Adolescence è una serie in quattro episodi trasmessa da Netflix che segue il caso di omicidio di una giovane studentessa, Katie. A scuotere particolarmente le coscienze è l’ipotesi che il responsabile possa essere un suo coetaneo, Jamie Miller, 13 anni. Mentre la polizia indaga, Jamie deve affrontare le gravi accuse che gli sono rivolte. Al suo fianco c’è il padre Eddie, che vive l’angoscia del figlio insieme a lui e, allo stesso tempo, mette in discussione il proprio ruolo di genitore, facendosi travolgere da dubbi, sospetti, sensi di colpa e dolore. (n.d.r.)


 
Adolescence è una serie che lascia sicuramente più dubbi che consapevolezze.
 
La storia parla di Jamie, un preadolescente di un paesino in Inghilterra, che viene indagato per l’omicidio di una compagna di classe. La storia segue il processo di indagine e ciò che accade nei diversi contesti di vita del ragazzo durante il suo arresto: scuola, amici, famiglia. 
 
Non ci lascia stupiti l’enorme richiesta di spiegazioni e interpretazioni da parte di chi l’ha già goduta tutta d’un fiato.
 
Le riprese in piano sequenza, veloci, rapide, un susseguirsi di dialoghi densi e pregni di emotività lasciano lo spettatore basito e attonito. La verità è che, come sempre accade, la serie è un vero e proprio incontro con una delle domande fondamentali dell’uomo “si nasce cattivi o lo si diventa?”.
 
Nei genitori ciò che si attiva è una paranoicizzazione della relazione con l’adolescente, il timore di non conoscere davvero chi ci sta di fronte e la conseguente necessità di trovare un modo per controllare il più possibile sia la bontà della propria capacità genitoriale, sia ciò che accade nella stanza dell’adolescente.  Questo perché la “paranoia” è sia che il proprio/a figlio/a possa essere la vittima, sia il carnefice.
 
Il controllo sembra non essere mai abbastanza: chi è la persona che un giorno prima disegnava arcobaleni e macchinine con le scritte “ti voglio bene mamma” e adesso mi chiude in faccia la porta di camera sua? Da genitori sembra di non sapere più nulla del proprio/a figlio/a e ciò spaventa anche perché, di conseguenza, non so né cosa gli può succedere, né cosa potrebbe fare. 
 
Immaginiamoci come questo possa attivarsi in modo ancora più forte in una relazione con un figlio con background adottivo di cui, spesso, non si conoscono (e non si possono conoscere) pezzi della sua storia. Il controllo, in ogni caso, non è la soluzione. Anzi.
 
Ciò che serve con l’adolescente è la supervisione, il “ci sono ma senza invaderti”, la vicinanza emotiva, l’accettazione del malessere. Un essere presente in punta di piedi, in un momento fondamentale della vita dei ragazzi in cui ciò che vengono chiamati a fare è una vera e propria separazione dai propri genitori. 
 
Ciò che il padre di Jamie risponde alla madre nell’ultima puntata è emblematico.
 
M: “Penso che avremmo dovuto fermarlo”;
P: “Ricordi cosa ci ha detto la psicologa, non è colpa nostra”.
 
Questo perché i genitori hanno bisogno di sentirsi meno responsabili delle azioni negative dei propri figli e delle proprie figlie. Ma gli errori fanno parte dell’umano, è inevitabile che una quota di responsabilità ricada anche su di loro. Tutto ciò che un genitore può fare è, seguendo ciò che dice lo psicoanalista Donald Winnicott, essere un genitore sufficientemente buono. Non si può controllare tutto, ma soprattutto, da genitori, dobbiamo imparare che i nostri figli possono anche soffrire e stare male. Dobbiamo riuscire ad accettare il loro malessere come parte integrante del loro vissuto di crescita. E dobbiamo accettare la nostra quota di fallibilità nel ricoprire questo ruolo. Faremo sempre degli errori, non si può essere dei genitori perfetti. Ma possiamo sempre provare ad essere le migliori figure di riferimento che nostro/a figlio/a potrà mai avere. 
 
Dall’altra parte quello che si attiva è una vera e propria identificazione con Jamie, un ragazzo all’apparenza normalissimo, come potrebbe essere ciascuno di noi, ma che si ritrova a compiere un atto di una cruenza imprevedibile. Viene proprio da chiedersi: “Ma quello sarei potuto essere io?”. 
 
L’idea del male è qualcosa che, da sempre, spaventa e affascina al tempo stesso tutti noi. La serie attiva la nostra parte identificativa proprio perché sentiamo tantissimi punti di vicinanza con il protagonista e con il suo contesto familiare. Ci sentiamo simili a loro e, di conseguenza, ci interroghiamo su di noi. Ci spaventiamo e ciò ci fa chiedere a gran voce che qualcuno possa rassicurarci sul fatto che no, noi non potremmo mai essere così e arrivare fino a quel punto. 
 
Non dobbiamo farci prendere da questo terrore, non abbiamo bisogno di controllare o di controllarci. Abbiamo bisogno di non smettere mai di farci delle domande su cosa sta succedendo, come ci sentiamo a riguardo, sul non dare nulla per scontato, soprattutto la nostra parte emotiva. Lasciando spazio a tutta quella gamma di emozioni che noi etichettiamo come “negative” ma che sono invece necessarie alla sopravvivenza, come rabbia e tristezza. Soprattutto in famiglia, queste devono essere emozioni esprimibili e accettate dal contesto. 
 
Questo è ciò che la serie ci insegna e ci smuove: l’adolescenza non è un enigma da risolvere, ma un processo da attraversare, con tutte le sue complessità. Non possiamo sapere tutto, non possiamo prevedere tutto, ma possiamo esserci, accogliere, ascoltare senza paura. Perché forse il vero antidoto al terrore del male non è il controllo, ma la possibilità di esistere ed esprimersi, anche nei momenti più oscuri.
 
 

 

Autore

Monica Picasso, psicologa clinica e psicoterapeuta

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