Educazione affettiva
L’altro giorno vado a prendere mia figlia a scuola, ci facciamo un bel pezzo a piedi per evitare le macchine accalcate e in doppia fila tipiche dell’uscita e dell’entrata da scuola. Mi sembra per entrambe uno spazio di decompressione, in cui spesso si chiacchiera, altre volte ci si gode il silenzio. L’altro giorno, dicevo, mia figlia se ne esce con una domanda: “mamma scusa ma perché non posso giocare ai Lego?
La mia faccia diventa un punto di domanda, e lei prosegue. “A scuola un bambino mi ha detto che è un gioco da maschio e che io al massimo posso giocare con le Barbie. Le Barbie mi piacciono ma io adoro giocare con i Lego”. Sorrido e le ricordo la storia del rosa e del blu che avevamo letto in un libro e le rimando che forse è giusto che ognuno scelga le cose che le o gli piacciono invece di pensare che alcune cose siano da maschio e da femmina. Chiosa con “È giusto mamma, ma stasera mi leggi ancora quel libro?”.
 
Credevo finisse lì.
 
Il giorno dopo, mentre ci prepariamo per andare a dormire riprende l’argomento: “Mamma sono andata a scuola e ho parlato con tutte le femmine e tutti i maschi. Le femmine sono tutte d’accordo con me sui colori mentre i maschi no. Perché i maschi pensano ai giochi e ai colori da femmina e da maschio? Oggi mi hanno detto che non posso giocare nemmeno ai videogiochi ma io volevo chiedere a Babbo Natale Mario Kart”.
 
Non vi dirò che cose le ho detto. Ma credo abbiate colto il punto.
 
Parliamo di bambini al primo anno della primaria e gli stereotipi sui ruoli di genere già ci sono e sono radicati, e anche se l’educazione familiare ha lavorato negli anni con l’attenzione di non metterli sul piatto, i nostri figli e le nostre figlie prima o poi li incontrano.
 
La lunga premessa mi serve per entrare nel discorso dell’educazione sessuo-affettiva.
 
Lo farò partendo da quelle che sono le principali idee contrarie e che hanno concorso a vietare l’educazione sessuo-affettiva o, meglio, a limitare la possibilità di azione.
 
“L’educazione sessuale è compito delle famiglie” Ministro Nordio – Ottobre 2025
 
Mi torna utile qui il cameo che vi ho portato ad inizio articolo perché già quello basta per potervi dire che no, non possono essere solo le famiglie.
Il background culturale e socio economico delle famiglie è dei più disparati e non esiste un’omogeneità di saperi e di consapevolezze. Non può essere solo la famiglia perché non siamo tutti esperte ed esperti di tutto (e comprendo che nel 2025 questa possa essere un’affermazione forte, nel momento in cui tutti pensiamo di poter avere un’opinione su qualsiasi cosa). La verità è che non lo siamo e forse non dobbiamo avere la pretesa di esserlo. Non possiamo, in generale, essere tutto e non tutti noi abbiamo gli stessi strumenti e lo stesso desiderio e sensibilità rispetto ad alcune tematiche. Assumere quindi che l’educazione sessuale sia compito delle famiglie vuol dire aumentare la disuguaglianza. La scuola serve proprio, soprattutto quella dell’obbligo, perché permette di raggiungere l’obiettivo di una prevenzione trasversale sulla popolazione.
 
C’è un altro elemento da considerare. Assumere che ogni famiglia è uguale vuol dire essere ciechi e sottostimare i fattori di rischio e non valutare un aspetto fondamentale: la violenza molto spesso la incontri in famiglia, prima che fuori.
La famiglia non sempre è un luogo sicuro. Dovrebbe esserlo? Sì. Ma molto spesso non lo è.
 
L’indagine nazionale di Terre des Hommes e CISMAI indica che il 30,4 % dei minorenni in carico ai Servizi sociali è vittima di maltrattamento: la maggior parte dei maltrattamenti (87% dei casi ) viene agito da un familiare.
 
