Quando conduco i laboratori nelle scuole, al termine, chiedo ai ragazzi di far girare un foglio e scrivere una parola o una breve frase che mi faccia capire come sono stati, il loro giudizio e il loro sentire. Prometto l’anonimato ed esorto a scrivere in piena libertà.
Non di rado mi accorgo di non saper decifrare almeno la metà delle loro espressioni. Chiedo quindi di spiegarmele, a loro diverte, considerandomi paleolitica e fuori tempo, soddisfatti del fatto che, per una volta, la parte dell’ignorante spetti all’adulto e non a loro. Con pazienza e saccenza mi spiegano che chill sta per “sei simpatica” o “per fortuna non sei noiosa” e che PFM vuol dire “puoi fare meglio” – quest’ultima mi diverte tanto perché sa di rivalsa per chi finalmente può mettere il voto anziché subirlo.
Mi sono così appassionata a una ricerca sul gergo in voga tra le ultimissime generazioni che propongo con una riflessione sull’evoluzione generazionale del linguaggio segreto dei giovani e una breve guida per chi, come me, voglia restare aggiornato.
I giovani d’oggi non parlano più italiano!
Quante volte abbiamo sentito questa frase? Sospirata da genitori, gridata da insegnanti, digitata con tono accorato nei gruppi Facebook. Eppure, se facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, ci accorgiamo che anche le generazioni passate avevano il loro linguaggio: Che sballo, Che figa, Togo: lo slang non è nato su TikTok…
In altre epoche si diceva che tipo!, è una bomba, sei mitico. I ragazzi si dividevano tra “fighi” e “sfigati”, si davano appuntamento “al muretto” e ascoltavano “musica tosta”. Già allora, i genitori si chiedevano da quale pianeta fossero scesi i loro figli. Poi sono arrivate parole come “sbroccare”, “sgamare”, “cazzeggiare”, “figata”. I ragazzi parlavano di “seratone”, di “cosmico”, e chi era davvero cool poteva anche essere chiamato “number one”.
Ogni epoca ha avuto il suo slang generazionale: parole nuove, codici identitari, modi di parlare che servono a una cosa fondamentale: distinguersi dagli adulti.
Oggi, lo slang giovanile non solo è cambiato, ma è diventato più veloce, più effimero e più criptico. Non si diffonde più a scuola o in piazza, ma su TikTok, Discord, Instagram, Snapchat, WhatsApp. Nasce nei commenti dei video virali, nei meme, nei giochi online.
Sono parole, spesso mutuate da termini inglesi, che vengono usate come segni di riconoscimento tra coetanei.
Ecco perché per un adulto oggi è più difficile stare al passo: lo slang è diventato liquido, globale e velocissimo. Quello che è in oggi, domani è già out.
In realtà, il gergo giovanile – oggi come ieri – è molto più di un passatempo linguistico o un attentato alla lingua italiana. È un modo per creare identità, marcare confini generazionali, inventarsi un mondo nuovo dove i grandi non possono entrare. È la lingua segreta degli adolescenti, che serve anche a difendere spazi di libertà.
Se negli anni ‘70 si diceva che sballo per descrivere un momento top, oggi si dice slay. Il significato profondo è lo stesso: celebrare un’emozione con parole diverse, proprie.
E se provassimo a capire invece di giudicare?
Perché, se è vero che oggi il linguaggio degli adolescenti sembra scritto in geroglifici digitali, è anche vero che il desiderio di comunicare tra pari è una costante umana. Cambiano le parole, ma il bisogno resta lo stesso.
Tutti siamo stati strani per qualcuno, molti di noi sono stati cause perse per i loro genitori o i loro insegnanti. Anche noi abbiamo parlato in codice, con frasi che oggi ci farebbero ridere. Tanti di noi sono tati rimproverati dagli insegnanti quando è arrivata l’abitudine di sostituire il “per” con X, ci siamo presi note e richiami per questo e i grandi sospiravano retorici “dove andremo a finire?”.
Luca Goldoni, negli anni ’70 scrisse un libro dal titolo “Cioè” – più di un milione di copie vendute – dove raccontava: “quando parlo con un ragazzo, al primo ‘cioè’ mi concentro e dico stiamo attenti, adesso puntualizza meglio. Al secondo ‘cioè’ strizzo gli occhi e mi sforzo per non perdere neppure una sfumatura.
Al terzo ‘cioè’ la mia tensione è allo spasimo.
Poi lascio andare come un naufrago e non seguo più le capriole del discorso. Certo, certo, ripeto stancamente.”
Penso che il cioè qualche volta mi serviva per superare l’imbarazzo, per prendere tempo durante un’interrogazione difficile, per cercare le parole in risposta ai miei genitori che pretendevano spiegazioni per un mio comportamento di cui nemmeno io conoscevo tanto bene la ragione. Era sì un intercalare ma aveva anche una sua funzione. All’epoca ero ragazzina e ricordo di aver ricevuto non pochi rimproveri dagli adulti che mi esortavano a piantarla con tutti quegli inutili cioè. Poi è passata, ho imparato a utilizzare la x in aritmetica e il cioè solo quando è strettamente necessario.
Certo è vero che, se ogni generazione ha avuto il suo linguaggio, quella attuale, nell’era digitale, ha portato lo slang a un livello impegnativo. Tuttavia, aiutati dai figli, da Google o da ChatGpt, possiamo provare a fare un po’ di chiarezza. E magari ci facciamo anche due risate.
Cringe: il Male Assoluto. Nel gergo teen, essere cringe è peggio di dimenticare i compiti a casa e farsi interrogare in matematica. È un mix di imbarazzo, disagio, quasi una tragedia. Un adulto che cerca di ballare su TikTok? Cringe. Una battuta di un professore troppo entusiasta? Super cringe. La regola è semplice: se pensi “forse sto esagerando”, stai già facendo cringe.
