1. Premessa
Per fare un piccolo inciso a dimostrazione che i bambini sono talvolta più saggi di noi adulti, mi piace qui ricordare quanto disse Martina alla sua mamma adottiva a proposito del suo desiderio di recarsi in viaggio nel suo paese d’origine per conoscere la sua prima mamma.
La madre, seguendola nelle sue riflessioni, le disse che però non sapeva il suo indirizzo e Martina prontamente rispose: “Ma io ce l’ho. Mi ha dato un fogliolino quando ero nella sua pancia e lì c’è scritto il suo indirizzo”. (Martina, 6 anni, entrata in istituto dopo un mese dalla sua nascita e giunta in Italia a due anni di età).
“nessuno mette in dubbio l’influenza delle esperienze neonatali; ciò che è controverso è la fissità di questi primi profili. I sostenitori della concatenazione credono che alcune di queste aspettative e reazioni emotive della prima infanzia non saranno né trasformate né eliminate dagli avvenimenti successivi. E’ questa l’affermazione discutibile” (2001, p.148).
Come sostiene Karen Horney,
“l’essere umano, purché gliene si presenti la possibilità, tende a sviluppare le proprie potenziali capacità umane. Egli manifesterà allora le particolari energie vitali del suo vero sé” (1950, p.15).
2. La ferita dell’abbandono
Karen Horney sostiene che l’essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi (1950, p.35). Se il bambino, nell’interagire con l’ambiente cha ha cura di lui, si sente accolto nell’espressione dei suoi desideri, se il suo affermarsi nella differenza dall’altro non incontra ostacoli ma attenzioni, è possibile che “interiorizzi il piacere della crescita, il piacere di sentirsi se stesso, dove il sentirsi separato dall’altro può essere vissuto come una conquista positiva e non come esclusione di sé o dell’altro” (Kuciukian, 1995, p.21).
Altro piccolo inciso con un esempio che, pur anticipando il tema dei paragrafi successivi, ci fa capire bene quanto abbiamo appena espresso, ma anche quanto i bisogni dei bambini adottati possano aiutarci a capire meglio gli imprescindibili bisogni di tutti i bambini. “Mamma, ma te sei venuta a prendermi perché volevi un bambino o perché mi volevi bene?” è la frase che ha detto Lorenzo (6 anni, adottato a 6 mesi) alla sua mamma. I bambini riescono a mettere al muro i genitori con le loro frasi improvvise e paralizzanti. Lorenzo sembra voler esprimere che due bisogni possono contrapporsi, tanto da doverne scegliere uno con l’annullamento dell’altro. Non è forse la sua storia, la storia di tanti bambini che hanno subìto nel loro passato una frattura nella continuità della loro esistenza? Non è forse la storia di tanti, troppi bambini non rispettati nella loro autenticità ed originalità di individui?
Se, al contrario, il bambino cresce in un ambiente che svaluta la sua individualità e ogni suo tentativo di autonomia, egli vivrà nel conflitto fra il desiderio di affermare la propria individualità – percepita però come un attacco all’ambiente da cui dipende – e il timore di perdere la protezione di cui ha bisogno. Pur di soddisfare il proprio bisogno di sicurezza, il bambino potrà allora conformarsi alle aspettative esterne, ai bisogni altrui, nel tentativo di contenere la sua “ansia di base” (Horney, 1950, p.16). Questa precoce modalità relazionale, segnata dall’uso dell’altro, può condurre ad un allontanamento progressivo dai propri sentimenti e desideri, fino all’alienazione dal vero Sé, “quella centrale, intima forza, comune a tutti gli esseri umani eppure unica in ciascuno, che è la profonda determinante dello sviluppo individuale” (ivi, p.15).
“Nei bambini più piccoli spesso è presente il comportamento dell’autodondolamento che riflette la mancanza di un abbraccio contenitivo, che è fisico, ma anche e soprattutto affettivo e mentale. La tendenza del bambino ad autococcolarsi per lenire i propri penosi stati d’animo può sfociare – soprattutto quando l’abbandono è avvenuto nei primi momenti di vita – in forme più violente e drammatiche (sbattere contro il lettino per darsi un confine, o contro un muro per distruggere i sentimenti interni di disintegrazione).