Questi dati sono sottostimati perché riguardano le situazioni familiari che sono già all’attenzione dei servizi sociali, quindi “denunciate”. Sulla violenza in famiglia c’è un sommerso perché non è composta solo da violenza fisica ma anche da violenza psicologica e verbale e spesso non viene segnalata perché non arriva.
Fare educazione sessuo-affettiva vuol dire lavorare anche sulla prevenzione del maltrattamento in famiglia: i bambini vivono una realtà a casa che spesso rappresenta la loro normalità e che per il loro sistema psichico, anche non complesso, viene considerata la realtà di ogni famiglia. In questo modo, pensano che funzioni così ovunque e per tutti, e non è per loro possibile problematizzare.
L’educazione sessuo-affettiva permette invece di lavorare costruendo nuove parole e nuovi pensieri, mostrando una realtà altra e proteggendo anche i bambini che si trovano in queste situazioni familiari. Rompe lo schema della “normalità” vissuta, portando nuovi temi e modalità. Credo in parte tutto questo accanimento verso il tema nasca anche dalla paura (e dalla paranoia) che “qualcuno” entri in casa propria a portare un’idea educativa diversa. I social sono pieni di commenti tipo “uno schiaffo non ha mai fatto male a nessuno” e chi lo dice spesso è impermeabile a qualsiasi tipo di argomentazione. Accoglierle vorrebbe dire destrutturare all’origine uno schema appreso, portando poi a mettere in discussione tutto il proprio operato e anche da dove sono partite queste modalità.
 
Uno schiaffo ha fatto male a tutti e spesso non è solo stato uno schiaffo solo.
 
“I femminicidi non si combattono così (con l’educazione sessuale a scuola, ndr)” Ministro Valditara, Ottobre 2025
 
La dichiarazione del Ministro è errata: non lo dice la Dottoressa Tollardo ma l’UNESCO e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).
La strada per lavorare sulla violenza di genere e sul femminicidio è la prevenzione che deve essere precoce e basata sul rispetto e l’uguaglianza dei generi.
Il femminicidio ha un nome specifico perché non è l’omicidio di una donna ma l’uccisione di una donna in quanto donna. L’evento femminicidio è l’ultimo di una serie di atti e parole, e viene rappresentato con una piramide. Per semplicità di seguito vi lascio un’immagine presa dalla Fondazione Onda (Osservatorio nazionale su salute della donna e di genere ETS) 
 
 
 
Il femminicidio si previene lavorando sulla base di questa piramide e ciò implica il lavorare sugli stereotipi di genere, sulla parità e i ruoli di genere. Consideriamo il cameo iniziale: nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria gli stereotipi di genere ci sono già ed è questo il motivo per cui l’educazione sessuo-affettiva deve iniziare prima, dalla nascita in famiglia e poi a partire dalla scuola dell’infanzia.
Rispetto alla sessualizzazione ci torniamo perché è un punto importante che è stato citato dai politici per contrastare e per togliere l’educazione sessuale sia alla primaria che alla secondaria di primo grado e che va chiarito. Solo una piccola anticipazione: non v’è sessualizzazione precoce nei percorsi di educazione sessuale e affettiva ma si forniscono degli strumenti per proteggersi e per problematizzare: si lavora sul consenso e sull’autodeterminazione.
 
La prevenzione primaria è fondamentale perché agisce prima che la persona possa incontrare il problema, il comportamento che è oggetto della prevenzione. Iniziare quindi alla scuola secondaria di secondo grado a parlare di sessualità, è troppo tardi.
 
“No a teorie gender e indottrinamento” Ministro Valditara, Ottobre 2025 “Il gender è patriarcato” Ministra Roccella, Dicembre 2023
 
Entriamo nell’ideologia gender per capire che cos’è.
 
