Un articolo del Dr. Massimo Maini dedicato al laboratorio da lui condotto durante l’Assemblea Nazionale di Genitori si diventa. Frascati (Roma) 24-26 aprile 2026
Il viaggio: nuovi punti di vista
Una fotografia. Una semplice e chiara fotografia, come ce ne sono tante: il panorama di Venezia dalla Torre di San Marco.
Il nostro viaggio è partito e arrivato lì, attraverso quello sguardo.
È stato proprio quello il momento in cui ci siamo fermati e abbiamo guardato da un altro punto di vista, che racchiudeva in sé un viaggio che abbiamo intrapreso un pomeriggio di aprile.
Il viaggio è stato fatto con un gruppo di ragazzi, all’Assemblea Nazionale di “Genitori si diventa” che aveva come titolo “Nuovi Sguardi e Parole Nuove. Affrontare il Cambiamento” che si è svolta a Frascati (Roma), dal 24 al 26 aprile 2026.
Il laboratorio “In viaggio, storie di cambiamento”
La proposta, fatta alle famiglie prima dell’arrivo all’assemblea, recitava la possibilità per ragazze e ragazzi di età tra i 12 e18 anni di partecipare a laboratori alla mattina (suddivisi in due fasce di età 12-14 e 14-18). A questo si aggiungeva, per coloro che non partecipavano alla gita, un laboratorio al pomeriggio.
Il titolo che tracciava le coordinate dei laboratori proposti era centrato sul processo di cambiamento: “In viaggio, storie di cambiamento”.
La mattinata del sabato ha visto la partecipazione di circa 26 tra ragazze e ragazzi, suddivisi in due gruppi. Al pomeriggio la partecipazione ha contato la presenza di circa 5-7 tra ragazzi e ragazze.
Il tema proposto aveva l’obiettivo di focalizzare l’attenzione sul cambiamento attraverso le immagini e i racconti sentiti.
Il laboratorio del mattino e quello del pomeriggio: gli input iniziali
Nel laboratorio della mattina la proposta e la consegna su cui lavorare erano semplici: “provate a pensare al cambiamento, cosa ha significato e cosa significa oggi il cambiamento per voi”.
Lo strumento scelto è stato quello dell’utilizzo del collage: ad ogni partecipante è stato consegnato un foglio nel quale era rappresentata una valigia. La richiesta è stata quella di sfogliare delle riviste (di ogni genere, da quelle dei viaggi a quelle di moda e gossip) per lasciarsi catturare da immagini o citazioni che raccontavano il proprio cambiamento.
Abbiamo insistito sull’importanza di non “pensare” troppo e, attraverso uno sguardo disinteressato, di farsi cogliere e colpire da immagini e/o frasi. Dopo averle scelte, ogni partecipante le doveva ritagliare e incollare sul foglio.
Abbiamo anche fornito dei post-it; alcuni ragazzi/e li hanno utilizzati aggiungendo così parole o frasi che li rappresentassero.
Nel pomeriggio, invece, è stato proposto un laboratorio di fotografia.
La consegna anche in questo caso era semplice: attraverso l’utilizzo dei propri cellulari i ragazzi dovevano uscire dalla stanza per fotografare quello che per loro rappresentava il cambiamento.
Entrambe le esperienze si concludevano, per chi se la sentiva, condividendole con il gruppo.
Quello che di fatto è avvenuto è stato certo un incontro ma anche un invito.
I ragazzi e le ragazze che hanno partecipato, ognuno a modo proprio, hanno ricordato, a noi adulti, che l’incontro ci trasforma, che possiamo cambiare solo insieme e nell’incontro.
…e la risposta dei ragazzi: l’invito a “sostare”, fermarsi senza bisogno di comprendere subito tutto.
L’invito che ci hanno rivolto, inconsapevolmente (ma non troppo), è quello della “sosta”. Hanno chiesto a noi conduttori e, in nuce, a tutti gli adulti che si sono soffermati prima e dopo l’assemblea ad ammirare i loro lavori (ma sarebbe meglio dire le loro opere d’arte) di fermarsi senza bisogno di comprendere subito tutto. Ancora di più hanno chiesto a noi prima di capire, interpretare e scovare il senso, di fermarci, di stare, di so-stare. I ragazzi ci hanno invitato a stare, anzi meglio, a restare anche se non capivamo, forse a restare proprio perché non capivamo. Mentre loro uscivano e rientravano, dalla stanza e dai racconti.
Nel movimento tra restare e andare/uscire, nel corso dei laboratori, alcuni si sono fermati, hanno “raccontato”, hanno guardato, proprio perché qualcuno, noi conduttori e gli altri ragazzi, si erano fermati. A quel movimento di entrare e uscire dalla stanza, abbiamo provato a dare un senso, sforzandoci insieme a loro di dare parole ai gesti.
Credo che a tale invito noi, adulti e genitori, abbiamo bisogno di rispondere consapevolmente con un assenso a volte silenzioso, altre volte pieno di parole che devono lasciare il senso dell’autenticità.
