“E a voi come è andata?” Poche parole apparentemente innocue, pronunciate da un’amica che non vedo da tempo mentre ci raccontiamo dei figli che crescono e tocchiamo il tema “adozione”. Eppure questa domanda mi risuona stonata e in qualche modo attira la mia attenzione, diventa motivo di riflessione. Come dovrebbe essere andata? Che cosa ci si aspetta che io racconti dei miei figli?
Esiste un neologismo che rappresenta bene l’idea per cui solo le famiglie fondate sui legami di sangue sono legittime: “bionormativismo”. È un pregiudizio per lo più inconscio, diffuso trasversalmente nella nostra società, che si insinua nelle relazioni e sfavorisce l’evoluzione stessa delle persone con storie di adozione, di fatto discriminandole. Mi sono chiesta perché una simile ideologia ha un impatto così potente, come descritto ampiamente da Monya Ferritti nei suoi libri[1] e nel suo blog “Il Corpo estraneo”. Come è possibile che la presunta garanzia del “sangue” riesca a condizionare la vita delle famiglie, infiltrandosi silenziosa nelle relazioni familiari e amicali, nelle valutazioni degli operatori sanitari, nel giudizio degli insegnanti a scuola? Quando parliamo di bionormativismo, quali immaginari spaventosi e impronunciabili sono evocati? In altri termini, i rassicuranti legami di sangue sono tutela di che cosa?
Una possibile risposta potrebbe avere a che fare con la paura più o meno consapevole del fallimento del progetto familiare, con l’attesa che qualcosa prima o poi andrà storto: in assenza di DNA comune, la relazione familiare risulterebbe intrinsecamente fragile ed esposta a un maggior rischio di disastro, con scenari che includono conflitti turbolenti, comportamenti devianti e violenti dei figli, eventualmente coinvolti in vari reati e allontanati dalla famiglia. I nostri figli, in fondo, sono per definizione “mele che cadono lontano dall’albero” e per questo rappresenterebbero – loro – un fattore di rischio per la stabile e serena convivenza familiare, come se agissero in totale autonomia rispetto al sistema che li circonda, un sistema che è familiare oltre che sociale.
Questa paura è il “convitato di pietra” che agisce in modo subdolo e strisciante, accompagnandosi con l’altro pregiudizio ideologico: che le famiglie “vere”, stabili, sono quelle di sangue.
Uno dei timori più frequenti che vengono condivisi nei gruppi di mutuo-aiuto per coppie in attesa di adozione è non “essere accettati”, “non piacere”, oppure, al contrario, “non riuscire ad amare davvero” i figli che arriveranno. Ma questa paventata assenza di appartenenza reciproca non è proprio il preludio del fallimento del progetto familiare?
E l’ammirazione che talvolta si esprime per le famiglie adottive – senza peraltro minimamente ipotizzare una analoga scelta per se stessi – non deriva proprio dal coraggio attribuito a queste coppie che sfidano il rischio di una figliolanza problematica?
Perfino chi ha già adottato, spesso, vive un costante senso di inadeguatezza, analizzando i comportamenti dei propri figli sotto la lente dell’evento “adozione”, in una inconscia e silente attesa del peggio.
Chi non vuol adottare condivide ovviamente numerose motivazioni con chi non vuole figli, ma nel primo caso forse c’è un motivo in più: il timore di non riuscire a creare una famiglia “vera”, stabile, serena.
Ora, chiunque abbia contatti non proprio superficiali con i parenti, amici, conoscenti si sarà accorto che la sofferenza legata a problemi relazionali, nelle sue molteplici forme, visita regolarmente tutte le famiglie. Non dispongo di statistiche di violenze intrafamiliari, interruzione delle relazioni con riferimento alle famiglie biologiche e adottive, non ne conosco l’eventuale diversa incidenza percentuale, ma non è questo il punto.
Avere paura è legittimo, se ci sono i presupposti. La paura può essere funzionale, serve a proteggerci e a volte ci salva la vita: se temo di ustionarmi su una spiaggia assolata ad agosto, userò creme protettive adeguate per la mia pelle. Se non so nuotare, non mi tufferò in mare al largo.
Allo stesso modo, se si rileva una maggiore complessità nella formazione di famiglie per adozione, l’unica cosa da fare è mettere in campo risorse e interventi adeguati per minimizzare questo rischio. Al contrario, lasciare che questo si trasformi in un “convitato di pietra”, una paura strisciante, inconfessata e inconfessabile, attribuendo semplicisticamente la causa dei fallimenti ai figli arrivati “rotti”, significa nascondersi dietro un dito, non assumersi la responsabilità di un percorso complesso che coinvolge numerosi attori – i minori, la coppia, le associazioni familiari, gli operatori, le case famiglia, le istituzioni – e, soprattutto, significa non intervenire in modo opportuno in ogni fase del processo. Limitarsi a convivere con il “convitato di pietra” in una rassegnata attesa del peggio deforma la percezione della realtà, deresponsabilizza gli adulti e condiziona i comportamenti di tutti.
La consapevolezza della delicatezza della nascita di una famiglia per adozione dovrebbe, invece, dar luogo a percorsi mirati di formazione e informazione per le coppie, che dovrebbero essere accompagnate da operatori attenti e consapevoli; le associazioni familiari dovrebbero essere un riferimento sicuro e costante, offrendo uno spazio di confronto libero e di crescita nelle varie fasi evolutive dei figli; le istituzioni e le case famiglia dovrebbero lavorare in modo competente per il benessere di bambini e bambine, operando scelte modellate e specifiche per ogni singolo caso. Non è un obiettivo semplice, le variabili e gli ostacoli sono molteplici, eppure questa è una precisa e ineludibile assunzione di responsabilità da parte degli adulti. L’alternativa irresponsabile è attribuire le cause dei fallimenti per lo più ai minori che vengono abbinati alle coppie, lasciando in ombra tutti gli eventi che si sono verificati dal momento dell’allontanamento fino all’abbinamento.
Le famiglie, tutte, non sono mai fragili appena nascono. Esistono certamente fattori di maggiore o minore complessità, ed è di questi che dovremmo parlare, per farcene carico e lavorare nel miglior modo possibile per il nostro progetto di famiglia.

Mariagloria Lapegna
mamma per adozione, volontaria GSD che fa parte della redazione
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