Per entrare nello specifico utilizzo come fonte l’AIC (Associazione Italiana di Costituzionalisti). Iniziamo a dire che non è un termine scientifico e che è utilizzato in ambito politico con una valenza negativa.
 
Cito Alessia Ottavia Cozzi, Professoressa associata di Istituzioni di diritto pubblico nel Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università degli studi di Udine, che ci dice quanto segue: “Non esiste nessuna “ideologia” unitaria che sostenga la cancellazione delle differenze sessuali; esiste invece un insieme di analisi scientifiche e giuridiche sul rapporto tra sesso, genere e potere.” 
 
Ci possiamo però dire che per i politici l’“ideologia gender” rappresenti un po’ un ombrello in cui vengono inseriti in maniera indiscriminata dei fenomeni quali, ad esempio, il femminismo, gli studi queer, i diritti LGBTQI+ e l’educazione sessuale.
 
Parlare con cognizione di causa di sesso, genere, ruoli di genere, identità di genere e orientamento sessuale vuol dire saper fare una distinzione tra istanze che hanno caratteristiche diverse e che semplicemente esistono e sono documentate nella letteratura scientifica.
Lavorarci vuol dire promuovere l’uguaglianza e promuovere l’inclusione.
 
Andrò per sommi capi ma per ipotizzare le aree di lavoro sul corpo.
 
Nell’infanzia si lavora sul rispetto del proprio corpo e della necessità di chiedere il permesso prima di interagire con il corpo dell’altro. Nell’età della fanciullezza è conoscere come funziona il proprio corpo e prepararsi ai cambiamenti puberali e si continua il lavoro sul rispetto dei confini. Nella preadolescenza rappresenta l’accogliere e il fare i conti con un corpo che sta cambiando. Nel passaggio tra preadolescenza e adolescenza uno dei compiti evolutivi è la mentalizzazione del corpo sessuato e l’esplorazione del proprio desiderio. Che io faccia o no educazione sessuo-affettiva questo passaggio avverrà comunque ma senza supporto adulto può essere un passaggio estremamente faticoso e a volte doloroso e confuso. Il corpo non si esaurisce nella biologia e abbiamo superato scientificamente la divisione che faceva Cartesio tra res cogitans e res extensa. Il corpo parla anche la lingua delle emozioni e non si esaurisce con ovulo, spermatozoo e biologia.
 
Si lavora per tutto l’arco evolutivo e scolastico di consenso e di rispetto, con lo scopo di rompere gli stereotipi di genere (vedi cameo iniziale).
 
Siamo nel 2025, Internet è usato dai ragazzi e dalle ragazze anche come motore di ricerca. La parte informativa loro la possono prendere lì e quindi ci arriveranno anche da soli. Credo però che gli adulti abbiano il compito di essere traghetto nella scoperta di sé e interlocutori fidati in caso di bisogno (oltre che mediatori delle fonti sul web).
 
E no, nessun indottrinamento! Noi psicologi e psicologhe non abbiamo il compito di fare il lavaggio del cervello (è uno stereotipo molto vecchio, su), ma abbiamo il compito di accompagnare delicatamente a mettere insieme pensieri, desideri ed emozioni, trattando con cura e rispetto il nostro corpo.
Non so se sapete che esistono (e sono ancora in auge) le cosiddette terapie riparative/ di conversione e chiamarle “terapie” mi sembra già un azzardo ma sono dei percorsi che pretendono di modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Per fortuna, sono disconosciute dalla comunità scientifica perché reputate violente e hanno gravissime conseguenze sul piano psichico per chi ne è sottoposto. Il CNOP (Ordine nazionale degli Psicologi) e gli ordini territoriali hanno più volte richiesto una legge in Italia che vieti tali terapie. Ancora non c’è adeguamento in Italia della richiesta fatta dal Parlamento Europeo.
 
