Ho incontrato Valeria nel grande e luminoso appartamento in cui vive con la sua famiglia nel centro di Napoli: moglie, mamma, pedagogista, presidente di una cooperativa sociale, è anche la responsabile, con suo marito, di una casa famiglia nata nel 2004. Sprigiona energia mentre mi racconta con passione di sé e del suo “lavoro”.
Valeria, che tipo di struttura è la casa in cui vivi?
Questa è la nostra casa ma è anche un tipo particolare di struttura residenziale per minori, prevista dal Catalogo regionale e accreditata e convenzionata dal Comune di Napoli: la nostra “casa famiglia” prevede infatti la presenza di un nucleo familiare residente, in questo caso io, mio marito e nostra figlia oggi diciottenne. Questo tipo di alloggio consente di ospitare bambini e bambine da zero a 18 anni, anche se – proprio per la presenza di un nucleo familiare – ci vengono affidati prevalentemente bambini molto piccoli, spesso dalla loro nascita, per i quali è necessario stabilire relazioni affettive significative e continuative. Al momento vivono con noi sette tra bambini e bambine, di età compresa tra i due e gli otto anni. Collaborano con noi altri cinque adulti ed educatori e, se previsti, volontari del Servizio Civile Nazionale.
Come nella favola di Pinocchio, che nella pancia della balena compie una scelta importante che gli consentirà di diventare un bambino vero, ci piace porre attenzione alla trasformazione che avviene qui: la sofferenza viene in qualche modo accompagnata, le viene dato il giusto significato, si trasforma nella consapevolezza che non si è sbagliati o colpevoli e che una nuova e bella opportunità è sempre possibile.
Quali bambini vi vengono affidati e da chi?
I bambini che ospitiamo sono segnalati dal loro Comune di residenza o dal Tribunale per i minorenni, che valutano e dispongono un allontanamento temporaneo dalla famiglia di origine, spesso disfunzionale e inadeguata. Questa soluzione “estrema” è necessaria quando non sono possibili altri interventi di sostegno: lo scopo è mettere quel bambino o quella bambina in protezione e garantire il diritto di vivere una dimensione infantile appropriata. L’intento è anche quello di dare un giusto tempo ad Istituzioni ed Enti preposti per condurre approfondimenti giudiziari e sociali mirati, verificando un eventuale futuro rientro nella famiglia di origine.
I bambini che accogliamo non sono mai “difficili”, è piuttosto il contesto da cui provengono ad essere molto problematico, con adulti di riferimento fragili che spesso hanno vissuto esperienze multiproblematiche e che hanno generato “sintomi” importanti nei bambini. Va ricordato inoltre che, al contrario di quanto si pensi, gli allontanamenti dei minori dalle famiglie di origine non sono mai disposti solo per problematiche economiche.
Perché in questa fase non vengono scelte famiglie affidatarie?
In generale, quando, dopo attenta valutazione, la decisione è il collocamento temporaneo presso comunitè residenziali, vuol dire che la complessità della situazione specifica richiede un team di professionisti qualificati e preparati. Si tratta di un periodo particolarmente delicato in cui le famiglie di origine spesso sono molto presenti e possono esserci pesanti ingerenze, mentre è assolutamente necessario salvaguardare il più possibile la serenità dei bambini. Solo in caso di mancato riconoscimento alla nascita i bambini possono essere direttamente affidati a una coppia adottiva o affidataria. In tutti gli altri casi si tratta di allontanamenti temporanei – a volte di urgenza – necessari per metterli in sicurezza. Le famiglie affidatarie sono eventualmente selezionate al termine della fase giudiziaria, quando si dispone l’affidamento familiare perché il nucleo di origine non è più ritenuto adeguato.
