Non vedevo mia zia da tanto tempo, l’avrò vista di sfuggita due o tre volte in tutti questi anni e poi, di recente, nel dolore del suo lutto per la morte del marito, mio zio, il fratello di mio padre. Una delle zie “giovani” che i miei occhi di ragazzina, ormai preadolescente, guardavano con curiosità a scoprire segreti di donna, tracce di intimità fra i vestiti o le espressioni del volto. C’era un luogo segreto, uno scrigno di femminilità da cui le donne di famiglia tiravano fuori, con discrezione e lontano dagli occhi e dalle orecchie delle bambine di casa, verità sussurrate con pudore, perle condivise di saggezza antica, un tesoro precluso anche agli uomini della famiglia, comunque poco interessati e impegnati tradizionalmente in altro.
 
Ero una ragazzina, ma un pomeriggio a casa di mia nonna la osservai ed ebbi la certezza che aspettasse un bambino. Me ne accorsi da un senso di dolcezza appena accennata fra le curve dei fianchi e il ventre, dal pudore nei suoi gesti, da un’intima felicità nello sguardo che portava il segreto di una promessa. Lo “seppi” ben prima che lei lo annunciasse alla famiglia.
 
Quando nacque mio cugino fu vero amore, mi piaceva guardarlo e baciarlo, annusarlo, un nuovo cugino tutto mio. Osservavo ogni minimo movimento del viso, le mani, i piedi e il suo modo di reagire a quanto di nuovo il mondo potesse offrirgli ogni momento: prove tecniche di madre.
 
La maternità in famiglia era un fatto assodato, solenne, doveroso, almeno quella delle zie veterane, madri delle cugine mie coetanee o più grandi. Le guidava un sapere antico, costellato di verità condivise.
 
Ma la zia giovane mi offriva un altro modello di maternità, più fresco, semplice, sfaccettato e riflessivo, con tratti di insicurezza, più vicino alla mia sensibilità di allora e di sempre. Non aveva pudore di sentirsi certe volte inadeguata, non dissimulava.
 
Negli anni ho osservato mia zia diventare sempre più mamma, nella difficoltà di barcamenarsi fra un lavoro che le impegnava tante ore del giorno e la dedizione verso il primogenito.
 
L’ho vista parlare a mio cugino, quando ancora piccolissimo la guardava attento, osservando le sue labbra. Non so cosa capisse delle sue parole, ma si atteggiava comunque ad ascoltarla, rapito da quei suoni che danzavano fra la bocca di lei e le orecchie di lui, suoni che non diventavano parole, ma rimanevano sospesi a creare intimità fra madre e figlio. Uno gioco al quale nessuno avrebbe potuto partecipare, se non loro due. Provava a convincerlo della ragione delle cose, molto tempo prima che lui imparasse a parlare.
 
L’ho osservata come madre. In questi anni mi è sembrata coraggiosa, attenta alla relazione con il figlio, ma anche piena di domande e dubbi.
 
L’ho rivista l’altra sera, ormai anziana, siamo andate insieme a visitare un’altra donna di famiglia, colpita da una grave malattia, una donna mai madre e mai moglie, solo figlia, eternamente e solo figlia, figlia di sua madre e di tutte le madri della famiglia, le zie “grandi” sempre pronte a guidarla, a darle consigli, a redarguirla.
 
Mentre guidavo mi ha chiesto di me e del mio essere madre per adozione. “Com’è andata? Come va?”. “È difficile e complicato, ma ci sono con tutta me stessa!” le ho risposto.
 
Certo, è difficile, complicato…
 
Mi ha raccontato di suo figlio e di quella volta che le rinfacciò di non essere stata una buona madre per lui perché troppo dedita al lavoro. Era stato cresciuto da una zia del padre, era lei che gli aveva dedicato tempo e cure.  “È lei mia madre, non sei tu” le aveva urlato un giorno. Parole dure, fortemente provocatorie, piene di dolore e rabbia. Una sfida a cui mia zia aveva risposto con un pianto ma anche con la richiesta autorevole che le concedesse una nuova possibilità di recupero. Il rapporto è stato risanato, hanno ricucito un dialogo, hanno ritrovato confidenza ed intimità, mi ha raccontato, e il ragazzo, oramai uomo, non ha più risentimento nei suoi confronti.
 
Pensavo. Su che cosa può fondarsi una critica così dura nei confronti della propria madre se non sulla certezza che comunque lei c’era, c’è stata sempre? Quanto può essere rassicurante e profondamente legittimo attaccare la propria madre accusandola di quello che lei non ha fatto o non ha potuto! È comunque una richiesta d’amore, di attenzione, di vicinanza.
 
Mio figlio non mi ha mai criticato aspramente per la mia condotta di madre, ho paura che pensi o abbia pensato di non averne il diritto. Mi dispiace tantissimo. È il mio timore da sempre, quello che mio figlio si sia trattenuto nei miei confronti, che sia stato troppo attento, delicato, quasi abbia voluto proteggermi. Non ci sono stata “sempre” per lui e questa è una verità incontrovertibile, non nei suoi primi anni di vita, non quando ha imparato a camminare e a parlare e quel segno che ha sopra il naso è sempre lì, ma non so come se lo sia fatto.
 
Quand’era piccolo, mi ringraziava spesso, così all’improvviso, senza nessun apparente motivo e questa cosa mi dava i brividi. “Non devi ringraziarmi” gli ho sempre risposto “sono tua madre e tu sei mio figlio, è naturale che ci sia per te”. Poche volte ha inteso volutamente attaccarmi dicendo di non trovarsi bene “in questa famiglia”, mettendo in discussione il suo essere figlio, il mio essere madre, colpendo al cuore tutto, l’atto fondativo del nostro essere famiglia. Momenti di rabbia che si sono sciolti subito dopo in un abbraccio o una battuta, tanto dolorosi quanto evanescenti.
 
Il più delle volte in questi anni il suo sentimento espresso, dimostrato, agito è stato quello della gratitudine. Alla fine ho lasciato che lo esprimesse liberamente perché sgorgava puro dal suo animo, era sincero.
 
Una volta chiarito che non dovesse ringraziarmi di nulla, sono stata felice per lui perché riuscire a provare un senso di gratitudine nei confronti degli altri, di ciò che si vive o di se stessi è un segno forte di consapevolezza e maturità emotiva, apre la strada verso la pienezza dell’esistenza e la felicità.

Daniela Lupo

Daniela Lupo fa parte della nostra redazione

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