Trascrizione e adattamento a cura di Marta Grassilli dell’intervento che Leonardo Luzzatto (psicologo, psicoanalista) ha tenuto il giorno 4 maggio 2024 nell’ambito del ciclo di seminari “Parliamone con” organizzati dalla sezione di Roma. Il titolo originale dell’incontro è “La rabbia”. Al centro dell’intervento “le rabbie”, nelle loro diverse declinazioni e origini; come riuscire a comprenderle, gestirle e interpretarle nella giusta ottica.
Abbiamo riportato in modo quasi integrale l’intervento di Leonardo Luzzatto, caratterizzato da un tono di conversazione con gli uditori e dalla capacità del relatore di raccogliere tutti gli stimoli forniti dalla platea, affrontarli e restituirli nell’ambito di un quadro organico e particolarmente stimolante.
Mentre ero seduto in poltrona a pensare a cosa potessi dirvi sulla rabbia, mi è venuto in mente che non è giustificato parlare di “rabbia” al singolare, come se la rabbia fosse qualcosa di uniforme. Mi è venuto invece spontaneo parlare di “rabbie”, perché esistono tanti tipi di rabbia. Da un punto di vista psicologico esistono forme di rabbia non provocate apparentemente da qualcosa di esterno, ma da eventi interni ed esistono invece forme di rabbia provocate da eventi esterni. Esistono forme di rabbia che coinvolgono altre persone, che possiamo chiamare rabbie interpersonali o relazionali. Ed esistono invece rabbie che riguardano sé stessi, che definirei intrapersonali, quando c’è una sfasatura tra come si vorrebbe essere e come ci si sente di essere, o tra come percepiamo che gli altri vorrebbero che fossimo e come noi sentiamo di essere. Queste ultime, anche se nella loro manifestazione coinvolgono altre persone, nascono però dall’interno.
Ho ricevuto un elenco di questioni che alcuni di voi hanno già posto in preparazione all’incontro di oggi. Molte di queste evidenziano come la rabbia sia facilmente collegata alla paura. Quindi una prima questione è il binomio: rabbia-paura. A proposito di questa paura, è bene considerare che la rabbia reattiva tra le varie reazioni possibili è una forma di reazione attiva che, anche nel suo essere distruttiva, possiamo considerare più costruttiva rispetto all’altra possibile reazione, di flessione dell’umore, di chiusura e di ritiro.
Altra questione: la rabbia è contagiosa. C’è un gioco di circolarità della rabbia: se la rabbia suscita da una parte paura, dall’altra suscita rabbia in risposta alla rabbia. E quindi, anche la rabbia ricevuta diventa uno di quei fenomeni avversi a cui si può rispondere in modo attivo, rabbiosamente, o in modo passivo, ovvero soffrire per la rabbia che qualcuno esprime e che noi non ci aspetteremmo o non vorremmo ricevere.
Dopo questo preambolo servito per fissare alcune parole d’ordine, ci fermiamo per vedere se quanto detto è già utile a stimolare alcune riflessioni.
Intervento dal pubblico: Sono più interessata a capire come possiamo declinare la nostra rabbia, perché il figlio non è quello che noi vorremmo che fosse o non fa quello che noi vorremmo che facesse.
L.: Come abbiamo visto, ogni volta che ci troviamo di fronte alla rabbia ci dovremmo domandare che tipo di rabbia è e da dove nasce. Spesso la rabbia segue una delusione. La delusione nasce da una aspettativa e molto spesso l’aspettativa è legata ad una idealizzazione. Ci si costruisce un’idea della realtà migliore di come la realtà è, perché è mescolata a come vorremmo che fosse. Le cose poi si realizzano come è possibile, come il contesto fa sì che accadano. E se non sono a livello dell’aspettativa, si vive una delusione a fronte della quale o si è capaci di fare un passo indietro, rinunciando all’obiettivo idealizzato, perché si è capito che è irrealizzabile, o ci si arrabbia.
Non tutte le rabbie nascono da una forma di delusione. Altre volte le rabbie sono legate al mancato rispetto di un accordo palese preso, come il caso in cui si stabiliscono in famiglia delle regole e queste vengono violate da un figlio che non sta ai patti. Queste due rabbie non sono uguali. La prima, quella legata alla delusione, nasce da una aspettativa interiore che noi coltiviamo nei confronti del figlio; l’altra nasce dal comportamento del figlio dopo che avevamo raggiunto un accordo su una cosa possibile e condivisa.
