’esagerata invasione della sua sfera personale e a lei di accettare che la preoccupazione, talvolta forte da diventare angosciosa, nasce dalla cura e dall’attenzione verso una figlia che non si può più proteggere come quando era piccola, ma che resta comunque persona a cui rivolgere cura e attenzione. 
 
Credo che, in ogni caso, la geolocalizzazione difficilmente rappresenti la risposta efficace. Può essere una risposta di emergenza, ma non la base su cui costruire una relazione. Va tenuto presente, tra l’altro, che i ragazzi nati nell’era digitale sono molto più abili degli adulti: a ogni rimedio digitale corrisponde un antidoto.
 
Disattivare i servizi di localizzazione, rendendo impossibile il tracciamento è, appunto, un gioco da ragazzi. Per aggirare i controlli i ragazzi spengono il telefono oppure lo lasciano tutti in un luogo definito e se ne vanno da un’altra parte. Così se avranno davvero bisogno di aiuto non saranno in grado di chiederlo. Molti ragazzi hanno un secondo telefono segreto, quello che usano tra di loro, abbandonando quello ufficiale e invalidando i tentativi di tracciamento da parte dei genitori. Sono decisamente ferrati nei trucchetti e nelle strategie di aggiramento. Esistono applicazioni che permettono di modificare i dati GPS – spoofare nel loro slang, così da inviare una posizione falsa al dispositivo del genitore, facendo credere di essere in un luogo diverso da quello reale. Non pochi adolescenti sanno nascondere o bloccare le applicazioni di geolocalizzazione installate dai genitori, o addirittura revocare i permessi di accesso alla posizione.
 
Credo che la tecnologia ci illuda di poter avere maggiormente sotto controllo le situazioni che reputiamo pericolose. Se è vero che alcune applicazioni ci consentono alcune azioni educative – come il controllo parentale e la gestione della navigazione Internet, è vero che non potranno mai essere bacchetta magica per la costruzione di una relazione di fiducia e la costruzione di responsabilità personale. Questi aspetti richiedono pazienza infinita per un dialogo autentico, basato su trasparenza e sincerità, e per la graduale risoluzione dei conflitti attraverso la mediazione tra istanze dei figli e necessità di protezione dei genitori. Può essere talmente sfiancante concordare e contrattare insieme regole chiare e limiti, che la tentazione di esercitare il controllo continuo è forte, ma si tratta di qualcosa di invasivo che potrebbe peggiorare la situazione. Credo che l’investimento nella costruzione di un rapporto di fiducia – che valorizzi l’autonomia graduale e la responsabilità -resta più efficace di ogni misura tecnologica. Geolocalizzare i figli non è un male in sé: può essere un valido aiuto per garantire sicurezza e serenità. Tuttavia, è essenziale usare questo strumento con consapevolezza, evitando di cadere nella trappola del controllo totale che può ostacolare la crescita e l’autonomia dei ragazzi o indurre involontariamente i figli a mentire e a ribellarsi.
 
C’è un’altra spinosa questione che mi fa spesso riflettere sul tema della geolocalizzazione. Un aspetto meno discusso, ma altrettanto rilevante riguarda l’uso della geolocalizzazione tra coetanei, in particolare nei gruppi di adolescenti e preadolescenti.
 
Recenti osservazioni e studi segnalano come alcuni ragazzi, soprattutto i più giovani, utilizzino applicazioni o metodi digitali per monitorare gli spostamenti delle loro compagne o fidanzate. E’ una forma di controllo che può, invece, sfociare in dinamiche di gelosia, possesso e limitazione della libertà personale.
 
E’ un tema che porto nei gruppi di parola con adolescenti: alcune ragazze possono sentirsi costantemente osservate, private della propria autonomia e sotto pressione nel giustificare ogni loro spostamento, altre – non poche – considerano questa pratica come un segnale e gesto d’amore da parte dei loro fidanzati.
 
Non posso fare a meno di pensare che, in qualche modo, sono gli adulti ad aver insegnato una pratica di controllo, aprendo la strada a forme di prevaricazione emotiva e psicologica. Mi chiedo quanto sia opportuno dichiarare Ti controllo perché ti voglio bene.
 
Riconoscere e rispettare i propri confini e quelli altrui, comprendere che la sorveglianza non può diventare una prassi, sono insegnamenti educativi importanti, che richiedono una certa coerenza da parte degli adulti. In questo senso, la geolocalizzazione non è solo una questione genitoriale, ma diventa una tematica sociale più ampia che tocca punti salienti come quelli del rispetto e dell’autonomia personale.
 
È comprensibile che, di fronte a comportamenti a rischio – come frequentazioni pericolose, uso di sostanze, o segnali di disagio psicologico – i genitori sentano la necessità di aumentare il controllo per proteggere i propri figli. Quando un figlio non rientra a casa e lo si immagina da qualche parte a farsi del male, si vuole sapere dov’è e andarlo a riprendere. E’ il rimedio estremo a una situazione estrema. Va capito quando sia necessario e quando si possano trovare altre risposte e altri percorsi. Quando l’adulto entra in un’escalation che comporta il continuo guidare nella notte alla ricerca di un figlio in pericolo, occorre fermarsi a pensare ad un altro tipo di risposta. La gestione di un disagio, più o meno forte, apra alla ricerca di una strada da percorrere insieme, partendo dall’ascolto e dal coinvolgimento degli adolescenti che, un po’ per volta, possano essere attori attivi della loro crescita. Anche cercando di spiegare i motivi della geolocalizzazione, sottolineando che si tratta di un supporto temporaneo e volto alla sicurezza, non di una punizione o una sfiducia permanente. E rendendosi pronti a rivedere insieme le modalità di controllo, riducendole progressivamente man mano che il ragazzo o la ragazza dimostra maggiore autonomia e responsabilità.
 
In conclusione, la tecnologia, se usata consapevolmente, può diventare uno strumento prezioso per il benessere e la sicurezza, ma è essenziale che sia accompagnata da un dialogo aperto e da regole condivise che tutelino la libertà e la dignità di ciascuno. Puntando a una convivenza rispettosa che promuova la crescita e la conquista di una sana libertà consapevole.

Monica Nobile

pedagogista, tutor dell’apprendimento, counselor

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