di Andrea Redaelli, psicologo, psicoterapeuta e giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Milano.
Annunciare l'arrivo di un figlio
A parte le naturali paure e scaramanzie connaturate alla gravidanza, esclusi i casi di gravidanze indesiderate o inopportune (se ne esistono), chi ha mai avuto timore di comunicare l’arrivo del proprio figlio?
Di norma, la lieta novella si annuncia andando a casa dei genitori, in ufficio, o uscendo con la propria amica del cuore, sempre colmi di gioia, di pasticcini e di bevande rigorosamente analcoliche.
Questo non accade quando l’arrivo di un figlio è legato all’adozione. L’annuncio della volontà di intraprendere il percorso adottivo porta con sé sentimenti di paura rispetto alle possibili reazioni.
I genitori si preparano meticolosamente: studiano lo scenario in cui avverrà l’annuncio, cercano le parole esatte da usare e provano a prepararsi al meglio per affrontare tutte le possibili domande o, meglio, tutte le possibili obiezioni.
Sono costretti a questo confronto fin da subito anche perché lo stesso Tribunale, al momento della presentazione della domanda di adozione internazionale (o della disponibilità all’adozione nazionale), chiede la “lettera di consenso” da parte dei genitori, cioè dei futuri nonni (questo accade di sicuro a Milano).
Un po’ come accadeva ai tempi della scuola con le giustificazioni sul diario per esonerarci dall’interrogazione: “Ieri mio figlio non ha potuto studiare perché siamo dovuti andare dalla nonna perché non stava bene. La prego di giustificarlo”.
È abbastanza semplice spiegare perché accade: la famiglia e la rete sociale sono una “risorsa/fattore di rischio” per la “buona riuscita” dell’adozione stessa.
Ma questo semplice gesto, con i significati che porta con sé, apre una questione che i genitori biologici non devono affrontare: l’arrivo di un figlio non è più un fatto privato.
Non è più una decisione privata della coppia, che decide “se e quando” avere un figlio.
Con l’adozione, la coppia può solo decidere di mettersi in gioco, con la consapevolezza che questo figlio potrebbe non arrivare mai. Ma, soprattutto, che il “se e quando” arriverà lo decidono gli altri.
Durante il fatidico annuncio, la domanda più semplice che viene rivolta di norma è: “Ma siete sicuri?”.
A volte è celata dietro sorrisi di circostanza ed espressioni enfatiche di gioia che nascondono una grande preoccupazione.
Ci avete pensato bene?
Perché adottare non è facile: “Se poi non vi accetta? Se è malato? Se è grande? Se si ricorda dei suoi genitori e poi li vuole cercare?”. Ecco alcune delle mille domande a cui si associano i più laconici: “Ci avete pensato bene? Vi siete informati?”. Il tutto mescolato alle storie che riguardano il vicino di casa di quella nostra cugina che non vediamo da tempo, che ha adottato un figlio e…
Ma una cosa manca in queste conversazioni: il perché siamo arrivati al giorno in cui chiediamo ai nostri genitori di scriverci una lettera per il Tribunale.
L’infertilità è la causa principale per la quale le coppie arrivano a pensare all’adozione. Questo non deve essere confuso con la motivazione per cui si adotta, perché l’adozione non ripara l’infertilità: non è una genitorialità sostitutiva, un modo diverso di “avere” un figlio, ma un modo diverso per diventare genitori.
L’infertilità è una ferita, così come l’abbandono è una ferita. Certo, sono differenti, anche per l’età in cui avvengono e per le loro conseguenze psicologiche ed emotive, ma sono entrambi eventi traumatici. I genitori adottivi lo sanno bene perché, più volte, incontrano nel loro percorso l’espressione “elaborazione del lutto dell’infertilità”.
In quelle conversazioni sull’adozione manca anche il racconto del dolore, della delusione e delle speranze che, di tentativo in tentativo, si sono riaccese nell’animo ferito di quei due aspiranti genitori: prima riempiendo il loro cuore di gioia, poi lasciando spazio al buio di un nuovo “fallimento”.
Solo dopo molto tempo troviamo questi genitori seduti intorno a un tavolo, intenti a rassicurare parenti o amici. Quello non è l’atto iniziale.
Sorridono, snocciolano dati sull’adozione, rimangono immobili di fronte a domande di cui non conoscono la risposta, ma provano comunque ad abbozzarne una (poi, a casa, accendono immediatamente il PC per cercare quella esatta).
