Dentro i disturbi del comportamento alimentare 

Abbiamo intervistato la dott.ssa Giselda Lo Giudice, Responsabile dell’Ambulatorio di Psicologia Clinica di Monza della Fondazione Life on Mind (www.fondazionelifeonmind.it)

 

Che cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare e quanto sono diffusi? Si può dire che il trend è in crescita?

Quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare parliamo di condizioni in cui il rapporto con il cibo diventa un modo per gestire qualcosa che non riguarda il cibo. Sembra una contraddizione, ma lo è solo in modo apparente. Attraverso il modo in cui mangiamo, esprimiamo emozioni: gioia, ansia, rabbia, amore. Il cibo può diventare rifugio, può diventare arma, può diventare silenzio. Il cibo ha un valore simbolico immenso, regola addirittura il nostro stare con gli altri. È un linguaggio che parla quando le parole non le troviamo.
Ecco perché, quando il rapporto con il cibo si altera, non possiamo ridurlo a una semplice questione di dieta o di peso: è un segnale che riguarda la persona nella sua interezza.

Questo è un punto fondamentale: il disturbo alimentare non nasce perché una persona vuole dimagrire, ma perché trova nel controllo del corpo un linguaggio per affrontare emozioni, relazioni, aspettative o paure che non riesce a esprimere in altro modo. Molti di coloro che ne soffrono raccontano che tutto è iniziato in un periodo di forte pressione: un cambio di scuola, un conflitto in famiglia, una delusione affettiva. Non riuscivano a controllare ciò che accadeva fuori, ma potevano controllare ciò che mangiavano. Il cibo diventa così un modo per dire “sto male”, “non mi sento all’altezza”, “ho bisogno di ordine”.

E non parliamo solo di anoressia, ovvero il disturbo più rumoroso, proprio perché più visibile. Il rapporto con il cibo può articolarsi anche in altri modi. 

Li riportiamo schematicamente di seguito per chiarezza. 

  • Anoressia nervosa: il controllo sul corpo diventa l’unico modo per tenere insieme emozioni, paure, senso di identità.
  • Bulimia nervosa: abbuffate seguite da condotte compensatorie (vomito, digiuno, esercizio fisico eccessivo), all’interno di un ciclo di colpa e sollievo.
  • Binge Eating Disorder: abbuffate senza condotte compensatorie, spesso vissute in solitudine, accompagnate da vergogna.
  • Disturbi atipici: sempre più diffusi, che non rientrano pienamente in una categoria ma sono altrettanto gravi. L’ortoressia (l’attenzione atipica al cibo sano) o la vigoressia (l’attenzione per il corpo muscoloso) sono degli esempi. 

Negli ultimi anni, i numeri a livello della diffusione del fenomeno sono aumentati in modo evidente. I servizi dedicati in Italia registrano più accessi, più richieste di aiuto, più diagnosi. La pandemia ha accelerato un processo già in corso: l’isolamento, l’ansia, la perdita di routine e l’iperconnessione ai social hanno reso tutti molto più vulnerabili, in particolare gli adolescenti.

C’è una fascia d’età maggiormente colpita? Sono coinvolti più ragazzi o ragazze?

L’età più colpita è quella tra i tredici e i venticinque anni, anche se negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo e allarmante abbassamento dell’età di esordio, fino alle scuole elementari. Certo è che il periodo d’elezione è l’adolescenza. Perché? È un periodo in cui il corpo cambia rapidamente e questo cambiamento può essere vissuto come destabilizzante. È anche l’età in cui il giudizio degli altri pesa di più: il gruppo dei pari, i social, la scuola, lo sport. Le ragazze sono più rappresentate all’interno del disturbo e della sua diffusione, ma i ragazzi non sono affatto rari. Anzi, negli ultimi anni si è osservato altresì un aumento dei casi nei maschi, soprattutto legati alla ricerca di un corpo “performante”. Performance e disturbi alimentari spesso convivono e si alimentano vicendevolmente.

Quali possono essere considerate le cause principali?

Le cause sono sempre molteplici, non è mai possibile trovare un comune denominatore in questi casi, come in ogni disturbo mentale. Non esiste un colpevole, ma una combinazione di fattori che, in un momento di vulnerabilità, si sommano e, a partire da determinate condizioni di vita o accadimenti, trovano sfogo e quindi permettono al sintomo di manifestarsi. 

Sul piano individuale, notiamo dei fattori in comune: la tendenza al perfezionismo, la vulnerabilità all’ansia, la fatica a gestire le proprie emozioni, come rabbia e vergogna.  

Una ragazza o un ragazzo che si sente costantemente “non abbastanza” (cosa che ascoltiamo sempre più spesso, in ogni età, in particolare durante l’adolescenza), per esempio, può trovare nel controllo del cibo una sensazione di competenza: “almeno questo lo so fare”.

