Francesco, marito e papà di un quattordicenne, lavora come educatore domiciliare in una cooperativa sociale di Napoli. Ha iniziato nel 1998 come “operatore di strada” in un progetto di recupero scolastico per minori a rischio di un quartiere difficile e attualmente affianca la principale attività di educatore domiciliare per il Polo territoriale per le famiglie del Comune di Napoli, al lavoro di educatore di strada, che ha per obiettivo coinvolgere i ragazzini a rischio in attività sportive ed educative. Francesco è molto noto e ben voluto nel quartiere in cui lavora. Mi racconta che il suo entusiasmo per il lavoro con le famiglie è rimasto invariato in tutti questi anni.
Francesco, in che cosa consiste il tuo lavoro di “educatore domiciliare”?
Si tratta del cosiddetto home visiting: avvicino le famiglie in stato di difficoltà segnalate dai Servizi sociali del Polo territoriale, le prendo in carico e, dopo un primo periodo di valutazione svolto in équipe, propongo alla famiglia il percorso che abbiamo definito, che è sempre un’opportunità di sostegno e recupero. L’accompagnamento può aver luogo presso la sede del Polo territoriale oppure anche a casa, lo scopo è comunque lavorare sulle vulnerabilità che sono emerse e porvi rimedio. Purtroppo, nella gran parte delle situazioni problematiche sono coinvolti i figli, bambini e bambine che pagano pesantemente le conseguenze delle fragilità di queste famiglie.
Quali problematiche riscontri nel tuo lavoro di educatore domiciliare e come le affronti?
È molto diffusa una elevata conflittualità tra genitori – quando ci sono entrambi – ma sono frequenti anche condizioni di grave deprivazione culturale e dispersione scolastica: i bambini non vengono mandati a scuola non solo perché non c’è interesse ad accompagnarli, ma anche perché in questo modo, a volte, sfidano le istituzioni. Spesso inoltre veniamo a conoscenza di vari tipi di comportamenti illeciti e reati, come spaccio di droghe e truffe.
Le strategie che applichiamo coinvolgono tutto il nucleo familiare, con attività di educazione alle emozioni che mirano ad aiutare le figure genitoriali a mettersi in gioco; cerchiamo di trasmettere, per esempio, anche l’importanza di una semplice ma necessaria routine quotidiana, che spesso è inesistente, per tutta la famiglia. Il percorso previsto dal Comune di Napoli comprende due incontri alla settimana di due ore circa ciascuno, per diciotto mesi. In questo periodo l’educatore che visita la famiglia lavora in équipe con il Polo territoriale, in modo da potersi confrontare e mettere a punto le strategie di intervento più adatte.
Quali sono i segni di disagio che ritrovi nei bambini di queste famiglie?
Le conseguenze più gravi ricadono certamente sui bambini: questi spesso restano in disparte, in silenzio, e sembrano non aver voglia di vivere, mostrano evidenti segni di deprivazione.
Cosa accade al termine dei diciotto mesi previsti dal Comune di Napoli?
Alla fine del percorso, circa il 30%, 40% delle famiglie mostra un sincero interesse a migliorarsi, aderiscono alle nostre proposte e a volte sono partecipi del nostro lavoro, diventando per esempio, di supporto nell’avvicinare altri nuclei in difficoltà. In tutti i casi, al termine dei diciotto mesi inviamo una relazione ai Servizi sociali competenti per informarli sui traguardi raggiunti o sulle difficoltà non superate. Può anche accadere però che le fragilità familiari siano talmente gravi da richiedere, prima dei diciotto mesi, l’invio di una segnalazione al Tribunale per i minorenni, per ipotizzare un possibile, urgente allontanamento dei bambini dal nucleo familiare; questa delicata decisione, che deve essere presa sempre per il bene dei minori, è comunque di competenza del Tribunale.
Come gestite gli inevitabili casi di allontanamento dei bambini dalla famiglia? Quali sono le fasi?
Nel caso di un allontanamento necessario, ma non di urgenza, cerchiamo di parlare prima con le figure genitoriali, evidenziando la necessità che il bambino o i bambini trascorrano un tempo definito lontano dal nucleo familiare e assicurando loro la possibilità di visitare comunque i figli in un ambiente protetto; nel frattempo la famiglia continua ad essere seguita per verificare le possibilità di recupero delle capacità genitoriali. Se non si riesce ad ottenere la collaborazione dei genitori, però, si dispone un allontanamento “di forza”, che è quello più drammatico, con l’intervento della polizia che preleva il minore o i minori portandoli in una struttura di accoglienza dedicata. Solo in seguito a ulteriori valutazioni della situazione familiare, il bambino o i bambini possono rientrare in famiglia oppure, se ritenuto necessario, possono essere collocati in affido o in adozione.