Ancor più che riempire spazi “vuoti” (quelli delle valigie), i ragazzi e le ragazze ci chiedono di condividere uno spazio e un tempo di attesa, di prenderci cura nel dare proprio all’attesa un significato. Nei laboratori abbiamo sentito e sperimentato che l’attesa può essere un tempo “buono”, faticoso certo, ma mai privo di senso. A patto che, noi adulti, non ci lasciamo sopraffare dal bisogno di sapere tutto e subito.
Uscire per entrare. entrare per uscire.
Ci siamo trovati ad accogliere ragazzi che erano usciti di casa, dalla propria famiglia, dalla loro “comfort zone” per entrare in un luogo nuovo, in un tempo diverso.
La stanza dove ci siamo riuniti era di forma circolare, aveva le sembianze di una capanna, come quelle delle “tribù indigene”, un luogo dove tutto confluisce al centro attraverso un movimento circolare.
Uscire per entrare in questo luogo, che si presentava come sconosciuto, così come sconosciuti gli uni agli altri.
Tutti noi presenti siamo usciti dalla nostra comfort zone per poter entrare e accedere a un luogo di fatto fisico e concreto ma che diventava anche e contemporaneamente immaginario e fortemente simbolico. Un luogo nel quale le stesse coordinate geografiche diventavano sfumate, incerte, da riscrivere e ridefinire insieme.
Ci siamo trovati insieme a vivere il tempo stra-ordinario dei racconti accaduti, immaginati e sognati.
Siamo entrati nella stanza, nel cerchio, per poter uscire in un luogo immaginario dove le parole da sempre sentite comprensibili e chiare divenivano incerte, o meglio ancora, in attesa di trovare una nuova collocazione, un nuovo senso.
Le frasi scelte dai ragazzi: nuove narrazioni e nuovi significati nel viaggio simbolico tra il dentro e il fuori.
“Pensano che, dato che abbiamo una famiglia, siamo salvi!”
Uscire dai racconti fatti ma che oramai non dicono più nulla, per entrare in narrazioni con contorni incerti, abbozzati, uscendone diversi, un po’ strani ed estraniati.
Le metafore aiutano in questo viaggio tra il dentro e il fuori, in un movimento a spirale nel quale il ritorno non coincide con il punto di partenza, come quella del cerotto e della ferita.
“Alcune domande tolgono il cerotto e la ferita si riapre!”
Uscire dalle consuetudini che diventano pregiudizi.
“Alcune persone ti guardano come una persona piccola e debole”
Uscire dai pregiudizi per entrare, in punta di piedi e senza la fretta di arrivare a capire e definire.
Entrare per uscire dai pregiudizi perché solo se entriamo con loro nelle storie, attraverso un autentico ascolto, riusciamo ad incontrare, incontrarci, trasformare e trasformarci.
“In un contesto come questo dove ci sono i figli adottati è più facile che vieni visto come piccolo rispetto ai figli non adottati. Le persone esterne ti continuano a considerare piccola perché adottata.”
In movimento tra dentro e fuori, si è dato l’incontro.
Ci siamo incontrati, poi ascoltati, poi ritrovati.
Io che guardo l’altro che mi guarda vedendomi differente.
Un gioco di specchi e rifrazioni, di riflessi e riflessioni.
In questo luogo, fatto di parole e sguardi, abbiamo chiesto ai ragazzi di fidarsi un po’, solo per qualche momento. Abbiamo atteso la risposta. Alcuni di loro, circa una ventina alla mattina e 5-6 al pomeriggio, si sono fermati, incuriositi. Altri hanno ascoltato poi sono usciti, per rientrare nella stanza, altri sono rimasti fuori a guardare.
La proposta alla mattina del laboratorio di collage è divenuta, pian piano, una esperienza da provare, senza pretese, anzi con la decisione di vedere cosa potesse accadere: si parte poi si vede come vanno le cose.
Erano impliciti un patto e un obiettivo: quello che veniva proposto era un’esperienza non per decodificare, testare o valutare, bensì un accompagnare e accompagnarsi nella co-creazione di significati, di storie dove le strumentazioni di bordo per orientare il viaggio non erano prestabilite, ma la condivisione dell’esperienza era assicurata.
Mettersi a guardare da un altro punto di vista: la fotografia di Venezia dal campanile ha ricordato a tutti che noi vediamo e, poche volte, guardiamo il mondo da un punto di vista mentre, simultaneamente, sussistono altri sguardi.
Così la riflessione si è orientata verso le differenze tra vedere ed essere visti, fino ad arrivare a congiungere le due esperienze: vedere mentre so di essere visto.
Ma ancora di più: sapere che c’è sempre qualcosa di me nello sguardo dell’altro:
“La diversità è di intralcio!” sentenziano.
Oppure: “Devono sempre sottolineare che sei adottato!”
Lo sguardo dell’altro, compreso il nostro di adulti, che vede solo una parte, solo un punto di vista, a volte sempre e solo quella parte!