Certamente l’allontanamento dalla famiglia di origine può essere doloroso, ma spesso è davvero inevitabile per il bene dei bambini che – non dimentichiamo – saranno gli adulti di domani. Il trasferimento in una comunità diventa un beneficio per i bambini e le bambine grazie a esperienze favorevoli e incontri con figure adulte positive di riferimento, per questo è necessaria una formazione specifica per tutti gli attori chiave coinvolti nella cura. Gli operatori che lavorano con i bambini hanno poi spesso opportunità privilegiate per collaborare con le famiglie di origine e possono infine fornire un importante feedback alle Istituzioni, in modo da accrescere la consapevolezza degli effetti negativi del maltrattamento sullo sviluppo infantile e dell’impatto a livello individuale e sociale.
Solo realizzando una decisa, capillare e precoce azione di prevenzione con tutti gli adulti coinvolti – le famiglie – si potrà ridurre la frequenza degli allontanamenti. È fondamentale sviluppare la sensibilità su questo tema, potenziando la formazione di coloro che incontrano per lavoro i bambini e le bambine: insegnanti, pediatri, assistenti sociali… tutti dovrebbero essere sufficientemente consapevoli per individuare i segni predittivi dei maltrattamenti e poter intervenire in tempo, prendendosi cura della famiglia di origine prima che sia troppo tardi. Oggi, invece, accade troppo spesso che non ci si accorge o addirittura si evita di vedere situazioni di incuria che – in assenza di immediati interventi professionali – possono solo aggravarsi. Per questo bisognerebbe definire bene che cosa si intende per “maltrattamento”, “negligenza”, “ipercuria”, ma anche “violenza verbale”, in modo da operare in maniera congiunta. Il rischio è restare ai margini di un grave problema per cui l’unica soluzione possibile diventa alla fine l’allontanamento.
A volte si pensa che le strutture di accoglienza per minori abbiano qualche interesse a trattenere indebitamente i loro ospiti. Che cosa ne pensi?
I responsabili delle strutture di accoglienza non possono decidere niente, è il Tribunale per i minorenni che dispone l’eventuale adottabilità o altri provvedimenti. Certamente, siamo tenuti a fornire al Tribunale osservazioni mediante relazioni accurate che non si basano però su interpretazioni e opinioni. Il nostro parere è il risultato di un insieme di griglie di riferimento dell’età evolutiva, indicatori e criteri pedagogici precisi, le relazioni devono seguire uno schema prestabilito, il nostro ruolo non è mai decidere per i bambini.
Qual è allora il tuo ruolo in casa famiglia, tenendo conto che avete anche una figlia?
Tutti i bambini che vivono qui ricevono le stesse attenzioni e la stessa cura che ho per mia figlia. Vivere una dimensione affettiva e relazionale sana è molto importante e il nostro ruolo è proprio quello di far sperimentare ai bambini una dimensione infantile favorevole allo sviluppo delle loro capacità e potenzialità. Avere cura significa anche, per esempio, farmi vedere mentre preparo la cena e poi mangiare insieme: questi sono piccoli, ma significativi gesti che trasmettono cura al di là delle parole. La nostra è come una famiglia allargata che non si fonda sui legami di sangue, come d’altronde accade per tante vere famiglie che ci circondano. Eppure, io non sono la loro madre “sostituta”, non mi chiamano mamma, il mio ruolo è anche aiutarli ad elaborare il concetto di “mamma”, una persona che hanno realmente conosciuto.
Tenersi in equilibrio tra una relazione autenticamente materna ed essere allo stesso tempo consapevoli di essere per i bambini un riferimento temporaneo non deve essere facile. Come vivi le inevitabili partenze da casa, in caso di adozione, affido o rientro in famiglia?
Io e mio marito abbiamo la costante supervisione di uno psicologo che ci aiuta a tenere il giusto distacco dalle situazioni, pur conservando il nostro ruolo. Tutta l’equipe di educatori ha inoltre incontri regolari con un consulente esterno, che aiuta a riflettere e decodificare i vissuti. È fondamentale che ciascuno tenga sempre ben chiaro il proprio ruolo all’interno della relazione di cura.
Come si integrano i bambini che vivono in casa famiglia negli ambienti che frequentano?
