ombrelli protezione persone

di Anna Guerrieri, presidente di Coordinamento CARE

Parlare oggi di adozione significa parlare di una realtà profondamente diversa da quella di venti o anche soltanto dieci anni fa. È un cambiamento che chi vive e lavora nel mondo dell’adozione conosce bene e che i dati rendono ormai evidente. Occorre chiedersi se il sistema costruito intorno all’adozione sia ancora adeguato alla realtà che dovrebbe accompagnare.

Il primo dato da cui partire è certamente quantitativo. Le adozioni sono diminuite, in Italia come in molti altri Paesi. È diminuita fortemente l’adozione internazionale e si è ridotta anche l’adozione nazionale. Contemporaneamente, si è ridotto in maniera significativa anche il numero delle persone disponibili ad adottare. Nel 2012 [1] erano state presentate ai Tribunali per i minorenni 10.244 domande di disponibilità all’adozione nazionale; nel 2022 [2] sono state 8.362, con una diminuzione di circa il 18%. Ancora più marcata è stata la contrazione sul versante internazionale: dalle 5.057 domande di disponibilità e idoneità all’adozione di bambini e ragazzi stranieri presentate nel 2012 si è passati alle 2.114 del 2022, con una diminuzione di circa il 58%.

Per quel che riguarda il numero di bambini e bambine adottati nazionalmente, i dati rivelano una stabilità sostanziale nel tempo; specificamente nel 2022 sono stati disposti 536 affidamenti preadottivi nazionali e pronunciate 755 sentenze di adozione nazionale.

Il ridimensionamento dell’adozione internazionale è invece evidente, si tratta di un fenomeno complesso che attraversa, da tempo, gran parte dei Paesi così detti “di arrivo”. Nel 2025 [3] in Italia sono stati autorizzati all’ingresso 664 bambini e ragazzi, accolti da 527 famiglie; nello stesso anno le adozioni internazionali sono state 128 in Spagna [4] e 69 in Francia [5]. Il dato italiano rimane quindi quantitativamente molto rilevante nel panorama europeo confermando, tuttavia, la sostanziale stabilizzazione, anche per l’Italia, su livelli ormai molto lontani da quelli raggiunti nella fase di maggiore espansione dell’adozione internazionale.

Dietro queste contrazioni vi sono fattori molteplici, che sarebbe sbagliato ricondurre a una sola causa. Incidono le trasformazioni demografiche, con la riduzione delle generazioni nelle fasce di età nelle quali tradizionalmente maturava un progetto adottivo; sono cambiate le modalità attraverso le quali le persone costruiscono i propri progetti familiari e genitoriali, anche per effetto dell’evoluzione delle tecniche e della normativa sulla procreazione medicalmente assistita; sono cambiate le aspettative, i tempi di formazione delle coppie e l’età nella quale viene affrontata la scelta di diventare genitori. Sul versante dell’adozione internazionale sono profondamente mutati anche i Paesi di origine, le loro politiche di protezione dell’infanzia, il ricorso prioritario a forme di tutela interne, le condizioni geopolitiche e le procedure.

Questi numeri, tuttavia, raccontano soprattutto la trasformazione dell’adozione. Sono cambiate le persone che si rendono disponibili ad adottare e sono cambiati, soprattutto, i bambini e i ragazzi per i quali viene costruito un progetto adottivo.

I dati dell’adozione internazionale sono, da questo punto di vista, particolarmente significativi. Nel 2025 l’età media dei bambini e dei ragazzi arrivati in Italia attraverso l’adozione internazionale è stata di 6,8 anni e il 70% presentava almeno una delle condizioni ricondotte dalla Commissione per le Adozioni Internazionali alla categoria degli special needs [3]. Si tratta di una definizione ampia, che comprende non soltanto condizioni mediche o disabilità fisiche e cognitive, ma anche traumi pregressi o problemi comportamentali, l’appartenenza a gruppi di fratelli e sorelle che devono essere accolti insieme e l’età superiore ai sette anni.

La complessità ha sempre fatto parte dell’adozione. Ciò che i dati mostrano oggi è però una diversa composizione dei percorsi adottivi, nella quale assumono un peso crescente l’età più elevata all’ingresso in famiglia, le storie pregresse, le condizioni sanitarie e le altre situazioni che richiedono attenzioni e sostegni specifici.