A volte si indispettiscono di fronte alla mancata comprensione del loro entusiasmo.
Nel migliore dei casi riescono a spiegare tutto l’iter burocratico, che conoscono a memoria, e tutti i contatti presi con il mondo dell’adozione, rimandando forse a un secondo momento, più intimo, le domande più scomode.
In quelle parole non c’è traccia della paura di aver intrapreso, seppur consapevolmente, questo percorso. Un percorso che li espone, che li rende dipendenti da decisioni altrui e che potrebbe finire male. Perché, insieme alle storie di adozione rassicuranti, vengono più spesso raccontate quelle più dolorose e faticose.
In quelle conversazioni con amici e parenti non si parla della preoccupazione o della rabbia di doversi sottoporre alle domande altrui, che indagano la nostra vita o sarebbe meglio dire “ entrano nella nostra vita”. Non emergono nemmeno i timori per quel colloquio con il Giudice, l’angoscia per la telefonata che non arriva e per il tempo che passa.
Non compare nemmeno lo smarrimento di fronte alla scelta dell’Ente, la discussione con il coniuge sulle disponibilità o quella con noi stessi, quando desideri e paure si confrontano.
Non emergono nemmeno i timori, le aspettative e le fantasie su quell’incontro, o le lacrime, gli abbracci, i silenzi e le parole rimaste sospese mentre ci si metteva a nudo durante i percorsi con i Servizi Sociali. Non ci sono neppure le parole dette di notte e che non sono state pronunciate durante i percorsi coi Servizi Sociali.
In quei discorsi non affiorano le preoccupazioni, le litigate con il coniuge che prende tutto troppo alla leggera o, al contrario, con troppa pesantezza. Infine, non c’è spazio nemmeno per le fitte allo stomaco quando ascoltiamo alcune storie di adozione.
Eppure, ogni domenica, al pranzo di famiglia siamo tutti lì: sorridiamo e parliamo. All’inizio ci sono ancora domande a cui rispondere, ma poi, con il tempo, si diradano, perché nessuno vuole essere troppo intrusivo o insistente, lasciando così spazio al silenzio sull’adozione. Un silenzio che poi, quando quegli aspiranti genitori tornano a casa, si fa più difficile, rallentando la digestione.
Emozioni e pensieri
Così, questi due aspiranti genitori adottivi, dentro questo percorso che li sta cambiando e che li cambierà per sempre, sono sempre più soli.
Forse sono troppe le emozioni e troppi i pensieri per poter essere raccontati. O forse la gravidanza adottiva è così lontana da quella biologica che non si riesce a colmare quello spazio nemmeno nelle periodiche ritualità familiari o tra amici: troppo poco tempo, troppe distanze.
Magari è per questo che i genitori adottivi si riconoscono tra loro quando si incontrano, come due italiani in mezzo alle montagne del Nepal o nel Suq di Marrakech: incontri in cui riescono a parlarsi senza doversi spiegare, senza bisogno di traduzione.
Sarà per questo – ma io credo che non sia solo per questo – che esistono le associazioni di genitori adottivi?
Quando incontro i nonni o gli zii, di sangue o di vita, gran parte delle domande è legata all’arrivo di un nipote.
Chiedono, preoccupati, come gestire i loro comportamenti (la notizia che i bambini adottati sono di difficile gestione arriva prima di ogni altra informazione sull’adozione), come creare un legame con i nipoti o come gestire il rapporto tra cugini. Al limite, chiedono come essere presenti e come sostenere la famiglia, ma in maniera marginale.
Le domande sui genitori sono spesso centrate su come sostenerli nel loro compito genitoriale e sulle questioni educative, memori di quanto siano difficili i bambini adottati.
Si rischia di essere poco attenti alle fatiche emotive di quei nostri parenti o amici che hanno deciso di adottare seguendo anche noi la “strada delle cose pratiche”: quelle che rimangono nella sfera del comprensibile, del dicibile, del commentabile. Dimentichiamo così che l’essere genitori passa sempre attraverso il nostro sentire, le nostre emozioni, la nostra identità che cambia e si trasforma, che si mette in gioco per accogliere un bambino come figlio (vale anche per quelli biologici).
Siamo poco attenti a quella parte di noi che entra in crisi quando la ragione e la ragionevolezza non ci aiutano di fronte alle fatiche di un figlio o al suo dolore, che si esprime nelle forme più diverse. Non parliamo a quelle parti di noi che vengono sollecitate e si commuovono di fronte a quel bimbo che cresce e che prova a diventare grande.