Sul piano familiare non si parla di colpa, ma di clima emotivo. È importante, al fine di evitare di creare un clima in cui possano annidarsi situazioni di conflitto, che in famiglia si possa parlare, senza tuttavia farsi prendere dall’angoscia. Quindi poter discutere di una difficoltà, senza farsi annientare dalla preoccupazione. In questi contesti, il disturbo alimentare può diventare un modo per comunicare ciò che non si riesce a dire apertamente.

Sul piano sociale, infine, viviamo in un mondo che commenta i corpi in continuazione. I social amplificano tutto: confronti costanti, filtri, modelli irrealistici. Un adolescente che passa ore su Instagram può convincersi che il suo corpo “non va bene”, anche se è perfettamente sano.

Che ruolo svolgono siti internet come ProMia e ProAna? Come difendersi?

Questi siti sono pericolosi perché trasformano la malattia in un ideale. Non si limitano a parlare di magrezza: la celebrano, la rendono un obiettivo, una prova di forza. Offrono “trucchi” per digiunare, per nascondere il disturbo, per competere su chi è più magro/a.

Per un adolescente fragile possono diventare una sorta di comunità che dà appartenenza. Ma è un’appartenenza che isola, che rinforza la malattia, che allontana dalla cura, perché propone e radicalizza una divisione tra ciò che è disturbo e il mondo esterno, che piano piano perde di colore.

La difesa più efficace non è il divieto assoluto, che spesso aumenta la curiosità. È sempre la parola e l’accoglienza a essere l’antidoto più apparentemente scontato eppure più importante. È parlarne apertamente, spiegare perché sono dannosi, aiutare i ragazzi a sviluppare un pensiero critico.

Quali sono i segnali di allarme che vanno colti?

I segnali non sono sempre immediati. Spesso i primi cambiamenti sono sottili, quasi impercettibili.

Per riconoscere un disturbo del comportamento alimentare è fondamentale uno sguardo e un ascolto attenti. Ci sono segnali di allarme che dobbiamo imparare a cogliere, perché la diagnosi precoce è fondamentale. Più il disturbo viene riconosciuto in tempo, maggiori sono le possibilità di un percorso di cura efficace. Ecco perché è importante che genitori, insegnanti, amici siano sensibilizzati e sappiano cogliere i segnali.

I segnali di allarme non riguardano solo il peso, ma una marcata alterazione del rapporto con il cibo, con il corpo e, soprattutto, della sfera emotiva e relazionale.

Un esempio concreto: un adolescente che improvvisamente smette di mangiare con la famiglia, che diventa ossessionato dalle calorie, che si chiude in camera dopo i pasti. Oppure una persona che mangia in modo compulsivo di notte, quando nessuno la vede. Questi comportamenti non sono semplici stranezze: sono campanelli d’allarme.

Fisicamente si può notare un dimagrimento rapido, una stanchezza persistente, la sensazione di freddo anche quando gli altri non lo sentono, capogiri, irregolarità mestruali.

Sul piano comportamentale emergono scuse per evitare i pasti, rituali nel mangiare, allenamento eccessivo, la tendenza a chiudersi in bagno dopo i pasti.

Sul piano psicologico si osservano irritabilità, ritiro sociale, calo della concentrazione, frasi svalutanti sul proprio corpo.

Il punto è che chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare spesso diventa molto bravo a nascondere tutto. Per questo serve attenzione.

La scuola può aiutare a comprendere se un ragazzo o una ragazza ha un disturbo del comportamento alimentare?

Sì, e spesso è il primo luogo in cui qualcosa emerge. Gli insegnanti vedono i ragazzi ogni giorno e questo permette di cogliere cambiamenti che in famiglia possono sfuggire.

Un ragazzo che prima partecipava attivamente diventa silenzioso. Una ragazza che prima era serena ai pasti ora li evita. Un calo improvviso del rendimento può essere un altro segnale. O, al contrario, un eccessivo attaccamento al rendimento scolastico stesso. 

La scuola non deve fare diagnosi, ma può fare la cosa più importante: accorgersi e non ignorare. Come Fondazione riteniamo sempre fondamentale il ruolo della scuola in un percorso di cura, soprattutto nella presa in carico e trattamento dei più piccoli. 

E quando la scuola incontra famiglie che minimizzano il problema?

Succede spesso. Non perché i genitori siano superficiali, ma perché è difficile accettare che il proprio figlio o figlia stia male.

La scuola può fare molto se mantiene un tono rispettoso e concreto. Non “vostra figlia ha un disturbo alimentare”, ma “abbiamo osservato questi cambiamenti e siamo preoccupati per la sua salute”.

