L’esperienza dell’adozione e le famiglie nate da donazione di gameti.
Esistono molti modi di diventare genitori e figli. L’adozione e la procreazione medicalmente assistita con donazione di gameti sono tra queste.
Oggi in Italia esistono centinaia di migliaia di persone divenute figlie attraverso queste strade, che non condividono il proprio patrimonio genetico con entrambi i genitori. Ma non è la condivisione dei cromosomi a costruire una famiglia, e la lunga storia dell’adozione nel nostro Paese ce lo insegna. Per chi si avvicina alla donazione di gameti, però, questa è una realtà relativamente nuova.
Se consideriamo che sempre più bambini nasceranno in questo modo (sono triplicati negli ultimi anni), vale la pena chiedersi se l’esperienza maturata dal mondo dell’adozione possa offrire qualche spunto anche a queste famiglie.
Non perché le due esperienze siano sovrapponibili (spoiler: non lo sono), ma perché entrambe, prima o poi, incontrano la stessa domanda: che posto hanno le origini nella storia di un figlio?
Diventare famiglia
Per molte coppie i percorsi dell’adozione e della PMA si sfiorano.
Entrambi possono essere preceduti dall’infertilità, da tentativi, speranze, attese, delusioni. Entrambi chiedono agli adulti di mettere in discussione l’immagine del figlio immaginato e di aprirsi a una genitorialità diversa da quella inizialmente desiderata.
È un cammino che richiede tempo, energie, capacità di tollerare l’incertezza e di riformulare i propri progetti.
In entrambi i casi, diventare genitori significa comprendere che un figlio non è il prolungamento di sé, anche in termini genetici, ma una persona distinta, con una propria storia.
Le somiglianze, però, si fermano qui. L’adozione e la PMA eterologa sono, infatti, esperienze molto diverse.
Nella PMA il corpo è protagonista: soprattutto quello della donna, sottoposto a esami, trattamenti, interventi, gravidanza. Nell’adozione il corpo lascia, invece, spazio ad altri aspetti più psicologici e sociali: i colloqui, le valutazioni, l’attesa, l’incontro con un bambino o con una bambina che ha già iniziato la propria storia.
Cambia anche l’equilibrio di coppia. Nei percorsi adottivi entrambi i genitori attraversano lo stesso iter, mentre nella PMA il peso ricade soprattutto sulla donna, e spesso solo uno dei due genitori è geneticamente legato al bambino. Un’asimmetria che, se non elaborata, può creare distanza nella coppia.
E, infine, cambia lo sguardo degli altri.
Una famiglia adottiva, con un bambino che ieri non c’era e oggi c’è, racconta inevitabilmente qualcosa di sé: il percorso è visibile, riconoscibile, socialmente noto. La donazione di gameti, invece, può rimanere invisibile. Una gravidanza c’è stata, il bambino nasce all’interno della coppia e difficilmente, dall’esterno, si può immaginare che uno dei genitori non condivida con lui l’intero patrimonio genetico.
Su un punto, però, i due mondi si somigliano ancora: il pregiudizio.
Alle coppie che scelgono la PMA capita di sentirsi dire che sarebbe “più giusto” adottare, che “ci sono già tanti bambini che aspettano”.
Alle famiglie adottive capita di essere percepite come meno legittime di quelle unite da un legame di sangue.
È quello che Monya Ferritti chiama bionormativismo: l’idea, per lo più inconsapevole, che solo la famiglia biologica sia una famiglia vera.
Le origini non sono un problema da risolvere
Tutti, prima o poi, si interrogano sulle proprie origini — lo sappiamo da tempo per l’adozione, e lo confermano ormai anche le ricerche sulla PMA eterologa.
Parlare delle origini non significa parlare del passato, ma significa parlare dell’identità.
Ogni bambino costruisce progressivamente la propria storia e lo fa attraverso i racconti di famiglia, le fotografie, gli aneddoti, le somiglianze, le tradizioni. È così che ciascuno di noi risponde, poco alla volta, a domande fondamentali: Chi sono? Da dove vengo? Come sono arrivato fin qui?
Per i figli con storie di adozione e per quelli concepiti attraverso donazione di gameti queste domande assumono sfumature particolari, perché una parte della loro storia coinvolge persone diverse da quelle che li stanno crescendo.
È importante, però, non trasformare questa differenza in un problema. Le origini non sono una minaccia per il legame familiare. Sono semplicemente una parte della storia della persona.
Negli ultimi decenni il mondo dell’adozione ha imparato quanto sia importante che questa storia venga raccontata sin dall’infanzia, adattando le parole all’età del bambino o della bambina e lasciando che il racconto cresca insieme a loro.
Non esiste un momento in cui “dire la verità”, esiste una storia che viene condivisa, poco alla volta, nel corso degli anni.
Anche la ricerca sulla donazione di gameti sta andando nella stessa direzione.
Sempre più professionisti invitano i genitori a parlare precocemente ai figli del modo in cui sono stati concepiti, non come una rivelazione eccezionale, ma come una parte naturale della loro biografia.
Cercare le proprie origini non significa cercare altri genitori
Uno dei timori più frequenti riguarda ciò che potrebbe accadere quando un figlio inizia a fare domande sulle proprie origini.