Come si gestisce allora la rabbia, nostra e dei nostri figli? Il successo dipende dal fatto che abbiamo compreso che tipo di rabbia abbiamo di fronte. Se diamo la stessa risposta ai due tipi di rabbia le cose non funzioneranno. Rispondo in parte alla domanda, ‘cosa bisogna fare quando un figlio si arrabbia? bisogna ritirarsi, non contrapporsi e aspettare che sbollisca o bisogna cercare di parlare?’. Se il problema è il rispetto delle regole, se ci si ritira arrabbiati e si toglie il dialogo, non si arriverà mai a un punto di accordo o di rinegoziazione delle regole, in modo che queste possano essere rispettate. Per quanto riguarda la delusione, se da una parte c’è un adolescente che si ritira e quindi non corrisponde alle nostre aspettative, dall’altra c’è un genitore che incalza, come un gioco tra schermidori. Se uno attacca l’altro arretra, ma deve trovare una posizione da cui rintuzzare l’attacco. Bisogna invece saper girare, muoversi uno intorno all’altro, come due ballerini in pista, che non perdono mai il contatto tra di loro. Danzare insieme non è sempre facile, ma sicuramente è più divertente dello scontro tra due schermidori.
Intervento dal pubblico: la rabbia spaventa.
L.: La rabbia spaventa, è comprensibile. Ma spaventa di più la rabbia che arriva da fuori, quella che urta la nostra superficie, che è come un pugno che ci colpisce il corpo, verso cui vogliamo e dobbiamo mettere delle barriere, oppure spaventa di più la rabbia che riesce così bene a superare le nostre difese che ce la troviamo dentro ed è come un attacco di gastrite? Perché questa è la rabbia che la rabbia muove dentro di noi, l’altra è la rabbia che ci colpisce da fuori, anche a tradimento, che può anche far sentire dolore e contro cui ci viene da creare barriere. Creare barriere verso la rabbia che ci ha trapassato ed è finita dentro lo stomaco è un’altra faccenda.
Intervento dal pubblico: Mi piace che iniziamo proprio con la rabbia dei genitori. Mi sono molto ritrovata nella definizione di rabbia contagiosa. Pensavo di essere una persona abbastanza pacata e controllata, ma in questi anni di vita con nostra figlia ho invece conosciuto la rabbia, nelle sue forme più violente di gastrite e di pugno allo stomaco. Mia figlia mi ha insegnato una emozione che non avevo mai vissuto. A differenza dell’inizio, quando non la capivo e reagivo in maniera scomposta, adesso capisco. Ma il capire da dove nasce la sua rabbia mi fa ancora più rabbia, perché scatena in me un senso di impotenza e di frustrazione.
L.: Mi sembra molto interessante quanto detto, cioè che fino a che non capisco mi arrabbio, ma mi arrabbio meno. Quando capisco mi arrabbio ancora di più perché provo frustrazione legata a un senso di impotenza. Questo vissuto ci dice una cosa molto importante, ovvero che noi non impariamo solo attraverso il ragionamento logico, ma anche attraverso l’impatto emotivo ed emozionale. Quello che succede a questa madre quando sa e capisce, è che vive ancora di più l’impotenza e la frustrazione. Più si sente impotente e frustrata, più le viene di arrabbiarsi, perché sembra che niente funzioni. Invece, sarà molto efficace se riesce a fare un passo indietro, come quando osserviamo un quadro. Se ci avviciniamo osserviamo un dettaglio, ma se arretriamo un poco lo vediamo in modo diverso nel suo insieme. Credo che il senso di impotenza e frustrazione abbia molto a che fare con l‘origine della rabbia della figlia. Quel senso di impotenza e frustrazione non è soltanto una faccenda privata, ma è qualcosa che in quel momento la madre sta condividendo con la figlia. E se la madre provasse a parlare di quello che le succede forse la figlia si fermerebbe a pensare a quello che le sta dicendo la madre. Forse la prima volta le farebbe un effetto strano, ma poi potrebbe anche interrompere una risposta rabbiosa per inserire qualcosa di diverso. Questo perché, se la rabbia è contagiosa, vuol dire che dopo il primo minuto di espressione genuina della rabbia la situazione non riguarda più solo uno, comincia a diventare comune. La rabbia si sparge un po’ come l’olio sopra l’acqua, che si allarga e coinvolge tutto lo spazio disponibile. A quel punto stiamo parlando di qualcosa che è condiviso da chi la rabbia la produce e da chi la riceve. La gestione migliore non è quella che rimette la rabbia dentro o che la neutralizza. A volte viverla consente anche di immaginare come si sente l’altra persona e apre alla possibilità di condividere piuttosto di respingere e dividere. Ed elaborando la propria parte si contribuisce ad elaborare una parte di quella altrui.