Più tardi l’ipereccitabilità motoria, che si presenta frequentemente, sta ad indicare ancora una volta il non essere stati contenuti e pensati, la difficoltà a stare dentro confini non sperimentati e a rispettare regole a suo tempo non introiettate. Anche la pseudoautonomia (l’essere “omini in miniatura”, il “far da sé”), che troviamo quasi di norma nei bambini adottati in età prescolare o scolare, testimonia il bisogno di negare l’assenza dell’Altro e di tenere distante la propria sofferenza: non si può aver bisogno dell’altro, altrimenti si dovrebbe ammettere quel dolore senza nome che fa troppa paura; non si può scoperchiare la propria pentola, altrimenti si rischierebbe di rimanere ancora una volta soli e terrorizzati. L’incapacità di piangere per una contusione o una ferita fa pure parte dello stesso aspetto. Si dice che tutti i bambini sono fatti di gomma, ma questi lo sono di più: hanno ridotto o perso la capacità di percepire il proprio dolore da cui progressivamente si sono anestetizzati; e non hanno la piena percezione dei pericoli, perché non conoscono il senso del limite che nessuno, o quasi, ha dato loro. Di solito conoscono le rigide regole dell’istituto, ma queste arrivano più tardi e si pongono in continuità con quanto hanno già cominciato ad agire dentro e fuori di loro. La mancanza del limite la ritroviamo in quei bambini che girano come forsennati in una piazza o dentro una scuola, sopraffatti dalla paura della propria paura e da stimoli eccessivi che non sono in grado di metabolizzare. La ritroviamo anche in quei bambini che, appena si trovano all’aperto, sembrano entrare in confusione, in sovreccitazione e, non avendo avuto un corretto attaccamento, seguono chiunque si ponga sul loro cammino” (De Bono, 2007, p.179-180).
Anche le difficoltà di attenzione e di apprendimento che spesso insorgono in età scolare sono da ricondursi alla prima relazione madre-bambino, all’interno della quale possiamo rintracciare i precursori del desiderio di conoscenza. Nella storia pregressa del bambino adottato il cammino dalla dipendenza all’indipendenza
“non si è probabilmente realizzato in modo adeguato e integrato; la difficile elaborazione della perdita dell’oggetto d’amore materno ostacola la possibilità di nuovi investimenti affettivi e intellettivi, riattivando nell’inconscio antiche angosce persecutorie che dilagano e occupano in modo massiccio la mente. Viene così impedita la formazione di uno spazio interno in cui introiettare la conoscenza e l’apprendimento. Separarsi significa avere dentro di sé un oggetto buono, la madre, da cui allontanarsi senza il timore di perderlo definitivamente. Solo su questa ‘base sicura’ l’impulso innato alla conoscenza (o istinto epistemofilico) riesce ad attivarsi permettendo la conquista del nuovo. Il bambino è in grado di stare con la mamma e di affrontare l’esperienza scolastica quando sa che esiste il ritorno e il ritrovarsi insieme. Creare nuovi legami fra ciò che si sa e ciò che si deve imparare, fra il passato e il presente, fonda l’attività del pensiero, di cui l’apprendimento costituisce una parte. Nel bambino adottivo la memoria del passato suscita l’angoscia dell’antica perdita che, se non viene accettata ed elaborata dentro di sé e nella relazione parentale, tende a paralizzare la mente non predisponendola al cambiamento verso la conoscenza. Infatti sono spesso presenti disturbi della memoria, che segnalano l’impossibilità di rievocare un passato troppo doloroso per poter essere contenuto dentro di sé” (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.198-199).
Un bambino precocemente segnato dall’abbandono non è stato accompagnato nei suoi primi passi di esplorazione del mondo, sia interno che esterno; non ha ricevuto il sostegno di una figura accudente capace di dare un nome ai suoi stati emotivi, che sono rimasti sconosciuti dentro di lui, incontrollabili e minacciosi. Imparare significa aprirsi con curiosità al nuovo e all’ignoto, significa sapersi avventurare verso il mare aperto con la fiducia di poter attingere alle proprie capacità e con la sicurezza di poter sempre ritrovare un porto. E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.
