Mi ritrovo spesso a incoraggiare ragazze e ragazzi a tenere un diario. Non uso questa parola – diario – perché so che a molti di loro risuona come attività di scuola o esercizio di stile, o compitino zuccheroso. Gli propongo di scrivere sul cellulare – su “note” – oppure di registrare e inviare a se stessi un vocale su WhatsApp. Li sollecito a lasciar perdere la forma e a buttar giù parole così come arrivano nel cuore.
Qualche volta mi inoltrano messaggi scritti o vocali, memorizzati nel loro account, quando decidono che – alcuni e solo alcuni – possono affidarmeli. Tutte le volte che succede mi si apre uno squarcio, vedo i loro orizzonti, i loro mondi ben più ricchi e intensi di quanto diano a vedere. A volte sono parole sconnesse, a volte pezzi di canzoni, composte da loro, o frasi tratte dai loro brani preferiti.
Quando parlo di diario intendo questo, uno spazio dove fermare emozioni, pensieri, fatti solo apparentemente banali, eventi vissuti come vere e proprie svolte. Sono loro grata perché mi fanno sbirciare attraverso quella porta che tante volte chiudono lasciando noi adulti tagliati fuori.
Andrea va male a scuola, non va d’accordo con i suoi genitori, passa ore e ore in camera, usa le cuffie anche quando la famiglia si riunisce a tavola, si chiude in bagno perché è l’unica stanza con la chiave. In un messaggio mi scrive “libertà è fare senza restrizioni, fare e dire ma qui c’è sempre censura ti dico che la libertà è una forma di arte.”
Sofia parla poco, di punto in bianco si rabbuia e chiude i contatti, chiusa in se stessa o andata chissà dove. So che le piaccio, ma non vuole dirmelo perché sono adulta e quindi potenzialmente nemica, me lo spiega in un messaggio scritto per lei e arrivato a me in un momento di bisogno di svelarsi almeno un po’: “Faccio il bagno nella poesia. Non sono poesie dei libri, sono le mie parole belle che non piacciono a nessuno. Ma mi vedono i prof, quando mi guardano cosa vedono? Sarò sempre bocciata perché non va bene come sono. Provo a seguire i tuoi consigli ma non serve a niente.”
E poi ci sono le parole di Massimo, che mi fa capire come vive i rimproveri e le incomprensioni con il mondo degli adulti: “allora ciao monica volevo chiederti una roba che mi è venuta in mente adesso, ti sto avvisando ora perché non ci ho pensato prima”.
Si è evidentemente ingarbugliato con le parole e i pensieri, interrompe l’audio e poi me ne manda un altro: “ehm so che ci dobbiamo trovare domani ma…” Mi spiega che deve fare una cosa per lui molto importante, imperdibile, mi chiede se può non venire o venire in un altro momento e conclude: “so che ti ho avvisato tardi, che sicuramente avevi altri impegni e ti ho scombinato la giornata, ma però ti sto chiedendo solamente, solo se non ti incazzi, se va bene, dimmi anche te, ehm basta che non ti arrabbi e che mi rispondi normalmente.”
In quel messaggio vocale mi fa capire la sua passione per la musica, le sue priorità che non sono quelle dei genitori né le mie, la difficoltà a far capire che le sue cose importanti hanno diritto di cittadinanza e non possono essere sempre fonte di rimprovero perché per noi sono perdite di tempo.
Quel “normalmente” con cui mi chiede di rispondergli mi colpisce al cuore e mi porta a ripercorrere i miei dialoghi con lui, a chiedermi se ho usato i toni giusti, se l’ho ascoltato con sufficiente attenzione e soprattutto se l’ho aggredito senza volerlo.
Gli invio la canzone “musica musica” di Pino Daniele che canta “e la musica musica è tutto quel che ho” e lui mi risponde con un messaggio lapidario “vi siete dimenticati come eravate, vedi che anche nelle vostre canzoni antiche c’è la musica.”
Riprendo dallo scaffale il libro di Daniele Leandri “Scusa i mancati giorni” diario di un sedicenne nato nel 1960, alle prese con i problemi della sua generazione: l’amore, i soldi, la droga, il conflitto con i genitori. Marina Jarre, editor di Einaudi negli anni ‘80, riceve il diario dai genitori di Daniele e sa cogliere, a mio avviso con grande sensibilità e competenza, la ricchezza di ciò che Daniele scriveva parlando con sé stesso. Grazie al lavoro filologico della Jarre, che seleziona e ordina le pagine più significative dei quaderni che Daniele aveva redatto scrupolosamente negli anni, possiamo entrare nell’intimità di un ragazzo e, insieme, nel mondo degli adolescenti che a volte non riusciamo a comprendere. Sono parole buttate giù in fretta e furia, che non nascono da una richiesta esterna ma da un’urgenza interiore. “Scusa i mancati giorni” è la frase che Daniele scrive al suo diario riferendosi a quando – preso da altre, purtroppo drammatiche impellenze – è mancato agli appuntamenti lasciando le pagine bianche. È un libro che mi ha guidata nella mia professione e mi ha tenuta in attenzione quando ragazze e ragazzi lasciano le pagine bianche e hanno bisogno di essere cercati.
Penso che ci possa guidare anche l’appello di Massimo: rispondiamo normalmente quando loro ci dicono o chiedono cose che per noi, secondo il nostro metro non vanno bene, eppure possono essere per loro della massima importanza e urgenza!
Possiamo trovare spazi altri dove il dialogo fluisca e almeno un po’ accorci la distanza tra noi e loro.

Autore
Monica Nobile - pedagogista, tutor dell’apprendimento, counselor
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