“Via le mani dai bambini” e altri commenti similari. Utente dei social
 

Questo commento (insieme a molti altri) arriva alla collega Ilaria Albano sul social X dopo un contributo sull’educazione affettiva che diceva: “L’educazione sessuo-affettiva non rovina l’innocenza. Rovina l’ignoranza”. 

Tra i commenti c’era anche qualcuno che dava alla dottoressa della “pervertiva satanista”. Vi assicuro che mi ha sconcertata e poi ho provato a pensarci.
 
Uno dei punti portati avanti dai detrattori dell’educazione sessuo-affettiva riguarda la sessualizzazione precoce e l’esposizione dei minori a contenuti di carattere sessuale non adeguati all’età.
L’educazione sessuo-affettiva, però, non insegna a fare sesso. Non riguarda il consegnare al minore le istruzioni per un rapporto sessuale. Non è nemmeno invitare a far sesso precocemente o in modo promiscuo.
L’educazione sessuale parla di rispetto del corpo nostro e dell’altro e della sua unicità. Vuol dire anche parlare di salute sessuale e riproduttiva.
 
C’è oggi una questione che dobbiamo invece affrontare: la sessualizzazione precoce e l’esposizione a contenuti sessualmente espliciti è una realtà ed esiste. E no, non avviene in classe nelle ore di educazione sessuo-affettiva ma a casa tutte le volte in cui si adultizza un bambino e una bambina esponendoli a battute sul loro corpo e doppi sensi. Ci sono bambine truccate e ritratte in pose sexy a sette anni, bambini con i device senza controllo sui contenuti e che accedono a video e immagini pornografiche. Chat di classe, tra bambini e bambine, della fine della primaria in cui ci sono video sessuali espliciti fino ad arrivare a genitori che iniziano alla sessualità i figli guardando un porno insieme.
Perché di sesso non si parla e non si sa parlare per molte ragioni, ma quando si sceglie di farlo lo si fa tendenzialmente male. Il sesso è un argomento estremamente delicato e che può avere anche nella nostra storia dei richiami a ferite dolorose. Noi adulti non abbiamo ricevuto, poi, un’educazione sessuale, anzi, il sesso era nella maggior parte dei casi un tabù o fonte di imbarazzo. Spesso, questo imbarazzo lo portiamo ancora con noi e ci toglie le parole.
 
Mi domando sempre se i commenti che paiono estremamente fuori fuoco non abbiano in realtà una matrice di realtà, solo che la mettiamo fuori (sull’estraneo) e spesso le nostre paure non le giochiamo costruendo significati intorno alle fatiche ma cercando il cattivo fuori.
 
Vi lascio con il libro che ho letto a mia figlia e che ogni tanto ritorna ad essere utile per tenere i principi. Non sostituisce, è un mediatore e la possibilità di incontrare la protagonista della storia, Viola aiuta a identificarsi. Il testo è “Viola e il Blu” di Matteo Bussola.
E no, ho scelto di non chiamare le madri e i padri dei compagni e delle compagne di classe di mia figlia. Ho scelto di non parlare con le maestre, anche perché ritengo fisiologico, per età,
l’incontro con la differenza e la problematizzazione.
Ho valutato che in questo momento il mio compito fosse quello di rinforzare mia figlia, il suo sentire dissonante, ribadendo il principio che guida il nostro fare educativo in famiglia: che sia rosa o blu non fa differenza, “Basta che piaccia a te”. Mi rincuora che la dissonanza arrivi a 6 anni e non a 20.
 
C’è speranza: possiamo decostruire gli stereotipi.
 
Facciamolo insieme.
 
Valentina Tollardo, Psicologa, psicoterapeuta e Vice Presidente di Alice Ets, esperta in adolescenza e violenza di genere. All’attività clinica accosta la divulgazione sul benessere psicologico e relazionale sui social ed è Autrice della newsletter Pensieri Sospesi su Substack. 

Valentina Tollardo

Psicologa, psicoterapeuta e Vice Presidente di Alice Ets

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