3. Verso la genitorialità adottiva
4. La capacità di incontrare l’altro
Una coppia venuta in consultazione lamentava comportamenti di estrema dipendenza da parte del bambino di 5 anni, arrivato in Italia tre anni prima. I genitori, molto preoccupati, attribuivano unicamente al passato del bambino molte delle sue modalità di comportamento e chiedevano un aiuto per spingere il bambino verso una maggiore autonomia. Sebbene alcuni comportamenti del bambino sfociassero effettivamente nella psicopatologia, altri elementi mi furono utili per creare un nesso fra i bisogni pregressi ed attuali del bambino, le aspettative dei genitori e, soprattutto, le loro parti non espresse che, mi sembrava, giocassero un ruolo di primo piano nella capacità di ascolto delle eccessive richieste del bambino. Quando mi dissero che il bambino voleva sempre essere tenuto per mano, anche quando non ne avrebbe avuto alcun bisogno – per esempio sul marciapiede o lungo una spiaggia autunnale e semi-deserta dove avrebbe potuto scorrazzare liberamente –; quando mi raccontarono che al parco giochi richiedeva sempre più spesso la loro attenzione, soprattutto quella del padre ai cui pantaloni si attaccava spasmodicamente, rifiutando di avvicinarsi ai giochi o agli altri coetanei, nonostante le insistenze del padre sempre più irritato, provai un misto di fastidio, rabbia e stupore. A chi apparteneva tutto questo? Nel breve percorso terapeutico che seguì il nostro primo incontro, i genitori, spinti dal genuino desiderio di aiutare il loro bambino, seppero mettersi in gioco, permettendo così un passaggio evolutivo che doveva farsi anzitutto all’interno della coppia e in ciascuno di loro. Rivisitando i loro sentimenti e sensazioni rispetto alle richieste del bambino, emerse un aspetto significativo riguardante il padre, Alberto, che – soprattutto negli ultimi mesi – avvertiva un particolare disagio verso i bisogni del figlio. Orfano di padre fin dall’età di 5 anni, era cresciuto, ultimogenito, in una famiglia formata da quattro figli e da una madre impossibilitata a fermarsi, sempre dedita al lavoro, ormai unica fonte di mantenimento per tutti. Alberto aveva presto imparato a far da sé e a mettere da parte una perdita dolorosa che in famiglia non aveva trovato alcuno spazio di accoglimento. Anche la storia della moglie, all’interno della sua famiglia d’origine, sebbene non segnata dalla perdita precoce ed improvvisa di un genitore, rifletteva l’immagine di una ragazza sempre “brava”, figura di riferimento per tutti e capace di farsi carico di molte problematiche familiari, persino quelle legate al fratello maggiore che aveva avuto un breve passato di droga. Il lavoro introspettivo e ricettivo di ascolto e di rivisitazione dei loro vissuti, rimasti a lungo inascoltati, ha permesso alla coppia di separarsi gradualmente da precedenti modalità relazionali, intrapsichiche ed interpersonali, e di appropriarsi di una soggettività più autentica e allo stesso tempo ricettiva verso i naturali bisogni di crescita del figlio. Il quale, svincolato dai bisogni non più negati dei genitori, ha potuto esprimere il proprio bisogno di dipendenza e, attraverso risposte adeguatamente risananti, ha progressivamente manifestato fiducia nelle sue capacità di indipendenza.
“viene privato della possibilità di vivere in modo adeguato le fisiologiche separazioni connesse al processo di crescita e potrà avere difficoltà a trasformare le sue prime relazioni in senso emancipatorio” (1995, p.27-28).
“dimentica che il suo compito primario è di ridare un senso costruttivo a quei vissuti già presenti nel bambino, inscritti nella sua pelle, che sono già stati elaborati in modo distorto. Quando l’adulto ritiene di dover aspettare le sue domande, dimentica che lascia ancora una volta il bambino da solo di fronte ad un compito troppo grande, che richiede proprio quella capacità di tradurre l’emozione in pensiero che non ha potuto acquisire adeguatamente con le precedenti figure di riferimento. Il blocco della rielaborazione di una sofferenza è di per sé traumatico: la non pensabilità spinge all’azione, che vede il coattivo ripetersi di modalità intrapsichiche ed interpersonali precocemente apprese.Il genitore adottivo deve quindi essere capace di tenere presente dentro di sé la sofferenza del bambino per farsi contenitore in grado di rendere comunicabili e pensabili i suoi vissuti. Rispettando il bambino nei suoi tempi e modi di assimilazione ed elaborazione, il genitore può così utilizzare metaforicamente qualsiasi spunto della vita quotidiana con quel linguaggio degli affetti, che è innanzitutto preverbale e presensoriale, che permetta al bambino di ripristinare il filo interrotto del suo progetto vitale” (De Bono, 2007, p.176).
I bambini hanno bisogno di “pelle”, di vicinanza emotiva, di verità affettive e creative, non tanto della conoscenza dei fatti storici o di spiegazioni razionali che talvolta possono essere usate difensivamente dall’adulto per la sua difficoltà a rapportarsi al tema delle origini. Anche qui, un esempio.