Flexare è vantarsi. Se un adolescente mostra le sue nuove scarpe da 300 euro o pubblica una storia con l’ultimo iPhone, sta flexando. È un modo sottile di dire “guardami, sono fighissimo”. Nota: se flexi troppo, passi da cool a cringe in meno di 3 secondi.
Il più comprensibile tipo, usato dai giovani, non ha confini. È un connettivo, un intercalare, come il nostro cioè di allora. “Stavamo tipo andando al parco e tipo arriva tipo lui…”
Slay è un complimento, un incoraggiamento, un applauso. No cap sta per “giuro”, “non sto scherzando” viceversa, se una cosa è palesemente falsa, è una cap, una bugia.
In ambiente scolastico i termini sono specifici e talvolta taglienti. Generalmente puntano al risparmio.
Prof: abbreviazione universale di “professore” o “professoressa”. “Oggi il prof di mate ha dato 3 verifiche, help”.
Veri: versione corta di “verifica”. Perché dire una parola intera quando puoi accorciarla? “Domani abbiamo la veri di storia, non so nulla bro (amico)”.
Interro è facilmente traducibile in interrogazione. “Mi ha beccato all’interro di latino”.
RIP – che sta per “rest in peace” – viene usato ironicamente quando qualcosa va malissimo.
Scammare indica le ingiustizie: “Il prof mi ha messo 5, ma non ho coppiato. Mi ha scammato”.
Coppiare con due p viene usato senza alcuna vergogna: “Ho coppiato tutto dal tipo davanti, easy”.
Clippare – derivato da “clip” (video) – significa immortalare un momento assurdo in classe: “Hai visto quando il prof stava cadendo dalla sedia? Clippato subito”.
Bo – espressione universale, di indecisione, ignoranza o semplicemente apatia – non richiede l’acca davanti: “Sei preparato per l’interro? Bo”.
AFK – dall’inglese “Away From Keyboard”, letteralmente “Lontano dalla tastiera” – viene usato per dire “assente”, distratto, o fuori fase: “Oggi ero afk tutto il tempo in classe”.
Hardcarry è il prof magnanimo che salva la classe: dà voti alti, aiuta, chiude un occhio: “Ci ha messo tutti 6 anche se non sapevamo nulla. Hardcarry vero”.
Freestyle è di chi ha strategia e furbizia sufficienti per prendersi la sufficienza arrampicandosi con stile sugli specchi.
Tryhardare è sforzarsi troppo per un compito. Spesso usato in tono melodrammatico: “Ieri ho tryhardato quattro ore su storia e ho preso 6”.
Ancor più eroico sweattare, letteralmente “sudare”: indica studio intenso, ma anche ansia totale: “Stavo sweatando durante l’interro di inglese”.
I videogiochi contribuiscono a fornire termini per la dura vita dello studente: Grindare è studiare tantissimo, anche per giorni: “Sto grindando mate da due giorni per prendere almeno 6”.
L’utilizzo di Cringe è impietoso verso adulti imbarazzanti: “Il prof ha fatto una battuta su TikTok. CRINGE massimo”.
Esilaranti alcuni termini riservati ai genitori che, con buona volontà e senso dell’umorismo, ci potrebbero aiutare a rivedere alcuni nostri comportamenti: NPC – Non-Playable Character – è il personaggio fuori gioco nei videogames. Usato per dire che un genitore è prevedibile, noioso, ripetitivo allo stremo e tanto, troppo antico: “Mio padre continua a dirmi ‘ai miei tempi’. NPC totale”.
Karen, al maschile “Carlo”, è la madre che si lamenta di tutto, fa scenate, vuole parlare col preside o scrive nel gruppo whatsapp di scuola: “Mia madre ha fatto una storia alla prof per un 6,5. Che Karen”.
Boomer Energy è riservato al padre imbarazzante: “Mio padre ha detto ‘figata’ davanti ai miei amici. Boomer energy altissima”.
Mood genitori spiega una buona azione dell’adolescente con un guizzo di responsabilità: “Oggi ho lavato i piatti senza che me lo dicessero. Mood genitori”.
Scattati sono i genitori che esagerano per un nonnulla: “Ho preso 5 e si sono scattati subito”.
Spammano a manetta i genitori che tempestano i figli di messaggi.
Ancor più arduo decifrare gli acronimi:
LOL (Laughing Out Loud): “sto ridendo”. OMG (Oh My God): “Oddio! / Ma davvero?!”. BRB (Be Right Back): “torno subito”. TTYL (Talk To You Later): “ci sentiamo dopo”. SMH (Shaking My Head): “che vergogna”. RIP (Rest In Peace): “sono spacciato”. LMAO (Laughing My Ass Off): “tantissimo da ridere”. BFF (Best Friends Forever): “migliore amico/a”. TQM / TVB / TV1K: “ti voglio bene, tanto, tantissimo, un casino”. PT (Power trip): “quanto te la tiri”. VC (Vibe chill): “giornata tranquilla”.
Mentre scrivo, il gergo sta già cambiando e arricchendosi di nuovi termini. E va bene così. È il loro modo di creare identità, appartenenza, e – sì – anche un po’ di confusione per gli adulti. Come nel caso dello Skibidi del titolo: termine virale tra i giovani, che non ha un significato preciso ma che è un’espressione da inserire in diversi contesti, perché suona bene.
La prossima volta che vostro figlio dice “ha un outfit slaya tipo troppo, no cap!” saprete che significa “si veste troppo bene, davvero” e prendere in considerazione che sia una fase, che sta vivendo la sua età e il suo tempo.

Autore
Monica Nobile - pedagogista, tutor dell’apprendimento, counselor
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