È giusto avere informazioni sull’adozione, partecipare agli incontri, sapere chi sono i bambini che arrivano con l’adozione, quali sono i loro bisogni, quali spazi lasciare alla nuova famiglia e quali ruoli ricoprire per i nostri nipoti, come gestire le informazioni tossiche che i nostri nipoti ci lasciano riguardo alla loro vita prima dell’adozione, ecc.
Ma forse, oltre a informarsi su cosa sia l’adozione, sarebbe anche necessario comprendere cosa significhi adottare… per due genitori.
Il ruolo dei nonni
Quale può essere, allora, il nostro ruolo?
Difficilmente possiamo diventare quelli che suggeriscono cosa fare. Perché a volte rimane la tentazione di dispensare consigli, di fare paragoni, dimenticando che i bambini che arrivano in adozione sono portatori di una ferita che influisce sui comportamenti. Prima di parlare del resto, dobbiamo fare i conti con il fatto che quella ferita non svanisce solo perché ormai è da tempo che sono arrivati in famiglia: “Ormai gli sarà passata”, “Si sarà abituato”, “Avrà capito che siete i suoi genitori”.
Ecco che, come l’amore del genitore, per essere una risorsa, deve trasformarsi in un comportamento concreto, così l’essere nonni o zii deve, in primo luogo, farsi ascolto.
Prima di capire, dobbiamo ascoltare per poter accogliere.
Per quanti libri abbiamo letto, la genitorialità adottiva non è la genitorialità biologica. E, come i figli stanno imparando a fare i genitori senza punti di riferimento, anche i nonni devono comprendere che quel non essere stati desiderati fa sentire quei bambini inadeguati, sbagliati, al punto che un momento di gioia, come un pranzo in famiglia, può diventare un momento di fatica emotiva.
Ascoltiamo chi ci racconta le fatiche e le gioie dell’essere genitore adottivo, liberandoci dal giudizio, e dal pregiudizio basati sulla nostra esperienza di genitori biologici.
Se c’è una cosa che i genitori adottivi imparano presto è che dentro le fatiche bisogna stare. Non per masochismo, ma perché dentro quella fatica si nasconde la parte ferita del figlio. Quella che non si può eliminare, perché altrimenti si eliminerebbe una parte di lui. Una parte a cui non si possono dare ordini né dire di smetterla.
Bisogna imparare a parlare con quella parte ferita, accompagnandola nel tempo a esprimersi in maniera meno dirompente e disfunzionale, a volte anche con l’aiuto di professionisti.
Come genitori, davanti a un problema, siamo spesso abituati a reagire cercando la soluzione. Ma l’abbandono non si risolve: con quella ferita si impara a convivere e anche a sorridere.
I familiari non possono essere i portatori della saggezza degli anziani come lo erano stati i nonni per loro, perché la genitorialità adottiva ci ha messi tutti di fronte a una storia per la quale non si può fare affidamento sulla pregressa esperienza (anche emotiva) personale.
I nonni e gli zii sono, però, portatori di una storia: una storia di famiglia dentro la quale si inserisce quella del nipote, con i suoi genitori biologici, i suoi zii biologici e i suoi nonni biologici. Una famiglia che entra nella nostra famiglia anche se non la si vede e che magari si conosce poco, perché la storia di mio nipote è sua e, al limite, dei suoi genitori. Non deve essere necessariamente condivisa con tutti, perché quella storia è intima, a volte dolorosa, certamente faticosa.
Di fronte a tutto questo, allora, è bene capire quanto io sia pronto a far entrare quella famiglia nel mio albero genealogico. Quanto sia pronto a diventare un po’ cinese, peruviano, bulgaro, vietnamita, magrebino o senegalese (anche l’adozione nazionale è ormai multietnica).
Nell’accogliere l’origine di un nipote, nonni e zii sono però anche portatori della storia della propria famiglia, quella che è diventata anche del nipote. Sono loro, quindi, a poter raccontare ai nipoti la storia dei bisnonni, le tradizioni familiari, quello che i loro genitori facevano da piccoli, di cosa avevano paura, come andavano a scuola.
Così come è stato fatto con gli altri nipoti.
Perché, se i figli possono nascere anche dalla pancia, i nipoti entrano sempre e solo dalla porta.

Andrea Redaelli
psicologo, psicoterapeuta e giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Milano.
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