Se si ha paura di qualcuno lo si odia, ma non si può fare a meno di pensarci”
(W. Golding Il signore delle mosche, 1954)
Negli adolescenti la presenza dello sguardo dell’altro costituisce un elemento fondamentale per la loro crescita individuale e psichica.
Lo sguardo dell’adulto di riferimento e l’essere visti dai propri coetanei sono dei fattori che trasmettono ai ragazzi l’esperienza di esistere, di essere riconosciuti e, in un certo qual modo, contenuti.
Se da un lato l’essere oggetto di attenzione da parte dell’altro può portare un adolescente a sperimentare sentimenti di ansia e vergogna, da un altro, la possibilità di potersi percepire all’interno della relazione con l’oggetto gli consente di differenziarsi, costruire un’immagine di se stesso e regolare i propri aspetti pulsionali interni che, nel corso della fase adolescenziale, possono essere vissuti in modo caotico ed instabile.
In adolescenza il corpo rappresenta un elemento centrale in quanto è il contenitore ed il veicolo delle pulsioni libidiche e aggressive che, da un punto di vista psichico, possono generare sentimenti di desiderio, amore, colpa, vergogna ecc., vissuti di difficile gestione per un ragazzo o per una ragazza che si trova in questa fase di crescita.
Il processo di separazione/individuazione è uno dei compiti evolutivi dell’adolescente e necessita di un uso funzionale e produttivo dell’aggressività che può determinare dei vissuti di angoscia e di perdita, sentimenti impegnativi da risolvere ed organizzare per un individuo ancora psichicamente immaturo.
L’integrazione dell’aggressività con le pulsioni libidiche che, nelle fasi precoci dello sviluppo, possono essere percepite in contrasto, costituisce una sfida importante per l’adolescente ed è alla base dell’autoaffermazione di Sé.
Bisogna tuttavia evidenziare che non esiste soltanto un’aggressività costruttiva orientata verso la crescita soggettiva ma sussiste, altresì, una forma di aggressività che può presentare delle caratteristiche negative e distruttive che si manifestano nell’agito violento che ha come scopo la reificazione dell’altro, l’attacco alla capacità di pensare e soffrire del soggetto che agisce la violenza e la perdita di qualsiasi possibilità di identificazione e di empatia nei confronti dell’oggetto.
Alcuni autori tra i quali D.W. Winnicott (1965) ipotizzano che, in questi casi, possa sussistere la presenza di un fallimento ambientale e che l’azione violenta sia l’espressione di una traccia inconscia di un danno subito e la pretesa di un risarcimento da parte del soggetto.
Inoltre, i sentimenti come la paura, il vissuto di impotenza, di solitudine e di insicurezza possono subire, in adolescenza, una sorta di conversione in una onnipotenza cieca che, attraverso il dominio dei soggetti più fragili, ripristina una fittizia percezione di competenza e superiorità.
Gli agiti aggressivi/antisociali, letti in quest’ottica, potrebbero costituire, quindi, un tentativo disperato dell’adolescente di eliminare un sentimento depressivo che inconsciamente viene negato e ribaltato nel suo contrario.
I recenti fatti di cronaca allarmanti avvenuti tra adolescenti ci potrebbero far pensare che alcuni di questi ragazzi vivano la loro vita come se fossero in guerra: accoltellano, aggrediscono come se fossero in un costante conflitto gli uni con gli altri.
Si organizzano in bande e se la prendono con i soggetti più fragili (anziani, coetanei ecc.), con coloro che mostrano delle forme di differenza e diversità (culturale, etnica, di idee ecc.) e attaccano l’autorità nelle sue varie espressioni.
I loro agiti distruttivi sembrano non contenere nessuna forma di empatia e nessuna vaga percezione del loro disagio interno che appare muto e non mentalizzabile, fuori dalla sfera della pensabilità poiché si trova scaricato impulsivamente nel comportamento violento.
Non riconoscendo l’esistenza di un loro disagio interno, causato da possibili situazioni multifattoriali, questi ragazzi sembrano tendere a dirottare sugli altri la loro debolezza psicoemotiva, aggredendo quelle figure che costituiscono dei possibili rappresentanti del loro vissuto sofferente non contattato.
Questi piccoli gruppi organizzati in “baby gang” somigliano a quelle organizzazioni che, molto spesso, si formano da alcune disgregazioni sociali provocate da diverse motivazioni (es. guerre, disgregazioni territoriali ecc.) in cerca di una nuova definizione resa complessa da un consistente sentimento di perdita di aspetti del Sé.
Sembra, infatti, che oggi gli adolescenti siano poco attrezzati ad accettare ed a gestire gli inevitabili conflitti presenti in se stessi, nelle relazioni con gli altri e con il mondo.
La crescita, la maturazione psichica e la costruzione dell’assetto identitario ci costringe ad avere a che fare con il conflitto, ma se gli stessi genitori non sono riusciti ad affrontare internamente le loro dinamiche complesse e contrastanti, la possibilità che i figli possano riuscire a tollerare le frustrazioni e a risolvere questa tensione può essere piuttosto remota.
