Si parla sempre di più spesso dell’adozione di bimbi che arrivano in famiglia già in età da scuola, di quello che ciò comporta.
Da mamma, quando leggo gli articoli in merito, ritrovo tutto. Quello che c’è scritto che potrebbe accadere è accaduto, quel comportamento lo abbiamo attraversato, quella reazione la conosciamo. Tutto giusto quindi, ma.
C’è qualcosa che non mi torna nel racconto di quel diventare figlio, diventare famiglia, che succede quando il piccolo ha già superato i primi anni di vita. C’è qualcosa che manca nel descrivere le nostre vite come una sommatoria di conseguenze disfunzionali di esperienze negative.
Già: esperienze. Questo mi sembra un primo punto che nella nostra vita di genitori è quotidiano. Gli psicologi ci parlano di ESI (Esperienze Sfavorevoli Infantili, ndr) fin dai primi seminari che frequentiamo mentre siamo in attesa dei nostri figli. Noi genitori impariamo questa espressione a memoria, la ripetiamo alle maestre, la performiamo contriti negli incontri in Tribunale. Nel farlo, spesso, siamo molto concentrati sulla S: su quello sfavorevoli.
E rischiamo di dimenticarci la E.
Esperienze. Un bimbo che arriva in famiglia già grande è prima di tutto un bimbo che ha fatto esperienze, un bimbo che ha esperienza. Si tratta di un fatto semplice ma straniante, sia culturalmente che emotivamente, perché il modo abituale di pensare dei genitori- e degli altri adulti- è, al contrario, concepire un bambino come un essere umano che, per definizione, è caratterizzato dal fatto di non avere esperienze.
Ed è completamente diverso dal diventare genitori di un bambino che ha pochi giorni di vita. Non si tratta solo dell’aver esperito un legame disfunzionale e l’abbandono. Tuo figlio – non un bambino che conosci, proprio tuo figlio – ha fatto esperienza del mondo senza di te. Tanta. In un modo che tu non sai, non maneggi, non hai visto. Ha visto la luna, il cielo, il mare, ha sentito la pioggia, ha provato a parlare, ad alzarsi in piedi, ha avuto freddo, caldo, male, si è sentito felice, arrabbiato, solo, impaziente. Ha conosciuto i colori e i sapori. Attraversare questa miriade di esperienze ha costruito lui come persona, anche quando si sono configurate in quell’architettura cadente, nelle poche cose scarne e rotte che chiamiamo deprivazione, come nel caso di mio figlio: stare dentro quel mondo e scegliere che fare di fronte al caldo, al freddo, alla luna che nessuno ti spiega, alla noia, alla fame, è una parte importante di ciò che lo ha reso quello che è oggi. L’esperienza tutta intera e il bambino tutto intero: ecco cosa mi manca quando leggo gli articoli dei tecnici sui bimbi arrivati grandi.
Io, da mamma, faccio fatica a separare il comportamento, l’atteggiamento, la reazione dall’intero che mio figlio è. Non riesco a pensarlo frammentato in un bimbo splendido che ha avuto brutte esperienze che hanno definito alcuni aspetti del suo modo di essere e fare. Lui non è il bimbo meraviglioso che è nonostante la sua storia, ma è diventato sé stesso dentro a quella storia, attraversandola anche nelle sue parti più dolorose.
I figli arrivati grandi ci mettono prima di tutto davanti a questo: non ci permettono di concepire la storia di prima come un atto, un momento; ci impediscono di pensare al dolore, al male, all’abbandono, alla solitudine come un accidente da togliere di mezzo, di descrivere le caratteristiche che quelle esperienze costruiscono come un effetto collaterale da estirpare. Quelle esperienze non sono un evento, una cosa che è successa a un certo punto, ma una parte spesso molto importante di ciò li rende chi sono oggi. E anche di ciò che ci rende quello che siamo oggi. Perché, anche se non ci pensiamo mai, sono proprio quelle esperienze brutte la ragione per cui quel bimbo è diventato nostro figlio.
E allora i figli che arrivano grandi ci sfidano, non solo nel gestire 27 kg di bambino steso sul pavimento del supermercato, ma nel vederci interi nel cammino paradossale che ci ha resi famiglia, a sentirci in pace nell’incontro, ogni volta diverso, tra quel perché noi e perché lui, nell’emergere in un momento a caso della giornata di quei tanti anni di vita alle spalle, di quei tanti anni di vita vissuti senza essersi incontrati.
Ci sfidano a vederli e a volerli interi, che è poi la strada per insegnare loro a sentirsi interi.
