Il rischio di confondere l’amore con la necessità

Nel percorso di costruzione delle coppie, dopo che si è passati dalla fase dell’innamoramento alla fase del consolidamento del legame, si attiva un processo generativo; in questa fase i partner iniziano a costruire valori e progetti condivisi orientati al futuro, con la prospettiva di dare vita a qualcosa che possa lasciare il segno dell’esistenza della coppia e della forza del suo legame nel mondo, possibilmente forte abbastanza da sopravvivere al destino della coppia stessa e dei partner che la compongono.

Il desiderio di genitorialità si costruisce esattamente all’interno della fase generativa, per quanto non ne sia l’unico esito possibile, poiché racchiude tutti i valori e i punti cardine di questo passaggio evolutivo: mettere al mondo un figlio significa, letteralmente, dare la vita ad un progetto su lunghissimo termine, con l’obiettivo di lasciare al mondo una rappresentazione tangibile del corredo ereditario della coppia. Un figlio garantisce la consegna al futuro di tutte le forme di eredità possibile: genetica, valoriale, relazionale ed emotiva; una parte di ciascuno dei due genitori ha la possibilità di vivere oltre a loro. Verrebbe da pensare che l’esito naturale di questo percorso sia, appunto, la nascita di un figlio, con il conseguente happy ending biologico e il salto automatico nella fase generativa successiva, ovvero la costruzione della genitorialità e l’impegno sul lungo termine per la crescita dei figli.

Sfortunatamente non funziona in questo modo, perché la spinta generativa di una coppia, nel momento in cui decide di orientare le sue energie all’atto procreativo, può incappare in molteplici intoppi che possono rallentare, interrompere o complicare la progettualità condivisa, basata sul desiderio di mettere al mondo un figlio e diventare genitori, fino a spostarla sul piano del bisogno, in cui si ha la necessità di mettere al mondo un figlio per potersi iscrivere nel registro di coloro che sono diventati genitori.

La differenza tra desiderio e bisogno

Nella generatività che accompagna la scelta di diventare genitori è necessario fermarsi a riflettere su due dimensioni possibili, ma che possono fare una differenza sostanziale sia nel come si vive il processo di ricerca di un figlio, sia nel benessere interno della coppia e dei partner. Il desiderio di diventare genitori è qualcosa che parte dall’interno e dalla voglia di costruire qualcosa di nuovo che porti, in questo caso, alla generazione di una nuova forma di vita e di composizione famigliare. Il desiderio parte da una progettualità attiva e, da un certo punto di vista, se ne infischia degli imperativi che arrivano dall’esterno (aspettative sull’orologio biologico, necessità di rivalsa su eventuali difficoltà vissute nella propria condizione di figli, ecc.); si prende il tempo necessario per preparare la strada a questa nuova progettualità, attraversando un vero e proprio percorso di costruzione concreta e fantastica di ciò che la coppia vorrebbe realizzare.

Muoversi nella dimensione del desiderio significa prendersi il tempo e lo spazio di pensare ai figli che siamo stati, al cosa vorremmo portare con noi nel nostro processo di costruzione della genitorialità; significa creare uno spazio in cui entrambi i partner possano mettere sul tavolo emozioni, ricordi, fantasie per il futuro e, perché no, anche aspettative in modo da creare un’immagine interna sia del figlio che vorrebbero, sia del tipo di genitori che vorrebbero essere, sia del tipo di vita famigliare che vorrebbero costruire al momento dell’arrivo del nuovo nato. L’immagine che deriva dal desiderio non è statica e immutabile, ma dinamica e pronta a modificarsi nell’incontro con la dimensione del reale, incluse la possibilità di incontrare difficoltà nel concepimento e nell’aver dentro la consapevolezza di SE e come affrontarle e la possibilità che il tanto desiderato figlio non sia esattamente come lo si era immaginato.