Immagino non sia facile per le famiglie segnalate dai servizi sociali essere sottoposte a questo tipo di “controllo” nella propria vita quotidiana. Come vieni accolto? Sei considerato un intruso?
La famiglia segnalata è al corrente che è necessario accogliermi per non ricevere una valutazione negativa. All’inizio, comunque, mostrano una certa resistenza; per esempio, quando il marito è assente perché in carcere o al lavoro, le donne che restano a casa sono particolarmente ostili. Poi, però, piano piano, si può creare una relazione di maggiore fiducia quando capiscono che vogliamo aiutarli e spesso restiamo come punto di riferimento sul territorio anche dopo molto tempo, alcune famiglie si rivolgono a me tuttora per chiedere vari tipi di aiuto, anche con i figli.
Cambieresti qualcosa del modo in cui è concepito l’home visiting?
A mio parere, i tempi di recupero previsti sono troppo brevi: diciotto mesi non sono sufficienti per rimediare a gravi insufficienze; alle persone che incontriamo spesso mancano totalmente gli strumenti per risolvere problemi anche semplici che sono comuni in tante famiglie. Trovo invece fondamentale e strategico poter lavorare insieme ad altri operatori del Polo territoriale che affrontano situazioni analoghe: questo aiuta ad avere una visione più ampia ed agire in modo mirato.
Capisco che i bambini sono al centro del tuo lavoro; che tipo di relazione hai con loro?
I bambini sono la parte più bella del mio lavoro: quando riesci a instaurare un rapporto di fiducia, ti cercano e partecipano con entusiasmo alle attività che proponiamo: il nostro laboratorio sportivo oggi conta più di quaranta ragazzini – dai quattordici ai diciassette anni – che prima vivevano per strada; con loro lavoriamo sulle emozioni, giochiamo e facciamo anche delle escursioni, i loro genitori si sentono tranquilli quando stanno con noi.
Marco (n.d.r. nome di fantasia), per esempio, quindici anni, vive con il papà, un fratello e una sorella; conosce benissimo il territorio poiché sin da piccolo ha frequentato la strada per evadere dalle problematiche familiari. È un ragazzo molto sensibile e silenzioso, non gli va di raccontare i suoi vissuti e spesso esplode in lunghi pianti anche davanti ai suoi amici: il problema di dipendenza del papà non gli rende facile la vita e spesso assume il ruolo di adulto fra le mura domestiche. Quando ha incontrato noi educatori a scuola e per strada, durante il periodo estivo, si è subito affidato e ci ha portato molti dei ragazzi che frequentava. Ora partecipa alle attività sportive da qualche anno, anche per distrarsi e trascorrere qualche ora in compagnia degli amici e delle figure adulte di riferimento. Mi ha confidato che a volte si sente un pesce fuor d’acqua quando pensa che gli altri siano più fortunati, ma poi si rende conto che ciascuno porta un bagaglio di dolore causato da varie circostanze, e che con noi si sente capito e motivato, cosa che non accade in famiglia, impegnata a litigare. Presto mi sono reso conto di quanto Marco fosse adultizzato e come si sentisse quasi responsabile per i suoi familiari e subito abbiamo provato a lavorare sul rispetto dei ruoli e sulla motivazione a vivere di un ragazzino di quindici anni, che non dovrebbe avere troppi motivi di ansia. Sono sempre preoccupato quando rientra a casa, poiché è investito da mille problemi e so per certo che si sente responsabile soprattutto della sorella più piccola; mi preoccupa anche il suo senso di stanchezza e cerco di proteggerlo da certe dinamiche in cui non dovrebbe essere coinvolto. Crediamo tutti in lui, e anche se siamo consapevoli del confine che c’è tra noi e il suo nucleo familiare, proviamo a coinvolgerlo con strategie inclusive.
Ecco, riuscire a restare un punto di riferimento positivo per questi ragazzi dà senso al nostro lavoro e inoltre assicura una preziosa continuità che va al di là dei percorsi istituzionali.

Autore
Mariagloria Lapegna
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