Valia, cinque anni, adottata a due anni e mezzo, chiese alla madre perché non era nata dalla sua pancia. Senza attendere risposta, la bambina affermò con convinzione “forse perché nella tua pancia non c’era posto”. Da quel giorno cominciò a raccontarsi la sua storia, secondo una sua personale elaborazione di quanto le aveva già detto la sua mamma adottiva (cioè che era nata dal suo cuore): era nata nella pancia di un’altra donna, poi era venuta nella pancia della sua mamma adottiva, da lì era salita nel suo cuore, poi era nata ed aveva preso il suo latte. La madre, ossequiosa alla regola di dir sempre la verità, le rispose che non l’aveva allattata al seno perché il latte non lo aveva. La figlia, dopo una pausa pensierosa, continuò quasi fra sé e sé il suo “ragionamento”, dicendo “Ma mi hai dato il biberon, il latte delle mucche”.
Alla fine esclamò contenta: “Allora tu sei una mucca!”. Valia era riuscita ad utilizzare la sua fantasia per integrare e restituire continuità alla sua storia, per esprimere il piacere del nuovo attaccamento, per riconoscere quella procreazione affettiva che ha permesso il costituirsi del legame. La madre, pur attratta dalla poesia espressa gioiosamente dalla bambina, rimase silenziosa, avvolta dal dubbio se intervenire su un piano di realtà o se seguire la bambina nella sua immagine felice per avvicinarla col tempo ad una verità storica, narrabile e conciliabile con la sua realtà attuale. Con il suo approccio razionale, la madre non aveva colto sul momento l’importanza della possibilità di esprimere attraverso un codice simbolico quanto era fino a quel momento passato fra loro e che comunque aveva dato i suoi frutti. Poter comunicare la realtà storica può andare insieme alla possibilità di elaborare creativamente le proprie origini, la propria storia, in rapporto all’età del bambino, per arrivare ad esprimere la speranza, la fiducia e la felicità di vivere.
5. Il valore riparativo dell’adozione
Il bambino adottato porta dentro di sé una storia in cui è stato abusato affettivamente, non riconosciuto nel proprio desiderio di esistere e nella propria autenticità. Egli ha sviluppato una particolare capacità di rispondere ai bisogni dell’adulto, ha dimenticato se stesso e si è identificato con l’oggetto genitoriale, anche se carente, assente o violento, nel tentativo di non rimanere solo.
Michele, otto anni, adottato un anno prima, cominciando a ricordare un episodio del suo passato, quasi senza adesione emotiva riferì alla sua mamma adottiva: “La mia mamma di prima mi picchiava con un bastone. Mamma, questo bastone non si rompeva mai!”. Era il bastone a picchiarlo, era il bastone a non fermarsi… Ferenczi (1932),
affrontando il fenomeno dell’abuso infantile ed indagando in particolare il ruolo collusivo del genitore non abusante nel negare la realtà percepita e vissuta dal bambino, afferma che l’aspetto davvero intollerabile è l’abbandono emozionale in un momento di grande bisogno. Pur di non rimanere solo, il bambino tende allora a conformarsi a quanto gli viene dato come realtà dagli adulti, anche se a prezzo di una concomitante dissociazione tra le sue percezioni e i corrispondenti pensieri ed emozioni. Il trauma, anche grave, di per sé può essere superato se la figura accudente riesce ad accogliere e condividere il dolore; diviene invece patogeno nel momento in cui chi lo subisce deve ricorrere al meccanismo della negazione, facendo proprio l’atteggiamento dell’adulto che contraddice la realtà delle sue percezioni e che afferma “che non è successo niente, che non si sente male da nessuna parte” (1931, p.75). L’evento traumatizzante scompare così dalla realtà esterna e da extrapsichico diviene intrapsichico. Il trauma diventa dunque parte integrante della sua struttura psichica e delle sue modalità di entrare in relazione col mondo. Non ci si può perciò aspettare che il bambino inserito in un contesto familiare adeguato non risentirà dell’esperienza pregressa. E non possiamo pensare che sia sufficiente l’amore e l’accudimento di genitori che hanno fretta di normalizzare ed equiparare l’adozione alla filiazione naturale. Ciò equivale a negare il senso più profondo dell’adozione in cui deve tornare ad aver voce il diritto del bambino alla sua integrità e alla sua autorealizzazione.