Il cambiamento, infatti, riguarda anche le forme che l’adozione può assumere. La sentenza n. 183 del 2023 della Corte costituzionale ha riconosciuto che, nell’adozione piena, la cessazione dei rapporti giuridici con la famiglia di origine non comporta necessariamente anche l’interruzione delle relazioni affettive di fatto. Quando risponde al concreto interesse del bambino o del ragazzo, possono essere preservati rapporti significativi con alcuni componenti della famiglia di origine. L’adozione aperta porta in primo piano una concezione meno rigida dei legami e dei confini familiari e pone questioni importanti sulla preparazione delle famiglie, sul ruolo dei servizi e sulla capacità di costruire e sostenere relazioni che possono continuare nel tempo. Sono temi sui quali il Coordinamento CARE  ha avviato da tempo un confronto, anche attraverso il convegno Territori di confine, dedicato alle trasformazioni dei legami e delle relazioni nell’adozione.

Un altro cambiamento riguarda le persone che possono rendersi disponibili all’adozione. Nel 2025 la Corte costituzionale ha aperto l’adozione internazionale alle persone singole, dichiarando illegittima l’esclusione generalizzata prevista dalla normativa italiana. Anche in questo caso cambia un elemento che per molto tempo ha caratterizzato il sistema adottivo: la coppia coniugata non costituisce più l’unica possibile forma familiare nell’adozione internazionale. Al centro rimane la valutazione della capacità della persona disponibile ad adottare di rispondere ai bisogni di quello specifico bambino o ragazzo. Anche l’evoluzione delle forme familiari e delle disponibilità all’adozione è stata al centro della riflessione promossa dal Coordinamento CARE in Tenere la rotta e cambiare le vele.

La diminuzione quantitativa delle adozioni deve quindi essere letta insieme a questa trasformazione. Occorre chiedersi quali bambini e ragazzi arrivino oggi all’adozione, di quali famiglie abbiano bisogno e, soprattutto, quali condizioni debbano essere costruite perché i legami familiari nati attraverso l’adozione possano essere sostenuti e accompagnati nel tempo.

È questa la questione centrale.

Un welfare costruito attorno alla nascita

La trasformazione dell’adozione mette in evidenza un problema che riguarda direttamente le politiche di welfare. Il principio della piena uguaglianza tra figli nati e figli adottati è ormai acquisito sul piano giuridico, ma l’uguaglianza formale non sempre produce un’uguaglianza sostanziale. Molte misure rivolte alle famiglie continuano infatti a essere costruite assumendo come riferimento un modello nel quale la genitorialità comincia con la nascita e nel quale i bisogni di cura sono considerati maggiori nei primi anni di vita e progressivamente decrescenti con l’aumentare dell’età del bambino [6].

È in questo scarto tra uguaglianza formale e condizioni reali che si determina quella che può essere definita una “parità imperfetta” delle famiglie adottive [6].

Nell’adozione, infatti, l’età anagrafica e il tempo della famiglia non coincidono. Un bambino può entrare nella propria famiglia a sei, otto, dieci anni o anche più tardi. Arriva con una storia precedente, con relazioni, separazioni ed esperienze già vissute e, in alcuni casi, con condizioni sanitarie o bisogni educativi specifici. Proprio quando, sulla base della sola età anagrafica, potrebbe essere considerato ormai “grande”, può avere bisogno di una presenza genitoriale particolarmente intensa.

Questo diverso rapporto tra età e bisogni di cura dovrebbe trovare spazio nella costruzione delle politiche familiari. Accanto all’attenzione giustamente riservata ai primi mille giorni di vita, è necessario riconoscere la particolare importanza dei primi mille giorni dall’ingresso in famiglia per i bambini e i ragazzi con background adottivo.

Assumere questa prospettiva significa spostare l’attenzione dai singoli (con le loro risorse e le loro carenze) e interrogare concretamente il sistema di welfare: i congedi consentono ai genitori di essere presenti quando questa presenza è maggiormente necessaria? Le misure economiche di sostegno alla genitorialità tengono conto del momento in cui la famiglia si è effettivamente costituita? I servizi accompagnano la famiglia soltanto nella fase che precede l’adozione o rimangono accessibili anche dopo? per quanto tempo e in che modo? Il sistema sanitario, la scuola e le amministrazioni sono preparati a riconoscere le specificità di questi percorsi?

La salute offre un esempio particolarmente concreto. La documentazione sanitaria disponibile al momento dell’ingresso in famiglia può essere incompleta, soprattutto nell’adozione internazionale, e possono essere necessari approfondimenti sulle condizioni di salute, sulla situazione vaccinale o sulla storia pregressa del bambino. Nell’adozione nazionale, nelle fasi di collocamento provvisorio o di affidamento preadottivo, possono inoltre sorgere difficoltà legate al codice fiscale, all’assegnazione del pediatra e alla continuità dell’assistenza. Non mancano competenze ed esperienze positive: esistono protocolli territoriali e la rete dei Centri di riferimento del Gruppo di Lavoro Nazionale per il Bambino Migrante della Società Italiana di Pediatria. Rimangono però forti differenze territoriali e la necessità di una formazione più diffusa dei professionisti della salute.

