Mi è doveroso fare una precisazione in apertura di questo articolo.
 
Collaboro felicemente e proficuamente con molti insegnanti che quotidianamente lavorano con impegno e dedizione nella scuola. Ciò che scriverò riguarda esperienze che, per fortuna, non rappresentano la totalità dei colleghi, che non devono e non possono dunque essere generalizzate.
 
Tuttavia, scrivo perché il numero di queste esperienze è tale da costituire un campanello d’allarme, talvolta una sirena assordante, che ci richiama alla riflessione su cosa si intenda davvero per inclusione e quanto mare passi, in molte situazioni, tra la teoria e la pratica educativa.
 
Cercherò quindi di esprimere il mio pensiero che è da intendersi relativo alle cattive pratiche, purtroppo in crescita e purtroppo potenzialmente invalidanti di un impegno massiccio e
appassionato, che ha puntato alle eccellenze, rappresentative di una scuola inclusiva, accogliente e rispettosa delle diversità.
 
Sapete cosa sono i GLO? GLO significa Gruppo di Lavoro Operativo: la legge prevede tre incontri l’anno che la scuola convoca alla presenza dell’équipe docenti, della famiglia e degli esperti che si occupano dello studente con disabilità. Il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione) è l’organo collegiale che procede alla stesura e all’approvazione del PEI (Piano Educativo Individualizzato) per gli alunni con disabilità certificata (Legge 104/1992). È composto da tutti i docenti del Consiglio di Classe e presieduto dal Dirigente Scolastico (o figura delegata). Possono partecipare, su invito e approvazione, altre componenti esterne che lavorano a diversi livelli con lo studente e con la sua famiglia.
 
La legge recita “nell’ambito della promozione all’inclusione scolastica, la costituzione del GLO garantisce ad alunni e studenti con disabilità il diritto all’educazione e all’istruzione, che non possono essere impediti da alcuna difficoltà di apprendimento né da altre complicazioni connesse a diversità funzionali”.
 
In sintesi, durante gli incontri del GLO, le diverse professionalità discutono tutte le misure, le strategie e gli interventi che consentano allo studente di integrarsi al meglio nella classe e di poter
raggiungere gli obiettivi di apprendimento – ma anche, con pari importanza, di godere di una socialità tra pari – ritenuti adeguati alla sua persona e alle sue possibilità.
 
C’è quello iniziale, quello intermedio e quello finale.
 
In teoria tale cadenza dovrebbe garantire il monitoraggio, la verifica che gli interventi adottati siano efficaci e l’eventuale aggiustamento, integrazione e revisione di quando stabilito nell’incontro precedente. 
 
Partecipare agli incontri del GLO, spesso, rappresenta per me una delle esperienze più frustranti e avvilenti della mia professione. Da anni – credo si sia approfittato del COVID per mettere la modalità a sistema – in molte scuole gli incontri avvengono a distanza.
 
Ho l’impressione che la scelta di questa modalità abbia come obiettivo quello di ottimizzare i tempi.
 
Ovvero si inizia con un numero X di insegnanti presenti, che a turno avvertono che fra 10/15/20 minuti dovranno assentarsi per partecipare a un altro GLO che nel frattempo comincia.
La catena di montaggio di GLO, la chiamo io.
 
Per quanto ormai viva questa incredibile esperienza da anni, non riesco a farmene una ragione. Perché, penso, al centro dell’incontro ci sta una persona, non un bullone.
 
I temi trattati sono delicati, richiedono spazio di riflessione, confronto, attenzione. Come si fa in quel viavai dove uno parla poi se ne va, arriva un altro che dice il contrario e che poi se ne va e ne arriva un altro ancora, e poi magari c’è anche quello che sta con la telecamera spenta perché sta facendo anche un’altra cosa ma ci garantisce che comunque ascolta?
 
Si finisce per fare una specie di avvilente contrattazione sulle concessioni all’alunno – mappe sì, ma con moderazione; interrogazioni programmate va bene, ma non sempre con sufficiente preavviso; comunicazioni alla famiglia, cerchiamo di farlo, ma siamo oberati. In sottofondo, la sensazione che l’alunno con disabilità sia questione dell’insegnante di sostegno che in qualche modo dovrà sbrigarsela.
 