Se desidererà conoscere la madre di nascita, amerà meno sua madre adottiva? Se vorrà sapere qualcosa del donatore, significherà forse che non considera suo padre come un padre?
L’esperienza dell’adozione ci invita a guardare queste domande da un’altra prospettiva.
Le persone con una storia di adozione che cercano le loro origini non stanno necessariamente cercando nuovi genitori.
Nella grande maggioranza dei casi sanno perfettamente chi sono le persone che li hanno cresciuti e riconoscono loro il ruolo di genitori.
La ricerca delle origini nasce piuttosto dal desiderio di conoscere meglio se stessi. Può voler dire sapere a chi si assomiglia, comprendere aspetti della propria storia, conoscere eventuali informazioni sanitarie, dare un volto a persone che hanno avuto un ruolo nel proprio inizio.
Questo vale anche per le persone nate attraverso donazione di gameti.
Conoscere qualcosa delle proprie origini genetiche non significa mettere in discussione la famiglia, ma significa arricchire il racconto della propria vita.
Perché, come diceva lo psicologo James Hillman, abbiamo bisogno di una storia che possiamo sentire nostra. E le ricerche confermano che conoscere la propria storia familiare si associa, nei bambini come negli adulti, a maggiore benessere e a un senso di identità più solido.
Donatori e genitori di nascita non sono la stessa figura
Qui, tuttavia, è importante differenziare tra adozione e donazione di gameti.
Un genitore di nascita e un donatore non sono la stessa cosa.
Nell’adozione esiste una relazione precedente: una gravidanza, una nascita, spesso un periodo di accudimento, accompagnato da esperienze dolorose di trascuratezza, maltrattamento o separazione. La storia del bambino passa attraverso una perdita e una frattura che richiedono elaborazione.
Nella donazione di gameti la situazione è diversa. Il donatore o la donatrice non hanno assunto un ruolo genitoriale e, nella maggior parte dei casi, non conosceranno neppure l’esito della donazione. La loro presenza riguarda soprattutto la dimensione genetica e quella simbolica.
Sono figure diverse, che occupano posti diversi nella mente e nella storia dei figli.
Ma questo non significa che siano irrilevanti: anche quando non sono conosciuti, possono suscitare curiosità, domande, fantasie. Ed è naturale che questo accada.
Riconoscere questa possibilità non indebolisce il ruolo dei genitori. Al contrario, permette di accompagnare il figlio nelle sue domande senza viverle come un pericolo.
Il peso dei segreti
Per tanto tempo, su questi temi, ha pesato il silenzio.
Il segreto sembra proteggere dal dolore, ma decenni di esperienza nel mondo adottivo ci insegnano il contrario: ciò che i genitori non riescono a dire, i figli lo percepiscono comunque — non nel racconto, ma nell’atmosfera, nei silenzi, nelle tensioni che non si spiegano. Al figlio che non sa da dove viene si nega qualcosa che gli appartiene.
Nell’adozione questa consapevolezza ha trasformato profondamente il modo di accompagnare le famiglie.
Oggi sappiamo che raccontare la storia di un figlio non significa appesantirlo, ma offrirgli strumenti per comprenderla.
Lo stesso vale per la donazione di gameti. Un figlio non ha bisogno di conoscere ogni dettaglio della propria origine fin da piccolo.
Ha, però, bisogno di crescere in una famiglia in cui la sua storia possa essere raccontata senza vergogna, senza paura e senza tabù, per sentire di avere radici salde alle quali ancorare la propria storia e la propria identità.
Una storia da condividere
Le famiglie adottive hanno accumulato, negli anni, un patrimonio di esperienza prezioso.
Hanno imparato che le domande cambiano con l’età e che le risposte possono cambiare insieme a loro. Che la narrazione non è un singolo momento, ma uno stile educativo. Stanno imparando che parlare delle origini non allontana i figli, ma costruisce fiducia.
Forse, è proprio questo il contributo più importante che oggi l’adozione può offrire alle famiglie nate attraverso la donazione di gameti che sono, in questo, più giovani e più sole: hanno meno storie a cui guardare, meno testimonianze di chi le ha precedute.
È qui che l’esperienza adottiva può essere preziosa. Chi ha già attraversato la fatica di dare voce alle origini, di trasformare un dato di fatto in un racconto che il figlio o la figlia può portare con sé, ha qualcosa da offrire a chi sta muovendo ora i primi passi in questo territorio.
Non si tratta di assimilare due esperienze profondamente diverse, né di cancellarne le specificità. Si tratta piuttosto di riconoscere che ogni persona ha diritto a una storia che possa sentire come propria.
Perché le radici non sono fatte soltanto di geni. Sono fatte anche di parole, di racconti, di memoria condivisa. E i genitori, qualunque sia il percorso attraverso cui sono diventati tali, hanno un compito straordinario: custodire quella storia e restituirla ai propri figli, un pezzetto alla volta.
[N.d.R.] Per approfondimenti sul tema del bionormativismo e la decostruzione del pregiudizio vi invitiamo a leggere Il Corpo Estraneo e Sangue del mio sangue di Monya Ferritti

Marta Casonato
psicologa e ricercatrice
La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell’adozione.
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