Tutto questo è ampiamente analizzato nel recente dossier del Coordinamento CARE dedicato al tema salute e adozione [7]. Il dossier, infatti, raccoglie criticità, buone pratiche e proposte per rendere l’accoglienza sanitaria più competente e uniforme.

Quando le norme non riconoscono il tempo dell’adozione

Le conseguenze di un sistema di welfare costruito prevalentemente intorno alla nascita diventano particolarmente evidenti quando si considerano alcune delle tutele previste per la genitorialità. Congedi, sostegni economici e procedure amministrative sono ambiti diversi, ma fanno emergere uno stesso problema: norme apparentemente uguali per tutte le famiglie possono produrre effetti molto differenti quando l’ingresso di un bambino in famiglia avviene a diversi anni dalla nascita.

Un primo ambito riguarda i congedi. Un passo importante è rappresentato dalla proposta di modifica dell’articolo 26 del decreto legislativo 151/2001 contenuta nel disegno di legge n. 3011, presentato alla Camera nel luglio 2026 dall’on. Tenerini e da altri deputati, frutto anche del confronto sviluppato con il Coordinamento CARE. La proposta prevede cinque mesi di congedo di maternità nei casi di adozione, affidamento familiare o preadottivo e collocamento temporaneo, intervenendo su una disparità che ancora caratterizza le diverse forme di ingresso di un bambino in famiglia.

Rimane invece problematica la disciplina dei congedi per la malattia del figlio, ancora fortemente legata all’età anagrafica. Per i bambini che sono stati adottati o affidati che abbiano più di sei anni al momento dell’ingresso in famiglia, la possibilità per i genitori di assentarsi dal lavoro resta limitata a pochi giorni all’anno, anche nei primi anni della nuova vita familiare. È uno degli esempi più chiari di come il criterio dell’età, se applicato senza considerare il momento dell’ingresso in famiglia, possa determinare una tutela non adeguata ai bisogni effettivi.

Una questione analoga riguarda alcune misure economiche di sostegno alla genitorialità. Il cosiddetto bonus mamme, ad esempio, è costruito assumendo l’età dei figli come uno dei parametri determinanti. Ne consegue che una donna che diventa madre attraverso l’adozione di un bambino già grande può beneficiare della misura per un periodo molto più breve rispetto a una madre il cui figlio è appena nato. Anche in questo caso non è in discussione il criterio generale della misura, quanto la necessità di renderlo capace di comprendere modalità diverse di diventare famiglia.

A questi aspetti si aggiungono problemi amministrativi che possono sembrare marginali, ma che incidono concretamente sulla vita quotidiana delle famiglie. Uno dei più significativi riguarda l’identificazione amministrativa dei minorenni durante il collocamento provvisorio e il successivo affidamento preadottivo nell’adozione nazionale. In questa fase il bambino vive stabilmente nella famiglia individuata dal Tribunale, ma la necessità di tutelare la riservatezza della procedura adottiva e i dati anagrafici di origine non consente l’utilizzo ordinario del codice fiscale originario.

In ambito scolastico il problema è stato affrontato: le Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio delle alunne e degli alunni che sono stati adottati  prevedono, per gli alunni in collocamento provvisorio, la creazione di un codice fiscale provvisorio, proprio per garantire la necessaria riservatezza dei dati anagrafici di origine [8]. Una disciplina analoga non è però prevista in modo uniforme negli altri settori della pubblica amministrazione, in particolare nel Servizio sanitario nazionale e nei sistemi informativi degli enti previdenziali e assistenziali. Nei diversi territori vengono così adottate soluzioni differenti: in alcuni casi viene utilizzato il codice fiscale originario, in altri vengono generati codici provvisori secondo modalità non uniformi.

Le conseguenze sono tutt’altro che meramente burocratiche e possono riguardare l’accesso tempestivo alle cure, la scelta del pediatra, le prestazioni previdenziali e assistenziali, i benefici economici, le attività sportive e altri servizi pubblici. È quindi necessario arrivare a una disciplina uniforme sull’intero territorio nazionale e a procedure interoperabili tra sistema dell’istruzione, Servizio sanitario nazionale, INPS e altre amministrazioni interessate, capaci di garantire contemporaneamente la tutela della riservatezza del bambino e il pieno e tempestivo esercizio dei suoi diritti.

Sono tutte queste questioni che emergono con continuità anche dal lavoro delle associazioni familiari e dal confronto con le famiglie. Prese singolarmente possono apparire circoscritte; considerate insieme mostrano invece un problema più generale.

La sfida è questa: si tratta di fare in modo che tutele pensate per tutte le famiglie siano realmente accessibili anche quando la genitorialità non comincia con la nascita.