Direi che ci scontriamo continuamente con numerosi stereotipi di cui spesso non si è consapevoli. Solo perché allontanati dalle famiglie di origine, questi bambini sono considerati un po’ “figli di tutti”, come se non avessero nessuno che si prende cura di loro; questo significa che tutti – maestre, altre mamme – si sentono in diritto di proteggerli o sapere “come si fa”. In realtà, questo è un modo per emarginarli, perché vengono trattati in modo diverso dagli altri, senza contare che qui a casa hanno tutte le attenzioni e cure possibili. Tuttavia, se uno dei miei bambini sbaglia, io intervengo come farei per mia figlia, senza sconti. Un altro luogo comune è che a questi bambini toccano giocattoli o vestiti usati: a volte mi contattano persone che vogliono donarmi cose usate che io però non accetto: questi bambini non devono sentirsi inadeguati o non meritevoli di ricevere cose nuove.
Eppure capita che i genitori biologici si scambino giocattoli o vestiti usati per i propri figli; perché non comportarsi allo stesso modo con i bambini della casa famiglia?
Non è la stessa cosa: per mia figlia ho accettato a volte vestiti usati, ma i bambini che mi sono affidati hanno già dovuto rinunciare alla loro casa, ai loro riferimenti, ai loro giocattoli: ora non devono avere la sensazione di essere indegni di cose nuove.
È capitato che aspiranti genitori adottivi abbiano frequentato la tua casa famiglia?
No, mai. In passato il Tribunale per i minorenni mi ha contattato per segnalarmi coppie in attesa di adozione che avrebbero dovuto fare un “percorso” qui a casa, ma non ho mai accettato: penso che questo non sia affatto un bene per i bambini, che sono già circondati da numerose figure adulte di riferimento e non devono essere strumentalizzati da esigenze o desideri di altri. Inoltre, gli aspiranti genitori adottivi hanno di solito aspettative molto forti e sarebbe difficile spiegare che in nessun caso potranno adottare uno dei bambini conosciuti in casa famiglia, non è così che avvengono gli abbinamenti.
La tua famiglia vive qui. Come riesci a conciliare le esigenze del tuo nucleo familiare con il lavoro che svolgi a stretto contatto con i bambini?
L’appartamento in cui abitiamo ci consente da avere uno spazio esclusivo per la nostra famiglia: una camera da letto per noi, una per mia figlia e un bagno. Sappiamo infatti che la nostra famiglia ha bisogno di spazi fisici specifici e di un tempo tutto per noi per rigenerarci e trovare il giusto equilibrio. Per questo, ad esempio, oltre alle vacanze estive con tutti i bambini della casa famiglia, ci ritagliamo poi una tempo di vacanza solo per noi tre, è importante per tutti.
Come vanno gestiti nel tempo i contatti con chi è stato ospite?
Con le dimissioni dalla casa famiglia, il Tribunale chiude il procedimento e dunque, di fatto, la casa famiglia non ha più in carico quel minore. Ma ciò non vieta che le famiglie – di origine, affidatarie o adottive – continuino ad avere rapporti con noi, soprattutto se nell’interesse o richiesta degli stessi bambini. Questo accade proprio grazie al legame importante che si è creato con noi. Alcuni bambini sono oggi diventati adulti e genitori a loro volta e vengono a trovarci regolarmente con i propri figli.
Che ruolo ha la casa famiglia nel percorso di vita dei piccoli ospiti?
Dal momento in cui ci vengono affidati fino al momento di uscita dalla casa famiglia, assumiamo un ruolo centrale nella loro esperienza di vita. Quando arrivano, dopo un primo momento di grande smarrimento dovuto al ritrovarsi in una nuova casa tra persone estranee, comincia, grazie all’attenzione di educatori esperti, una relazione di cura che garantisce la dimensione infantile prima negata. I ritmi quotidiani fatti di tempi e spazi dedicati consentono di vivere una vita di “famiglia” che, una volta interiorizzata, diventa la loro prima esperienza di cura sana, riferimento per il loro futuro.

Autore
Mariagloria Lapegna
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