Replica della madre: La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltandola è che io ho paura a far vedere a mia figlia la mia frustrazione, per non trasferirle un senso di ulteriore fragilità.
L.: Quando parlavo di idealizzazione pensavo anche a questo. I figli attraversano un periodo, quando sono piccoli, durante il quale sentono che i genitori sono infallibili, possono risolvergli tutti i problemi. E a lungo è esattamente così, ma più crescono meno questo è vero. Invece si cerca di far rimanere viva questa idealizzazione a lungo. Io non penso che l’infallibilità dei genitori sia una idea protettiva. Intanto, perché è inesorabilmente destinata, come ogni idealizzazione, a produrre frustrazione quando ci si confronta con la realtà. Qualunque idealizzazione, quando si incontra con un limite, deve essere lasciata andare. Le illusioni, come diceva Winnicot, sono fondamentali per un bambino piccolo, fintanto che non è in grado di tollerare l’incontro con la realtà. Man mano che la incontra e la può tollerare, anche con l’aiuto dei genitori che sono fondamentali nel filtrarla, l’illusione diventa sempre meno necessaria, soprattutto l’illusione dell’onnipotenza. Quando un bambino è pronto, il fenomeno psicologico che si verifica è quello della dis-illusione, ossia la possibilità di lasciar andare ciò che non serve più. Quando invece l’illusione viene interrotta troppo presto, quando il bambino non è ancora pronto ad affrontare la realtà, si sperimenta la delusione. Possiamo pensare che ciò non valga solo per i bambini ma per tutti noi. Per cui, cosa significa quando rimaniamo delusi di qualcosa? Significa, al di là di quello che succede all’esterno, che dentro di noi c’era una aspettativa illusa, che incontra una realtà di cui era difficile tenere conto e quindi sentiamo il dolore per qualcosa che ci trova impreparati. Potrebbe essere qualcosa di simile a quello di cui parlava la mamma che riportava un senso di impotenza e frustrazione, cioè di incontrare il proprio limite, avere un impatto con la realtà quando non si era preparati. E quindi il lavoro da fare in questo caso non è tanto sui figli, per contenere la loro rabbia, quanto piuttosto su sé stessi, per capire come mai si è stati colti impreparati.
Intervento dal pubblico: per me, abituata a cucinarmi la rabbia dentro, trovarmi a fronteggiare la rabbia di mio figlio è stata dura. Mi capita di arrabbiarmi quando si tratta di cose stupide, che potrebbero essere molto facili nella quotidianità e invece vengono rese difficili, perché dall’altra parte c’è l’opposizione e poi la rabbia. Mentre quando si tratta di cose più importanti, che richiedono una disponibilità di ascolto e comprensione, riesco a fare un passo indietro e a mettermi in una posizione di ascolto e di aiuto. Abbiamo visto che le cause della rabbia vengono da un “no”, dalla paura di una situazione nuova, dal passaggio da una situazione piacevole a una situazione diversa, come dalla stanchezza e dalla fame. E poi, chiaramente, ci sono quelle rabbie che vengono da lontano, dall’esperienza di nostro figlio. Quello che nel tempo è cambiato è l’intensità e la frequenza. Se prima erano veramente molto forti, adesso avvengono in maniera più contenuta e regolata.
L.: Mi hanno colpito tante cose in quello che è stato appena detto. Quando si tratta di cose “stupide” mi arrabbio. Questo richiede che esista una categoria condivisa di ciò che è facile e ciò che difficile. E questa categoria è sicuramente diversa tra genitori e figli. Ciò che è facile può essere definito stupido. Questa è una nostra abitudine. Noi valorizziamo ciò che è difficile e svalutiamo le cose facili e raggiungibili. Avere a che fare con cose stupide fa arrabbiare tutti noi, che preferiamo avere a che fare con cose importanti. Il problema è il punto di vista. Domandiamoci, piuttosto, se quello che a noi sembra tanto banale e facile lo sia anche dall’altra parte. Se lo è, come mai qualcuno lo complica e lo fa diventare di capitale importanza?