Da queste riflessioni abbiamo chiesto ai ragazzi di farci sapere cosa cambia in loro quando vengono poste altre domande come ad esempio: “Tu chi sei?”.
Subito hanno colto che questa domanda consente di percepire l’autenticità dell’interesse più che una semplice e banale curiosità superficiale e distaccata.
Entrare per Uscire: entrare nelle parole consuete e conosciute, anche quelle che utilizziamo da sempre, per poter uscire con nuovi significati come nelle parole, frasi e immagini che i ragazzi hanno scelto per i loro collage.
“Nessuno di noi nasce con un’identità, perché l’identità è frutto del riconoscimento che ci proviene da chi ci è accanto”, recita una frase trovata in una rivista che nulla ha a che fare con l’adozione. Chiarissima la risonanza con quanto i ragazzi hanno riconosciuto sulla identità come nome di relazione, come una dimensione di reciproca appartenenza che precede e sopravanza ogni tentativo di chiusura in una definizione conclusiva del sé.
Cosi come un trafiletto che un ragazzo ha “trovato” e che ha ritagliato e incollato nel suo collage:
“La nostra formula di viaggio si discosta radicalmente da ogni altro viaggio di gruppo per due aspetti unici ed originali. Ogni partecipante è coinvolto nell’organizzazione del viaggio in collaborazione con il coordinatore. La parola stessa “partecipante” (e non cliente o componente del gruppo!!!) indica che ogni viaggiatore partecipa alla costruzione di un’esperienza unica ed irripetibile. Crediamo che la riuscita di un viaggio dipenda dalla collaborazione, dallo spirito di iniziativa che lo rende unico e tagliato su misura sulle esigenze del gruppo.
La flessibilità: non abbiamo itinerari fissi, ma solo di massima e suscettibili di modifiche. Compatibilmente con la destinazione e/o il periodo dell’anno in cui si è scelto di viaggiare, invitiamo sempre i nostri gruppi a limitare le prenotazioni, favorendo, cosi, la flessibilità e la libertà di immergersi nelle realtà locali secondo i ritmi dettati dal gruppo. Fanno eccezione determinati viaggi che, a causa delle disposizioni di alcuni Paesi, obbligano a prenotare tutti i servizi seguendo un itinerario fisso da rispettare.”
Entrare per uscire, uscire per entrare.
Il momento conclusivo: sostare per raggiungere nuovi punti di vista, nuova consapevolezza e nuovi significati
Ci troviamo, una volta conclusa l’esperienza di ricerca, ritaglio e incollaggio, a guardare insieme le loro opere artistiche.
Tutti ci troviamo un po’ sbigottiti e disorientati, così come lo faranno i genitori quando in assemblea si raduneranno a guardare i collage.
Tutti increduli nel chiederci da dove vengano quelle parole che in quel contesto assumono un senso e un significato preciso e chiaro: sembrano giuste per descrivere le emozioni e i pensieri che i ragazzi hanno dei cambiamenti e delle trasformazioni che stanno attraversando, stanno vivendo e sentendo dentro di loro.
Entrare e uscire con nuovi significati ci ha permesso di riconoscere che quelle parole erano già presenti e che è bastato sintonizzarsi con un “dentro” per riuscire a trarre “fuori” il senso per l’esperienza che stavano passando, in quel momento della loro vita. Solo lo sguardo attento e la consapevolezza hanno permesso di trovare quelle parole che hanno senso nella loro storia.
Più forte della necessità di arrivare in tempi brevi a capire tutto, è stata vissuta la pervicace insistenza nell’esistere così come sono e come viene, che i ragazzi hanno portato all’evidenza.
Spesso i genitori, arrivata l’adolescenza, devono fare i conti con la consapevolezza della distanza delle aspettative che avevano sui figli rispetto a quanto proprio i figli vivono e riescono.
Dall’altra parte ci sono i figli che guardano il mondo da un altro punto di vista che rimane, per un certo grado, distante e inaccessibile ai genitori.
Proprio i figli sembrano chiedere agli adulti e ai propri genitori di essere in grado di sintonizzarsi con qualcosa che ancora non ha forma, non ha senso, almeno così sembra.
“La luce entra da ogni lato” ci ricorda una frase ritagliata da chissà quale rivista e incollata su un collage.
Provare a dare un assetto di pensiero a questa massa informe di parole e immagini è difficile, ma è ancora più necessario per arrivare ad abbozzare racconti che siano vissuti e sentiti come autentici.
Farsi racconto
L’esperienza vissuta insieme è stata quella di rintracciare quelle parole e quei racconti “pre-confezionati” per farsi accompagnare nella esplorazione di nuovi significati. Siamo entrati nei luoghi comuni, nei racconti pieni di pregiudizi, per uscire con narrazioni sentite come autentiche, più rispondenti alla realtà che vivevano i ragazzi e le ragazze.
I figli ci invitano a fare un viaggio tra dentro e fuori, tra entrare ed uscire, tra senso e non senso, tra visibile e invisibile.
Noi adulti, genitori, cosa e come rispondiamo a tale appello?

Massimo Maini
pedagogista
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