Proponiamo l’intervista di Mariagloria Lapegna a Enrica Pavesi, Referente Affido per il Coordinamento nazionale famiglie adottive e affidatarie (Care), che ci aiuta a comprendere meglio il mondo dell’affido in Italia, anche alla luce della recente sentenza di Bibbiano.
L’affido è un prezioso strumento di protezione dei minori forse poco esplorato. Ne parliamo con Enrica Pavesi, ex presidente dell’associazione per la promozione dell’affido e dell’adozione di Piacenza “Dalla parte dei bambini” e Referente Affido per il Coordinamento nazionale famiglie adottive e affidatarie (Care). In pensione da qualche anno, Enrica mi racconta della sua vasta esperienza personale: negli ultimi venti anni, con suo marito ha accolto dieci minori: alcuni sono rientrati nella famiglia di origine, per altri, più piccoli, è stato attivato l’affido “di emergenza”, altri ancora sono rimasti a lungo e per uno di questi l’affido si è trasformato nella cosiddetta “adozione mite”. Con un lampo di tenerezza mi confida di essere diventata anche nonna: uno dei suoi ex bambini ora è sposato e ha due figli.
Le chiedo subito un orientamento legislativo.
Enrica, come è regolato oggi l’affido in Italia?
L’affido, come l’adozione, è previsto e regolato dalla legge 184/1983 che si applica quando “la famiglia non è in grado di provvedere alla crescita e all’educazione del minore” (Art. 1 comma 4, Ndr). Nel 2012 sono state poi firmate dalla Conferenza Stato-Regioni le Linee di indirizzo per l’affidamento familiare, che forniscono indicazioni utili per garantire omogeneità negli interventi di affidamento dei minori a livello nazionale. Si tratta comunque di Linee guida – aggiornate nel 2024 – che devono essere recepite dalle singole regioni.
Sappiamo che possono dare disponibilità per l’affido coppie o anche persone single e non vi sono limiti d’età. Qual è l’iter da seguire?
Prima di tutto, il mio suggerimento è rivolgersi alle associazioni familiari presenti sul territorio, che sono in grado di fornire tutte le informazioni e soprattutto possono sostenere in vario modo le famiglie interessate. Il sito del coordinamento CARE (https://coordinamentocare.org) contiene un elenco di numerose associazioni familiari presenti in Italia. È poi necessario contattare i Servizi sociali del proprio Comune di residenza oppure, se presente, il Servizio Affidi del Comune, che organizzano periodicamente corsi di preparazione/formazione con la partecipazione di assistenti sociali e psicologi. Se in seguito la disponibilità all’affido è confermata, sono previsti incontri specifici con l’equipe Affido formata da assistente sociale e psicologo, e una visita domiciliare. È importante distinguere due tipi di affido: consensuale o giudiziale. Nel primo caso, la famiglia naturale in difficoltà e quella affidataria firmano un accordo con i Servizi sociali, che a loro volta comunicano la decisione al giudice tutelare che procede con la ratifica; se invece la famiglia di origine si oppone, pur risultando inadeguata, l’affido è giudiziale e disposto dal Tribunale per i minorenni; in quest’ultimo caso la procedura di abbinamento del bambino è diversa da regione a regione, può essere disposto direttamente dal Tribunale per minorenni oppure il Tribunale può chiedere ai Servizi sociali di provvedere.
Nella tua storia di mamma affidataria ci sono degli affidi di “emergenza”. Che cosa sono?
Gli affidi di emergenza sono i più, delicati, “nascono dall’esigenza di offrire in ogni modo un’accoglienza in famiglia a tutti quei bambini, in particolare di età compresa tra gli 0 e 10 anni, coinvolti in situazioni che sono improvvise e gravi, tali da richiedere un pronto intervento immediato. Tale intervento deve essere effettuato dopo una verifica in cui si constata che non sia possibile né opportuna l’accoglienza presso parenti disponibili ed idonei”(dalle Linee di indirizzo per l’affidamento familiare, n. 224). Due volte abbiamo accolto bambini “in emergenza”, avevano quattro e sei anni, ma può accadere anche con i preadolescenti. In questi casi, i bambini vengono allontanati senza preavviso dai Servizi sociali a volte anche accompagnati dalle Forze dell’Ordine. A Piacenza il protocollo per l’affido di emergenza stipulato tra le comunità di accoglienza per minori e i Servizi territoriali prevede un tempo massimo di ventuno giorni: in questo tempo vengono effettuate le indagini e al termine si decide se confermare l’allontanamento con un affido temporaneo in comunità o altra famiglia affidataria oppure prevedere il rientro in famiglia.