L’altra questione è quella dell’intensità e frequenza della rabbia dei figli. Aumenta l’intensità e frequenza della rabbia nei figli e aumenta la paura, lo spavento, l’impotenza dei genitori. Mi permetto di essere irriverente e invito a capovolgere la situazione. Quando uno psicologo parla con una coppia e vuole sapere qualcosa della relazione della coppia, prima o poi va sempre a finire alla domanda, ‘la sessualità come funziona? Quanto è frequente, quanto è intensa?’. In quel caso l’intensità e frequenza hanno una valenza positiva. Invece quando parliamo di rabbia, che è sempre una forma di relazione, l’intensità e frequenza diventano qualcosa da limitare. Ma se anche la rabbia è una forma di comunicazione, l’aumento di intensità e frequenza ci parla dell’urgenza di affrontare qualcosa. Come un semaforo che aumenta in intensità e frequenza quando sta per cambiare colore, perché ci sta mettendo sull’avviso. Sicuramente la rabbia è sgradevole, ma se la prendiamo come un segnale di pericolo e come una richiesta di aiuto, ci permette di metterci nella condizione di attivarci.
Sono stati toccati tanti altri temi, come la mancata soddisfazione di bisogni e la rabbia che viene da lontano. Per quanto riguarda il caso dei genitori adottivi, uno dei compiti che devono affrontare, perché può essere giocata solo con loro, è la rabbia del figlio rivolta verso i genitori originari. Mi rendo conto che c’è una sorta di ingiustizia. Io ti accolgo, ti amo, ti considero mio figlio, tu sei arrabbiato con i genitori che ti hanno trattato male e te la prendi con me. Ma la rabbia, così come gli affetti, si può esprimere solo con chi c’è, anche quando riguarda gli assenti.
Intervento dal pubblico: sono interessata ad ascoltarla sull’esternazione della rabbia non tanto da un punto di vista verbale, quanto fisico. Parlando chiaramente, quando ti mettono le mani addosso e distruggono la casa. Fino a poco tempo fa la strategia era quella di lasciare il campo. Ma ora non funziona più.
L.: Parliamo della distruttività. È bene che ci poniamo una domanda. Chi picchia o distrugge, sta distruggendo cose nostre, cioè cose altrui dal suo punto di vista, o sta distruggendo cose sue?
C’è una grandissima differenza rispetto a come affrontare la distruttività di cose proprie, che compongono il senso di sé, e cose che appartengono agli altri. A volte la distruttività verso gli altri nasce dall’invidia. Rompo qualcosa che tu hai e io no, oppure attacco qualcuno che ha delle cose che io vorrei e non ho. L’invidia, che può essere anche costruttiva quando mi adopero per ottenere quello che vorrei, altre volte invece muove distruttività.
Rendere “sue” queste cose può cambiare moltissimo la situazione. Ad esempio, rispetto a un figlio che ruba, il primo antidoto può essere quello di mettere una somma a disposizione di tutta la famiglia nel caso in cui qualcuno ne avesse bisogno. In questo caso, quel denaro che lui prende non è più altrui, ma è anche suo. Quindi si sposta il baricentro, sia del senso di potenza, ovvero del poter fare, perché i soldi poi servono a quello, sia il senso di ciò che si ha, che compone in parte anche ciò che si è.
Parlando di attacco fisico, e riprendendo la metafora del judo, dove chi viene aggredito arretra e assorbe la forza dell’aggressore e la utilizza nei suoi confronti, arretrare e assorbire l’aggressività dell’altro è sempre una buona strategia iniziale, ma come diceva la signora, fino a un certo punto funziona e poi non funziona più, perché l’altra persona impara ad attaccare in altro modo. Quando si tratta di agiti fisici, il problema è capire se sta picchiando qualcuno che gli appartiene affettivamente o qualcuno che è lontano da sé. Quando c’è una estraneità, allora l’aggressività è un problema di un certo tipo e lì bisogna pensare a come può essere contenuta. Quando invece l’aggressività è una particolare forma di intimità, perché sta aggredendo qualcosa che gli appartiene affettivamente, allora si può fare molto di più come genitore, perché si può cercare di capire come mai un figlio aggredisce qualcosa che ama, invece di avere la reazione automatica, ‘se mi picchia non mi ama’. Perché spesso non è affatto così. Si può colpire qualcosa che si ama in una rabbia in cui amare qualcuno fa sentire anche debolezza o dolore. Questa è una faccenda in cui i genitori possono diventare molto importanti, per esempio per far tornare il figlio a ricevere aiuto da qualcuno più competente a scandagliare l’interiorità. Non è facile.