La famiglia adottiva, che più delle altre è una famiglia in continuo divenire, ha quindi un compito rilevante e che si dispiega nel tempo: accogliere quei frammenti della personalità in cui permane il vissuto traumatico per favorirne il risanamento e la trasformazione. Per concludere questo viaggio all’interno del ricco mondo dell’adozione, vogliamo illustrare brevemente una storia, tratta dall’esperienza clinica, che testimonia come l’adozione costituisca una grande risorsa, il terreno più favorevole per l’esplicarsi delle capacità e potenzialità di un bambino che ha subíto la ferita dell’abbandono. Un terreno costituito da una coppia genitoriale, come ce ne sono tante, dove un bambino ferito ha potuto posare le sue radici e ritrovare la coesione della sua personalità.
Ivan è un bambino proveniente da un paese dell’est, lasciato in istituto all’età di tre anni dove è rimasto per quasi due anni fino al momento in cui è stato adottato. Durante i primi mesi in Italia ricordava spesso l’istituto, i bambini con cui giocava e, assai meno piacevolmente, le severe educatrici. Del periodo precedente ricordava ben poco, anzi non amava parlarne e ogni frase cadeva nel buio o nella confusione. Durante la notte ogni tanto accadeva che si svegliasse piangendo e poco valevano i tentativi di abbraccio consolatorio dei genitori che si sentivano impotenti di fronte a tanta sofferenza. Talvolta Ivan arrivava persino a picchiare la testa contro il muro, con gli occhi persi in un dolore lontano ed incontenibile. In quei momenti i genitori non potevano far altro che impedirgli di farsi male fisicamente; non potevano stabilire un contatto con frammenti di vissuto che travolgevano il bambino e lo rendevano “estraneo” a se stesso. Poi tutto, nello stesso modo con cui si era manifestato, improvvisamente passava e il bambino si acquietava e si addormentava, dimenticando l’accaduto. Gli incontri con i genitori – utilizzati come spazio di contenimento e di sostegno verso questi difficili momenti, ma anche di restituzione di senso ai comportamenti ed atteggiamenti del bambino manifestati in famiglia e nei più vari contesti della vita quotidiana – hanno permesso ai vari attori di questo percorso adottivo di riavvicinare ognuno i propri dolori e le proprie mancanze, permettendo una loro rielaborazione e trasformazione che ha dato modo di rendere sempre più arricchente il loro rapporto, con una vicinanza fisica ed affettiva che ha favorito nel bambino una crescita più armonica e serena. Lascio alla madre di Ivan il racconto di un momento del loro cammino.
<< Stasera Ivan, poco prima di addormentarsi, mi ha chiesto:
– Come fa Babbo Natale a sapere che c’è un bambino?
– Quando un bambino nasce o viene adottato bisogna fare dei fogli. Fra questi ce n’è uno per Babbo Natale: “Ehi, guarda che qui c’è un bambino!”
– La mia mamma lo ha fatto? – Non lo so. In Istituto veniva Babbo Natale? – Non so. In Ucraina è venuto da noi la prima sera, quando siamo arrivati nella casa di Kiev.
– Babbo Natale non può sapere tutto e ha bisogno che qualcuno glielo dica. A volte però succede che sente l’amore di una famiglia che si è appena costituita. E’ una magia… Si formano tante stelline che, spinte da un soffio di amore, si alzano in cielo e arrivano nel paese di Babbo Natale.
Allora Babbo Natale le sente, le vede e dice: “oh, che bello, si è formata un’altra famiglia!”
Qualche giorno prima Ivan, ricordando il nostro primo Natale a Kiev, mi aveva chiesto perché Babbo Natale non era venuto anche in istituto.
– Davvero non è mai venuto? Mi sembrava di sì. Forse non te lo ricordi o forse non sapeva che lì c’erano dei bambini. Di solito gli si manda una letterina…
Di quel dialogo caduto sullo sfondo, rammento solo il mio annaspare verso la sua allagante tristezza, chiusa in un silenzio irraggiungibile.
Lo vedevo allontanarsi fra interrogativi indicibili che dentro di lui cominciavano a prendere forma. Sentivo che il suo pensiero stava andando alla sua prima mamma, alla sua assenza, alle sue mancanze. Stasera ne sono certa. Ivan sta cercando di capire, di collegare il prima al dopo. E questo collegamento passa inevitabilmente attraverso il suo dolore. Un dolore che, con il nostro aiuto, può cominciare ad avvicinare, che non tenta più di sgretolare contro il muro della sua stanza. >> (Dal diario della mamma adottiva di Ivan, 5 anni e mezzo, in Italia da un anno).
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