Il ruolo delle associazioni familiari

 In questo scenario il ruolo delle associazioni familiari assume un’importanza fondamentale. Le associazioni sono luoghi nei quali le famiglie possono trovare sostegno e confronto, spazi nei quali le esperienze individuali vengono raccolte, condivise e trasformate in conoscenza collettiva.

L’ascolto continuativo delle famiglie consente spesso di intercettare problemi che faticano a emergere a livello istituzionale: gli effetti iniqui di una norma, una procedura amministrativa che non funziona, difficoltà ricorrenti nell’esperienza scolastica, bisogni sanitari non adeguatamente riconosciuti, disomogeneità territoriali nell’accesso ai servizi. È una conoscenza che non sostituisce quella professionale o istituzionale, ma la integra, portando nel confronto pubblico ciò che accade concretamente nella vita delle famiglie.

Un sistema pubblico solido richiede un associazionismo autonomo, competente e riconosciuto, capace di collaborare con le istituzioni mantenendo la propria funzione di rappresentanza delle famiglie e di tutela dei diritti dei bambini e dei ragazzi.

Questo significa riconoscere alle associazioni un ruolo nella costruzione delle politiche, nei percorsi di formazione, nei luoghi di confronto istituzionale e nella valutazione delle misure adottate. L’esperienza delle famiglie costituisce infatti una delle conoscenze necessarie non soltanto per individuare i problemi, ma anche per comprendere gli effetti concreti delle politiche e contribuire alla definizione di risposte più adeguate. Mettere in relazione competenze istituzionali e professionali con l’esperienza delle famiglie è parte stessa della costruzione di politiche capaci di rispondere ai cambiamenti dell’adozione.

Continuare a leggere il cambiamento

L’adozione continua a trasformarsi. Cambiano i percorsi dei bambini e dei ragazzi, le forme dei legami familiari, le persone che possono rendersi disponibili ad adottare. Cambiano anche le domande che questa realtà pone alle istituzioni, ai servizi, ai professionisti e alle associazioni.

Il Coordinamento CARE lavora con forza e continuerà a lavorare in questa direzione: ascoltando le famiglie e le associazioni, portando la loro esperienza nel confronto istituzionale, promuovendo il dialogo con le diverse competenze professionali, individuando nelle norme e nelle prassi gli ostacoli ancora presenti e contribuendo alla costruzione di soluzioni concrete.

L’impegno è continuare a leggere l’adozione mentre cambia, senza ricondurla a modelli del passato e senza semplificarne la complessità. Dare spazio alle esperienze, aprire il confronto sui cambiamenti anche quando pongono domande nuove, trasformare ciò che emerge dalle famiglie e dalle associazioni in proposte capaci di incidere sulle politiche.

È questo il lavoro che il Coordinamento CARE intende continuare a fare.

Bibliografia

[1] Ministero della Giustizia – Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità (2022), Adozioni. Serie storiche fino al 2021, Sezione Statistica.

[2] Ministero della Giustizia – Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità (2023), Dati statistici relativi all’adozione – Anno 2022.

[3] Commissione per le Adozioni Internazionali (2026), I bambini e le coppie nell’adozione internazionale. Report sui fascicoli dal 1° gennaio al 31 dicembre 2025, Presidenza del Consiglio dei Ministri.

[4] Ministerio de Juventud e Infancia, Gobierno de España (2026), Estadísticas de adopción internacional. Datos 2021-2025.

[5] Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères – Mission de l’Adoption Internationale (2026), Statistiques de l’adoption internationale 2025, Francia.

[6] M. Ferritti, A. Guerrieri, Discriminazioni normative e sociali verso le famiglie adottive in Italia, «Politiche Sociali/Social Policies», 3/2025, pp. 635-654. Una sintesi dei principali contenuti è disponibile su Percorsi di Secondo Welfare, “Famiglie adottive e welfare: quando l’uguaglianza formale non basta”

[7] Coordinamento CARE, Uno sguardo agli aspetti sanitari nell’adozione nazionale e internazionale. Specificità, criticità e richieste di intervento, dossier realizzato in collaborazione con Piero Valentini, Gruppo di Lavoro Nazionale per il Bambino Migrante – Società Italiana di Pediatria, 2026, https://coordinamentocare.org/adozione/dossier-salute-adozione/

[8] Ministero dell’Istruzione e del Merito, CAI, Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio delle alunne e degli alunni che sono stati adottati, 2023.

Ti interessa il tema del welfare? Cliccando sulla locandina, puoi guardare la registrazione del convegno ‘Il welfare per le famiglie di oggi’ tenutosi a Vimercate il 28 maggio 2026 e organizzato dalla sezione di Monza di Genitori di diventa in collaborazione con Elohi APS

Anna Guerrieri

presidente del Coordinamento CARE

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