Intervento dal pubblico: Io sono interessata, come figlia adottiva, a capire come affrontare la rabbia dei miei genitori verso di me, per aver cercato e trovato la mia famiglia di origine.
L.: Viviamo in una cultura che ha sempre esaltato il vincolo genitoriale, soprattutto materno. Invece non ci sono un solo padre e una sola madre che svolgono un ruolo genitoriale. Molti di noi avranno sperimentato, almeno in certi momenti della vita, un legame più forte affettivamente con un’altra persona che non con la madre o il padre, con persone che a volte hanno determinato scelte fondamentali di vita. A volte capita che i genitori adottivi desiderino fortemente colmare la mancanza di figli nati da loro essendo considerati genitori unici. Nell’adozione, tutti i genitori adottivi devono tenere conto che non sono genitori unici, ma non tutti riescono a farlo. Tanto più siamo feriti dalle nostre impotenze, tanto più difficile ci risulta superarle. Può succedere che ci siano dei genitori che considerano tabù il discorso delle origini perché li fa soffrire e quando la figlia adottata va a cercare le proprie origini, questo viene vissuto come una sorta di tradimento, vivendo l’abbandono della figlia adottiva, senza pensare che quell’abbandono la figlia lo ha già vissuto prima di loro, quando è stato necessario andare in adozione, e che, come loro vogliono riparare quello che sta succedendo ora, anche lei vuole riparare quello che è successo allora.
Intervento dal pubblico: vorrei affrontare l’aspetto del rancore, il post-rabbia, il non saper circoscrivere l’emozione al momento, ma lasciarsi intossicare dai postumi della “sbornia”.
L.: La prima cosa che ho imparato quando da adolescente ho preso la mia prima sbornia è che se vomiti stai meglio. Se equipariamo l’esplosione rabbiosa al vomito, direi che è liberatoria. Allora il rancore potrebbe essere il residuo della rabbia non esteriorizzata, non messa in gioco, cioè quell’acidità che ti rimane dentro quando la rabbia non è stata buttata tutta fuori. Se rimane un residuo, forse bisogna pensare come mai, nonostante la botta di rabbia, espressa o ricevuta, è rimasto qualcosa dentro, che forse non capiamo bene, abbiamo paura a esprimere, forse per le conseguenze che potremmo causare con l’intensità della nostra reazione. Se riusciamo a individuare quello che è il residuo non elaborato, non messo in gioco, il rancore potrebbe diminuire.
Intervento dal pubblico: Mi risuona questo: l’esplosione di dolore causa l’esplosione di rabbia. La rabbia cala ma il problema rimane. Sto pensando all’abbandono che i nostri figli hanno subito e alla nostra impotenza nel cambiare questa storia. E allora aggiungo anche un’altra parola che ritengo importante: il tempo.
L.: La rabbia cala, ma il problema rimane. Su questo sono d’accordo. Non si può cambiare il passato, è vero. Ma il modo in cui il passato viene vissuto, sì. Se ci fa male il trauma subito da nostro figlio, al quale non possiamo porre il rimedio della cancellazione, allora dobbiamo curare il nostro dolore. Perché, invece, il vissuto di quello che è stato traumatico, nel tempo può cambiare. E anche se non si può cancellare quello che è stato se ne può cambiare la qualità.
Grande medico il tempo. Però il tempo da solo non basta. Il tempo nella cultura greca antica ha due nomi: Kronos e Kairos. Se Kronos è il tempo che scorre, la quantità di tempo, Kairos è la qualità del tempo. È un grande medico la qualità del tempo, non la quantità. Il tempo che trascorre non fa dei saggi, ma dei vecchi. È il tempo che scorre in un certo modo che fa dei saggi. Per cui il tempo è importante e dobbiamo imparare ad aspettare il tempo debito, il tempo opportuno, e non forzarlo. Ma non possiamo neanche stare ad aspettare eternamente. Come non basta l’esplosione di rabbia. Come per lo spumante, quando il tappo salta esce un po’ dello spumante ma il resto bisogna versarlo nei bicchieri giusti.