Può succedere che lo scontro generazionale con i figli possa portare certi genitori a sperimentare la preoccupazione di non essere delle valide figure di riferimento, portandoli a pensare di non svolgere adeguatamente il loro ruolo (una ferita narcisistica).
Se prevale nei genitori il bisogno di essere confermati riguardo alle loro competenze soggettive e alla loro immagine genitoriale ideale, potrebbe risultare molto complicato, per un ragazzo in questa fase evolutiva, poter esprimere le sue tensioni interne o il suo bisogno di autodeterminazione, per paura di attaccare il legame con i suoi oggetti significativi che dimostrano di non essere in grado di partecipare alla animata bagarre che fa parte dell’emancipazione.
I fatti di cronaca dell’attualità ci potrebbero portare ad intravedere nel comportamento di certi adolescenti un tentativo di “sbarazzarsi” del mondo adulto, ma tali agiti possono, altresì, rappresentare l’espressione muta di un disperato bisogno di presenze adulte significative e soggettivizzanti che aiutino gli adolescenti a sentirsi vivi ed a sperimentare un sentimento di esistere.
La mancanza di risposte, l’assenza di presenze e la caduta nel vuoto delle sue domande possono portare l’adolescente ad essere in balìa delle sue correnti pulsionali ed a percepire in modo violento le spinte che animano il suo mondo interno. Da qui la paura nei confronti dei propri istinti si può trasformare in una paura di essere attaccato e danneggiato da un mondo esterno che contiene le proiezioni dei propri fantasmi di angoscia. “Ti attacco prima che sia tu ad attaccare me”.
Nelle dichiarazioni rese agli organismi di giustizia diffuse dalla stampa risulta che alcuni ragazzini fermati in possesso di un’arma (es. un coltello) abbiano affermato di essere usciti da casa armati per potersi difendere. Ma nel momento in cui gli è stato chiesto “da cosa”, alcuni di loro non sono stati in grado di rispondere a questa domanda.
Molto spesso i genitori di questi adolescenti non si accorgono di nulla, assai frequentemente fanno parte di contesti disastrati che li portano a combattere quotidianamente per potersi sostenere.
Vedono crescere i loro figli ma confondono la crescita fisica con quella psichica perché erroneamente le accomunano.
Differente è, invece, l’agito violento giovanile mosso da rivalità e gelosia in quanto, tale evento aggressivo ha uno scenario che a volte può essere delirante e può avere a che fare con la rivendicazione assoluta del possesso esclusivo dell’oggetto d’amore, unico e imperdibile.
Condividere degli spazi con i figli, partecipare alla loro vita delicatamente senza essere troppo intrusivi (impresa complicata!) è molto importante e può essere un modo per aiutarli a “digerire” delle emozioni complesse ed a costruire, a poco a poco, assieme a loro, delle piccole coordinate, tracciare una strada possibile e percorribile.
Il lungometraggio di François Truffaut “I 400 colpi” (1959) è un film che sembra girato oggi, è un’opera che si ispira all’adolescenza burrascosa del grande regista il quale ce la racconta cercando di farci identificare con Antoine: un ragazzino di circa quattordici anni costretto a lottare da solo con il suo quotidiano. La scuola non lo capisce, i suoi genitori non sono capaci di dargli l’affetto di cui ha bisogno e la società in cui vive tende a agire prevalentemente comportamenti di tipo repressivo, senza cercare di comprendere il vissuto di Antoine e dei suoi coetanei.
Les Quatre Cents Coups, espressione idiomatica francese di “fare il diavolo a quattro”, è un film moderno che descrive come un bambino cerchi di diventare un adulto senza seguire gli adulti ma è forte e necessario il bisogno di loro.
Questo Truffaut ce lo dice nella scena finale del film: Antoine scappa dal riformatorio minorile e corre verso il mare, entra vestito in acqua, ad un certo punto si gira e parte il fermo immagine dello sguardo fisso di Antoine sugli spettatori in sala. Lì ci siamo noi adulti perché per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.
Bibliografia
D.W. Winnicott (1984) Il bambino deprivato. Le origini della tendenza antisociale, ed. Raffaello Cortina.
D.W. Winnicott (1965) Sviluppo affettivo e ambiente, ed. Armando.
Malanga (2022) Il cinema di Truffaut, ed. Baldini&Castoldi.
Freud (1916) I delinquenti per senso di colpa, Opere vol. 8, ed. Bollati Boringhieri.
Freud (1915) Pulsioni e loro destini, Opere vol. 8, ed. Bollati Boringhieri.
Klein (1937) Amore, odio e riparazione, ed. Astrolabio.
Klein (1957) Invidia e gratitudine, ed. Giunti.
Golding (1954) Il signore delle mosche, ed. Mondadori.

Marina Di Pasquale
psicoterapeuta della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica, European Federation for Psychoanalitic Psychotherapy
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