Chi sono i minori che vanno in affido?
Si tratta di bambini che vivono in un contesto familiare inadeguato o non sicuro, per esempio con genitori alcolisti, con disturbi psichici o che fanno abuso di sostanze, bambini che vivono condizioni di grave trascuratezza e che hanno subìto o assistito a violenza. Va ricordato che la sola indigenza non è causa di allontanamento dei figli. I presupposti di inadeguatezza della famiglia di origine sono comuni all’iter adottivo, tuttavia ci sono due importanti differenze: l’esistenza di un rapporto affettivamente positivo con qualcuno della famiglia di origine – pur carente dal punto di vista delle cure – e la previsione di un possibile recupero delle capacità genitoriali nel corso del tempo.
Se la mamma è comunque ritenuta idonea all’accudimento, è previsto l’inserimento in una comunità mamma-bambino. Se però questo non è possibile perché entrambi i genitori risultano inadeguati o assenti, si valuta l’affidamento a un parente entro il quarto grado oppure l’affido etero-familiare. Se il recupero dei genitori di origine non risulta possibile, anche dopo che sia trascorso diverso tempo, e se il giudice non ravvisa le condizioni per un’adozione, perché risulta comunque positivo il rapporto affettivo che si è instaurato tra il minore e la sua famiglia, ci si ritrova nei casi del cosiddetto affido sine die con l’accompagnamento del minore alla maggiore età e all’autonomia.
Quali adulti si avvicinano alla scelta dell’affido?
Le famiglie affidatarie spesso, ma non sempre, hanno figli naturali e sono spinti soprattutto dal desiderio di accompagnare un bambino per un pezzetto della sua vita, collaborando per un suo eventuale positivo rientro nella famiglia di origine. Potremmo parlare di un desiderio di genitorialità non esclusiva, finalizzato al benessere del bambino in un periodo difficile della sua vita.
Uno dei timori per chi si avvicina all’affido o all’adozione mite è legato ai rapporti con la famiglia di origine. Qual è la tua esperienza?
Devo dire che nel caso dell’affido i bambini hanno ben chiara la differenza tra famiglia di origine e affidataria, la responsabilità genitoriale in molti casi resta al tutore e non ci possono essere eccessive ingerenze. Nella cosiddetta adozione mite, che poi legalmente è l’adozione in casi particolari ex art 44, la situazione è diversa: viene disposta se lo stato di fragilità della famiglia di origine permane ma non c’è un vero e proprio abbandono affettivo; la responsabilità genitoriale è della famiglia accogliente/adottiva e non sono interrotti i legami affettivi e giuridici con la famiglia di origine. Anche in questo caso occorre concordare con i Servizi sociali le modalità di frequentazione, il minore non perde cognome di origine ma lo pospone a quello della nuova famiglia. Inoltre, il minore entra nell’asse ereditario delle due famiglie, quella di origine e quella affidataria, con tutte le possibili conseguenze legali. In entrambi i casi, la famiglia di origine e quella affidataria sono in contatto fin dal primo momento e sono supportate dai Servizi sociali, presto imparano a conoscersi e, se non si innesca forte conflittualità, il rapporto non è così difficile. Inoltre, i minori non troncano i rapporti con i propri familiari – stiamo parlando di situazioni che non recano pregiudizio grave – e questo ha anche dei vantaggi. La mia esperienza non è negativa, non ho mai avuto problemi con famiglie d’origine invadenti.
Sappiamo che i bambini e le bambine in affido, come quelli che vengono adottati, devono fare i conti con una doppia appartenenza. Pensi che da questo punto di vista nell’affido ci siano maggiori criticità?