Intervento dal pubblico: Mi ha colpito la distinzione che lei ha tentato di tracciare, ovvero se i nostri figli stanno aggredendo qualcosa che sentono come proprio o qualcosa di estraneo. Gli psicologi ci hanno spiegato che tutta quella rabbia che nostra figlia riversa su di noi, non è per noi. Siamo come dei punching ball, perché non ha nessun altro con cui farlo. Il mio dubbio è se loro, in quei momenti, abbiano consapevolezza che stanno aggredendo qualcosa che gli appartiene affettivamente. Oppure colpiscono noi perché hanno paura di amare. O colpiscono noi perché siamo più vicino a loro, ma potrebbero colpire chiunque?
L.: Come fanno i figli a capire che stanno colpendo qualcosa che gli appartiene affettivamente? Riguarda il senso di appartenenza, che è molto importante ed è qualcosa che si costruisce anche quando riguarda un figlio biologico. Forse a volte bisogna chiederglielo e forse a volte bisogna dirglielo: “Quello che stai attaccando è tuo, io sono tuo”.
È vero, tutti gli psicologi dicono, non sta picchiando lei, sta picchiando la madre di origine. È una frase che serve fino a un certo punto. Certo, l’aggressività non può essere espressa che verso genitori che ci sono. Fa parte dei compiti dei genitori adottivi affrontare questa situazione, il che li rende diversi dai genitori biologici. I genitori adottivi la sentono un po’ come una ingratitudine; in realtà fa parte del gioco dell’adozione essere lì anche quando le cose vanno male. È vero che a volte finiscono al pronto soccorso i genitori adottivi per conto di quelli originari, ma a volte è l’unico uso che possono fare i figli dei genitori adottivi, prima di farne un uso diverso.
Intervento dal pubblico: quando mio figlio ha alzato le mani io ho avuto paura per me, per l’indifferenza nel provocare dolore ad altri, ed ha scatenato fantasie: chi sarà da grande?
L.: Quando sono indifferente a qualcosa non la considero. Se la sto distruggendo o attaccando non sono indifferente. Quando si fa del male a qualcuno succede dentro qualcosa, non c’è lo zero assoluto. Non si picchia automaticamente senza rendersene conto, si picchia per attaccare qualcosa. E anche l’odio è tutt’altro che indifferenza. Bisogna invece cercare di capire da dove nasce quel sentimento di odio.
Intervento dal pubblico: all’eccesso di rabbia segue sempre il senso di colpa. Come gestirlo?
L.: È una bella triade: rabbia, paura e colpa.
La colpa arriva quando abbiamo una serie di dogmi che ci dicono come dovremmo essere. Abbiamo in mente una immagine ideale di noi, o degli altri, e l’impatto con la realtà non coincide con questo ideale. Se la sfasatura tra come dovremmo essere e come siamo riguarda uno di questi dogmi si prova un senso di colpa. Provare colpa, come l’invidia, può essere negativo, perché ci si disattiva e ci si scoraggia; può essere positivo, perché funge da stimolo per colmare quel gap tra come vorrei essere e come sento che sono.
Intervento dal pubblico: mio figlio in un accesso di rabbia ha spaccato il suo portatovagliolo. Si è poi dispiaciuto e lo ha riparato.
L.: Quando un figlio ripara va benissimo. Esiste un’arte orientale, il Kintsugi, “il valore delle cose riparate”, secondo la quale usare l’oro per tenere insieme i pezzi di porcellana di un vaso che si è rotto aumenta il valore dell’oggetto. Il figlio ha dimostrato che è capace di riparare e questo dovrebbe far sentire i genitori molto meglio. Va bene così. Riparare il portatovagliolo è un bellissimo esempio di come rompere talvolta sia meglio di non rompere.
Siamo arrivati alla fine.
Forse siamo riusciti a vedere che la rabbia non è una biglia di acciaio che sta dentro una scatola ma è una scatola nella quale ci sono dentro tante cose, oltre alla biglia di acciaio.