La genitorialità che nasce nel bisogno dell’avere un figlio porta dentro di sé lo spettro della mancanza e delle aspettative legate al mondo esterno; siano queste legate alle pressioni sociali o biologiche (es. dobbiamo avere un figlio a questa età/ dobbiamo avere un figlio solo con concepimento naturale), siano esse legate a prospettive di rivalsa legate alla propria esperienza dell’essere stati figli (es. mio figlio dovrà per forza essere un campione di calcio, perché io avrei voluto giocare a calcio ma non ho potuto farlo). La progettualità che ne deriva non è quindi dinamica e aperta all’incontro con l’altro, ma è un’immagine rigida, spesso sbilanciata, e non in grado di incontrare la dimensione del reale. Scoprire di avere difficoltà nel concepimento o di avere in famiglia un figlio che non corrisponde alle aspettative può generare, in uno o entrambi i partner della coppia genitoriale, vissuti molto faticosi che vanno dal senso di angoscia alla rabbia e che possono compromettere sia il rapporto tra gli adulti, sia la costruzione della relazione con il proprio figlio o figlia.

Desiderio vs. bisogno nelle coppie adottive

Le coppie che intraprendono un percorso di adozione sono spesso esposte al rischio di scivolamento dalla posizione del desiderio di genitorialità a quella del bisogno di genitorialità per molteplici fattori, il principale è di natura certamente dolorosa: ovvero la scoperta della diagnosi di infertilità e, in alcuni casi, il fallimento delle tecniche di procreazione medicalmente assistita.

Per quanto la diagnosi di infertilità non riguardi tutte le coppie che intraprendono il percorso adottivo, questa è certamente la causa che mette più a rischio lo spostamento dalla posizione di desiderio a quella di bisogno, poiché vi è una condizione di lutto importante che queste famiglie si trovano a dover attraversare prima di poter tornare ad una dimensione progettuale generativa basata sul desiderio e questo passaggio richiede un tempo di cura delicato e non standardizzabile, ma assolutamente necessario, soprattutto se ci fermiamo a riflettere sul fatto che uno dei compiti della famiglia adottiva è quello di rispondere al bisogno dei figli, che accoglierà nella loro realtà, ovvero il bisogno di avere una famiglia che nasce dall’esperienza traumatica dell’abbandono.

Le coppie di genitori che non si prendono il tempo necessario per elaborare il loro lutto legato alla non possibilità di concepire un figlio biologicamente hanno l’alto rischio di non essere emotivamente e relazionalmente in grado di rispondere al bisogno del figlio che adotteranno, aumentando sensibilmente la possibilità del fallimento adottivo.

Fortunatamente l’iter di presa in carico delle famiglie intenzionate a dare la propria disponibilità ad adottare prevede la necessità di indagare a fondo gli aspetti legati al bisogno della coppia adulta e, là dove ce ne fosse la necessità, spesso propongono alle coppie l’opportunità di attivare dei percorsi individuali o di coppia mirati proprio all’elaborazione di questo tipo di lutto. Per quanto possa sembrare estremamente doloroso e faticoso il dover mettere le mani in ferite così profonde e spesso ancora aperte, non si dovrebbe mai perdere di vista l’obiettivo reale di questi percorsi di supporto, ovvero aiutare la coppia a ri-orientarsi verso una dimensione generativa e di genitorialità basata sul desiderio di accogliere un progetto di famiglia che sia realmente orientato alla possibilità di accogliere i figli che adotteranno con la consapevolezza necessaria per aver cura del bisogno di famiglia di quel bambino/ragazzo e con la possibilità di incontrare le sfide della genitorialità in un’ottica di crescita reciproca e arricchimento.

L’esperienza di genitorialità adottiva potrà quindi essere vissuta davvero nella dimensione del desiderio e dell’incontro con l’altro, senza la pretesa che sia il proprio figlio o figlia a risolvere il dolore della coppia adulta.

 

BIOGRAFIA

Marina Zanotta

Psicoterapeuta di Associazione Alice ETS

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