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di Paola Comuzzi, psicoterapeuta e cofounder di Studio Ado.T.

Durante uno degli incontri di “Aperitivi in Rosa”, lo spazio di condivisione al femminile promosso dal nostro Studio Ado.T di Milano, abbiamo lanciato una provocazione alle mamme di adolescenti e giovani adulti. Lo abbiamo fatto proiettando una scena illuminante tratta da una serie di Zerocalcare (Due spicci).

Nel video, il protagonista si scontra con una delle classiche frasi materne, detta con amore ma letale: ”Io da te pretendo una cosa sola: che tu sia felice”. La risposta di Zero è una secchiata di realtà: chiedere a un figlio di essere felice significa chiedergli qualcosa su cui non ha alcun controllo. Significa caricarlo di un debito immenso: fingere il benessere per non far sentire la madre una fallita, per dimostrarle che tutti i suoi sacrifici sono serviti a qualcosa.

Questo frammento ha toccato un nervo scoperto nel gruppo, aprendo una riflessione profonda su come l’ansia materna e il bisogno di controllo rischino di intossicare il legame con i figli proprio in questa delicata fase della crescita.

La trappola del controllo emotivo

Quando i figli diventano adolescenti o giovani adulti, il controllo che le madri vorrebbero continuare ad esercitare si scontra inevitabilmente con la spinta fisiologica del figlio all’indipendenza e all’autonomia. Gli scontri allora sono all’ordine del giorno ed il terreno del controllo spazia dal “controllo dello spazio e delle regole” (ad es. il disordine delle camere, l’orario di rientro ecc.), al “controllo sul futuro” (la scuola, l’ansia da prestazione sui figli), al “controllo del sapere sempre dove sei, con chi sei e cosa fai” (il terrore di subire il ghosting filiare).

Ma il campo più insidioso è sicuramente il ” controllo emotivo “.

Molte mamme contemporanee soffrono di una forma di “iperaccudimento emotivo”: tollerano pochissimo i silenzi, i musi lunghi, i fallimenti scolastici o le porte chiuse dei figli.

Se il figlio è triste o demotivato, la madre scatta in modalità “Pronto Soccorso”, vivendo quel malessere come un riflesso del proprio fallimento genitoriale: ”Se mio figlio sta male, significa che ho sbagliato qualcosa”.

Questo cortocircuito trasforma la sana empatia in un’ansia da controllo percepita dal figlio come asfissiante. L’umore della casa diventa dipendente dall’umore del ragazzo, il quale – esattamente come il personaggio di Zerocalcare – si ritrova a dover nascondere le proprie ombre o a simulare una serenità fittizia pur di proteggere i genitori.

Il carico da undici nella maternità adottiva

Questa dinamica trova un terreno ancora più scivoloso e fragile nel contesto dell’adozione. Nelle madri adottive, l’ansia da controllo emotivo è spesso alimentata da un profondo, e talvolta inconscio, mandato di riparazione.

Consapevole del trauma della separazione o dell’abbandono subiti dal figlio nel suo passato, la madre adottiva può investire ogni sua energia nel tentativo titanico di cancellare quel dolore profondo. La felicità del figlio diventa così la “prova del nove” della riuscita dell’adozione stessa. Quando l’adolescenza bussa alla porta, portando con sé la fisiologica rabbia, la ricerca della propria identità e i momenti di inevitabile rottura, la madre rischia di interpretare quel dolore transitorio come un fallimento totale del legame.

L’ansia di “riparare a tutti i costi” finisce così per togliere al ragazzo lo spazio sacro di cui ha bisogno: il diritto di stare male, di elaborare la propria storia e di essere, temporaneamente, infelice.

E i padri?

In questo quadro, dove si collocano i padri?

Anche i padri moderni, molto più coinvolti emotivamente del passato, risentono di una quota di insicurezza e ansia da prestazione nei confronti del loro ruolo.

Nonostante ciò, un recente sondaggio realizzato dall’Unicef evidenzia un certo divario di genere riguardo il vissuto nella genitorialità: le donne risultano oltre due volte più preoccupate per l’impatto della genitorialità sulla carriera lavorativa (33% contro 16%), le aspettative sociali sembrano incidere in profondità, quattro madri su dieci (40%) dichiarano di sentirsi spesso giudicate nel proprio ruolo genitoriale, rispetto al 17% dei padri.

I dati diffusi da UNICEF Italia confermano che quasi 1 genitore su 2 ha preso in considerazione l’idea di chiedere un supporto psicologico professionistico per far fronte allo stress e all’ansia legati alla crescita dei figli. Resta comunque ad appannaggio quasi esclusivo delle madri, l’iniziativa di contattare dei professionisti della salute mentale, e tenere le fila dei percorsi psicologici intrapresi, in una sorta di “delega” implicita da parte del partner.

Spesso, l’ansia da controllo emotivo si manifesta in modo più evidente all’interno del rapporto madre-figlio. I padri si trovano frequentemente in una posizione complessa: a volte si auto-escludono per non entrare in conflitto con la gestione materna, altre volte reagiscono troppo emotivamente, oppure si pongono come arbitri neutrali, una sorta di pompieri spegni-conflitto, altre volte vengono vissuti dalle madri come “troppo distanti” o sbrigativi.

Schiacciate nel mezzo: la "Generazione Sandwich" e la tempesta biologica

A esasperare questa situazione c’è un dato anagrafico che non possiamo ignorare. Le madri di figli adolescenti si trovano quasi sempre in una fase di vita di totale sovraccarico, la cosiddetta “generazione sandwich”. Sono donne schiacciate tra le richieste di figli che reclamano indipendenza (ma non ne sono ancora capaci) e il bisogno di cura dei propri genitori anziani, che invece stanno perdendo l’autonomia e richiedono attenzioni, tempo ed energie fisiche e mentali. Come se non bastasse questo incastro generazionale, a livello personale molte donne in questa fascia d’età si trovano ad attraversare la menopausa o la pre-menopausa. Si tratta di una vera e propria transizione biologica ed emotiva, caratterizzata da sbalzi ormonali, stanchezza e una profonda ridefinizione di sé. Trovarsi ad affrontare i “musi” e le tempeste emotive di un adolescente mentre il proprio corpo attraversa una rivoluzione e i propri genitori invecchiano crea una tempesta perfetta.

L’ansia di controllo sui figli diventa spesso l’estremo tentativo di arginare il caos, l’illusione di poter tenere in piedi tutto mentre ogni punto di riferimento intorno e dentro di sé sta cambiando.

Restituire il diritto all'imperfezione

Ciò che è emerso con forza dal nostro incontro è la necessità, per le madri (e per i genitori in genere), di fare un faticoso ma liberatorio passo indietro. Amare un figlio adolescente non significa fargli da scudo contro ogni frustrazione o pretendere che sorrida sempre per farci sentire “bravi genitori”.

Significa accettare l’impotenza di non poter controllare la sua felicità. Significa passare dal ruolo di “risolutori di problemi” a quello di “porto sicuro”: restare fermi, solidi e accoglienti mentre fuori c’è la tempesta, restituendo finalmente ai nostri figli il diritto terapeutico di essere imperfetti, confusi e, a volte, splendidamente infelici.

Paola Comuzzi

psicoterapeuta e cofounder di Studio Ado.T

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