Durante il GLO si legge il PEI – Piano Educativo Individualizzato – che riporta le strategie educative e formative adottate per rendere l’ambiente di apprendimento favorevole allo studio e alla crescita della persona. Piacciono molto i termini in inglese: role playing, brainstorming, mastery learning, circle time
 
Quando chiedo cosa si intenda, in cosa consista esattamente – anche nel rispetto di genitori che non necessariamente conoscono termini tecnici e per di più in inglese – ricevo spiegazioni su cui sorvolo, poiché sono partita già troppo polemica e non voglio esagerare.
 
Nel libro “Attrazione speciale” Giovanni Merlo ripercorre le strade che a tutt’oggi portano alla separazione della vita dei bambini e dei ragazzi con disabilità da quella del resto dei coetanei.
 
L’autore dà voce ai genitori che hanno scelto per i loro figli la scuola speciale, una scuola per persone con disabilità in risposta alla fatica – talvolta oltre le umane possibilità – di frequentare una scuola pubblica incapace di mettersi in discussione rispetto al proprio agire educativo e in ascolto rispetto ai bisogni degli studenti e delle loro famiglie.
 
È stato scritto nel 2015 e in questi nove anni le scuole speciali sono cresciute, in numero significativo, soprattutto al nord. Nella scuola pubblica i nostri figli sono stati massacrati, almeno in queste scuole recuperano dignità, godono di accoglienza, possono sperare in un futuro…
 
C’è un termine che definisce ciò che spesso accade nella scuola e nella società: abilismo. Un atteggiamento discriminatorio e pregiudizialmente svalutativo verso le persone con disabilità.
 
Nel libro a fumetti “Che brava che sei”, un capitolo è dedicato ad “abilismo e scuola”. Uno dei primi ambiti in cui un bambino con disabilità affronta l’abilismo è la scuola, un ambiente che dovrebbe essere protetto, accogliente e inclusivo per chiunque, ma che spesso non è pensato per tutti i tipi di corpi-menti.
 
Nel capitolo sono presenti varie storie di studenti con disabilità che si trovano di fronte insegnanti che li sottovalutano e che si aspettano poco da loro, scuole piene di barriere architettoniche, gravi difficoltà a partecipare alle gite scolastiche come tutti gli altri compagni di classe.
 
Le autrici – Maria Chiara e Elena Paolini – spiegano che il termine abilismo fatica ad entrare nell’uso comune a causa di secoli in cui la disabilità è stata trattata alla stregua di tragedia individuale, anziché come tema politico e sociale che richiede una riflessione e un impegno collettivo da parte della comunità.
 
Ecco, un alunno con disabilità NON è un poveretto a cui fare concessioni, è persona portatrice di diritti e di valori. La sua presenza in classe, insieme alla presenza di tante, infinite storie speciali dovrebbe essere parte di un sistema educativo che fa respirare agli studenti le possibilità di conoscere e di lasciarsi coinvolgere e affascinare dalle differenze, opportunità di crescita, arricchimento e formazione.
 
Appartengo alla generazione che ha vissuto con passione la chiusura degli istituti speciali e ha fattivamente collaborato per aprire le classi, buttare giù i muri, eliminare le stanzette e i corridoi dove mandare gli studenti che non rispondevano a presunti canoni di adeguatezza.
 
Sono contraria al ritorno alle scuole speciali, lo considero un fallimento, una caduta degli ideali pedagogici che mi hanno guidata in tanti anni di lavoro.
 
Ciò detto, lavorando al fianco di genitori che quotidianamente, ingiustamente, devono farsi guerrieri perché i diritti dei loro figli siano riconosciuti, mi sento di affermare che li capisco e che forse, al loro posto, cederei alla tentazione di sottrarre i miei figli a una scuola che non li vuole.
 
Dedico questo articolo a Stefano, a Maria, a Sandro, e a tante altre persone speciali che ho incontrato nel mio percorso professionale.
Da anni, con una tenacia che mi colpisce e mi insegna, vanno avanti, destreggiandosi tra mille piccoli soprusi. A loro la mia stima, il mio appassionato tifo e la promessa che non smetteremo di ribellarci. 
 

Autore

Monica Nobile - pedagogista, tutor dell’apprendimento, counselor

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