Certamente è necessario lavorare bene con il bambino o la bambina, che dovrà fare un percorso di consapevolezza sui limiti della propria situazione familiare. Conservare il cognome d’origine o il doppio cognome non è ininfluente, perché questo rappresenta un’appartenenza che in questo caso è esplicitamente doppia. Un figlio in affido può raggiungere stabilità quando riesce a dare un senso alla propria storia e a ciò che ha vissuto, collegando la propria esperienza all’interno della famiglia affidataria. È poi fondamentale per chi accoglie coltivare la collaborazione con i Servizi sociali, concordare sin dall’inizio un progetto comune in cui tutti gli attori – famiglia naturale, affidataria, Servizi sociali – siano coinvolti attivamente. Infine, è importantissimo restare all’interno di una rete di famiglie che vivono esperienze analoghe, come accade nelle associazioni familiari.
La tua esperienza personale di affido è iniziata molti anni fa. Hai notato dei cambiamenti nel tempo?
I bambini e le bambine in Italia non sono allontanati dalle famiglie di origine con leggerezza, questo l’ho sempre riscontrato. Devo dire però che in passato i Servizi sociali tendevano di più a interagire con la famiglia che viveva una fragilità e l’affido temporaneo veniva proposto con maggiore serenità, con la fiducia di un possibile e auspicabile rientro in famiglia. Di conseguenza, i bambini in affido erano più piccoli perché si interveniva subito in sostegno della famiglia. Negli ultimi anni, invece, si ricorre all’affido con maggiore resistenza, anche in presenza di situazioni molto critiche per i figli, preferendo una collocazione in Centri educativi diurni o la presenza di un educatore domiciliare pur di evitare l’allontanamento da una famiglia di origine gravemente carente. Trovo discutibile questo modo di procedere perché l’affido è una misura che mira a recuperare la famiglia di origine proteggendo allo stesso tempo i bambini e, se si lavora bene, non è uno strappo o un trauma e gli stessi allontanamenti avrebbero minore durata se si intervenisse subito. D’altronde, se un rientro in famiglia non dovesse risultare possibile in tempi brevi, significherebbe che le criticità familiari non sono sanabili e in tal caso è certamente meglio intervenire al più presto per il bene dei bambini e non aspettare.
Che consiglio daresti a chi è interessato a questo percorso?
Le famiglie non dovrebbero mai restare da sole, tutte. In particolare, quelle nate per adozione o che scelgono l’affido dovrebbero essere parte di una rete di famiglie solidali che potranno essere di aiuto reciproco in tante fasi della vita. Inoltre, le famiglie affidatarie dovrebbero instaurare rapporti di autentica fiducia con i Servizi sociali, condividendo un progetto concordato, chiaro e trasparente, che consenta alla famiglia affidataria di accedere a tutte le notizie riguardanti il bambino o la bambina, per poter prendersene cura nel modo migliore.
Enrica, ci hai descritto l’affido nelle sue molteplici articolazioni e forme legali. Perché aprirsi a questa esperienza, oggi?
Posso parlarti di noi: ho sempre pienamente condiviso la scelta dell’affido con mio marito e anche con i ragazzi che in quel momento erano parte della nostra famiglia. Per noi è espressione del desiderio profondo di prenderci cura di qualcuno, non solo nei suoi primari bisogni concreti ma anche nella sua emotività, farlo sentire ben voluto e amato come figlio così come è. Inoltre, per noi l’affido ha risposto a un bisogno di giustizia: restituire a questi ragazzi le stesse opportunità di chi vive in famiglie adeguate, che significa non solo poter fare sport, coltivare hobby, passioni, suonare uno strumento, ma soprattutto essere al centro della nostra attenzione, sentirsi amati. Questo è un modo di essere pienamente genitori, pur nella consapevolezza che questi ragazzi hanno un papà o una mamma altrove; vorrei sottolineare che questo non è mai stato un ostacolo, abbiamo trasmesso i nostri valori, abbiamo condiviso tanto e ci siamo confrontati con il mondo da cui provenivano, una realtà diversa ma non necessariamente sbagliata, piuttosto ferita e vulnerabile. Questo confronto ci ha enormemente arricchito e anche ridimensionato nei nostri pregiudizi, ponendoci accanto alle fragilità delle famiglie di origine. Siamo convinti che il bene che abbiamo loro donato – non importa se per poco o molto tempo – li accompagnerà per tutta la vita ed è lo stesso bene che resta a noi.

Autore
Mariagloria Lapegna
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