È bene descrivere fatti, non mettere etichette, affinché il confronto non suoni come un’accusa e non sia interpretata erroneamente come tale. E se la situazione è seria, occorre coinvolgere le figure interne e i servizi territoriali. Perché la tutela e il dovere più significativo di un adulto è vigilare affinché un ragazzo o una ragazza, quale che sia la loro provenienza o il loro stato emotivo, possano essere debitamente ascoltati. 

Che cosa si può fare quando ci si accorge che un figlio o una figlia soffre di un disturbo del comportamento alimentare? Dove rivolgersi?

È possibile rivolgersi al medico di base o al pediatra, che può indirizzare ai servizi, siano essi ospedalieri, day hospital o ambulatoriali. 

In Italia esistono centri specializzati per i disturbi del comportamento alimientare, con équipe multidisciplinari che ogni giorno studiano come accogliere il soggetto che soffre, in un modo personalizzato e studiato caso per caso. Anche se il sintomo sembra uguale, il percorso di cura non può esserlo. Nella nostra Fondazione, oltre ai protocolli dettati dall’istituto Superiore di Sanità, ogni cura è individuale, motivo per cui dedichiamo particolare cura e attenzione nel creare dei percorsi adatti alle caratteristiche del soggetto. 

La famiglia: che cosa può fare e quando non può essere d’aiuto?

La famiglia può fare moltissimo, ma non tutto. Può osservare senza giudicare, evitare commenti su peso e cibo, creare un clima di ascolto, sostenere l’accesso alla cura, partecipare ai percorsi familiari. 

Un genitore che dice “Ma mangia, dai, non è difficile” sta esercitando il suo ruolo di genitore con cura e preoccupazione, ma spesso questo genera ulteriore inasprimento del sintomo. Non è una questione di volontà, ma di malattia, e i disturbi del comportamento alimentare ce lo mostrano con particolare asprezza. La nostra Fondazione (come altre realtà che si occupano precipuamente di questi disturbi) ritiene fondamentale la partecipazione alle cure da parte della famiglia. L’équipe si fa carico di quanto di più “spinoso”, come la gestione delle abitudini alimentari o i vissuti legati al cibo, tentando di liberare il genitore e il clima familiare da conflitti, spostando questi ultimi in un ambiente di lavoro protetto e neutro. 

I familiari spesso si sentono impreparati e vivono un’angoscia profonda: paura, senso di impotenza, colpa. Come possono essere sostenuti?

Molti genitori si chiedono: ‘Dove abbiamo sbagliato?’. Ma non si tratta di colpa. Si tratta di comprendere che il disturbo è una malattia, e che la famiglia ha un posto nella cura.

I familiari infatti non sono spettatori, ma parte attiva del percorso. Possono imparare a cogliere i segnali, a non giudicare, a sostenere senza invadere, e soprattutto a non rimanere inghiottiti dalla preoccupazione e dal disturbo stesso, nei termini di effetti secondari. È un equilibrio delicato, ma necessario.

Il sintomo alimentare, come già detto, è un messaggio, e i familiari possono aiutare a decifrarlo. Non si tratta di sostituirsi ai professionisti, ma di essere presenti e di accompagnare.

I familiari, quindi, non devono essere lasciati soli, sia nella gestione dell’angoscia sia nelle buone pratiche da mettere in atto a casa, studiate sulla singola situazione familiare. Il sostegno ai familiari non è un optional: è parte integrante della cura e può declinarsi nei modi più variegati. Presso i nostri ambulatori solitamente offriamo la possibilità di partecipare a dei gruppi di parola, o di intraprendere percorsi individualizzati o di presa in carico genitoriale, per gestire le fasi più acute e le fragilità domestiche. 

Qual è la vostra esperienza con ragazzi con storie di adozione?

Non esiste un legame automatico tra adozione e disturbi alimentari, eppure accade. Nei nostri ambulatori ci è capitato di notare come l’adozione, che arriva dopo una storia spesso molto dolorosa e complicata, sia associata a un rapporto particolare con il cibo in adolescenza. I bambini possono avere una vulnerabilità maggiore, legata alla loro storia: traumi precoci, vissuti di abbandono, identità complessa. Ricordiamo infatti che il cibo è il primo vettore del nostro rapporto con l’altro, soprattutto con la madre e il padre. E per questo viene investito di questa importanza e pregnanza sintomatica. 

Il lavoro terapeutico deve tenere conto della storia adottiva e coinvolgere la famiglia in modo molto attento e calibrato sulle fragilità e punti di interrogazione di ciascuno

Mariagloria Lapegna

Mamma per adozione e volontaria attiva di Genitori si diventa OdV.

La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell’adozione.

Organizziamo conferenze e incontri dedicati ai temi a noi cari e molte attività dedicate ai soci.

Se lo desideri puoi diventare socio iscrivendoti presso le nostre sedi territoriali: cerca qui la nostra sede più vicina a te.

Puoi vedere tutti i nostri eventi in programma (anche eventi online) seguendo questo link

Aggiungi qui il testo del titolo