E ci chiedono anche, spesso, di mostrare agli altri, al mondo di fuori, questa strada. Anche questo a volte lo perdiamo di vista, ma una fatica grande dell’essere genitori di un bimbo che ha iniziato a essere figlio da grande è il modo in cui i contesti trattano il dato anagrafico, l’età. Quando arrivano i figli, l’età si trasforma dalla sofferta crocetta sul modulo della disponibilità al primo banco di prova del rapporto che avremo con il suo essere diverso, con nostro essere una famiglia diversa. Il mondo di fuori costruisce tutto a partire dall’assunto che vi sono dei modi di essere, di funzionare, di sentire, di stare nel mondo, persino delle preferenze che valgono per tutti i bambini di una certa età. Quando dici l’età di tuo figlio, si aspettano un certo profilo di bambino, a cui di solito lui non corrisponde. Ma non è vero, d’altra parte, che tuo figlio “è come se fosse più piccolo”: si tratta di una semplificazione che tutte siamo tentate di usare, che spesso ci siamo sentiti suggerire anche da esperti, ma che non corrisponde a ciò che viviamo, a chi sono. L’essere cresciuti fuori famiglia, la deprivazione, l’istituto, l’aver fatto esperienza di essere soli al mondo, dell’incertezza, del badare a se stessi ti fanno forse correre in braccio alla mamma ogni volta che la vedi, nello stupore e nel sollievo che sia davvero venuta anche oggi a prenderti, ma questo non significa essere “come più piccolo”. Si tratta di un come che apparentemente spiega, ma che in realtà toglie spazio, asfissia il prima riducendolo a un danno che ha rallentato, spinge a concepire la sua storia come “ciò che ti fa fare le cose che sarebbe meglio non facessi/ti fa sentire le cose che sarebbe meglio non sentissi”. E così finiamo a fare l’errore base dell’adozione, e guardiamo le storie dei nostri bimbi tutti girati a guardarci noi genitori: che cosa faranno che ci farà dispiacere? E finiamo anche a descriverli agli altri in questo modo: li presentiamo nei contesti- a scuola, in oratorio, in piscina- snocciolando l’elenco di quello che fanno che farà dispiacere, arrabbiare, che gli altri troveranno diverso o inappropriato.
Questo è un punto di grande complessità dell’essere genitore di un bimbo più grande: impegnarsi quotidianamente per metterlo al mondo (l’espressione l’ho rubata a un’altra mamma…) per com’è e non per come dovrebbe essere, sostenerlo a intrecciarsi al fuori col suo tempo e col suo modo, senza essere schiacciato dagli sguardi che lo vogliono spiegare velocemente, senza cedere noi per primi all’essere uno di quegli sguardi, assumendosi anche il compito di difendere la complessità di quel suo mondo di prima, difendendo con questo ciò che lui dentro quel mondo è diventato. In trasformazione, in crescita, in evoluzione, ma mai con una vita tagliata a metà tra un prima cattivo e dannoso, e un oggi buono e riparatore.
Quando gli psicologi ci parlano di stili di attaccamento e di modelli operativi interni noi ce lo segniamo sul quaderno perché ci sembra una cosa da sapere su nostro figlio. Effettivamente avere idea di come funziona questo processo aiuta, ma spesso ci confondiamo (finiamo infatti a parlare di attaccamento a sproposito, intendendo il fatto che il bimbo si affeziona a noi, e agli psicologi si drizzano i capelli…). Ci confondiamo soprattutto perché ci parlano di sostituire, del fatto che si può cambiare qualcosa che si è strutturato dentro di lui. E allora noi ci immaginiamo che diventare figlio, stare meglio, camminare verso il suo futuro significhi sostanzialmente sostituire: quello che c’era con quello che c’è, quello che era con quello che è. Finiamo così per perdere un pezzo. Forse risparmiamo fatica, perché riconoscere le sue esperienze come complesse, articolate, mai solo buone o solo cattive ci chiede di fare spazio in un modo speciale, inatteso. Ci chiede attenzione perché quella esperienza è tanta in un bimbo così piccolo, e perché agli altri genitori non è richiesto: tutto ciò che il loro bimbo vive scava la strada nella loro famiglia mentre succede. Nelle loro giornate non c’è il modo di giocare che aveva prima, il modo di addormentarsi che aveva prima.
Diventare genitore significa allora prima di tutto trovare spazi continui a questi modi e questi mondi dentro le nostre famiglie, perché è questo lo spazio per tenere insieme, per sentirsi come ha diritto di sentirsi: non migliorato e più adeguato, ma nostro e intero.
Nostro figlio, arrivato a sei anni, ha iniziato quasi subito a dire che voleva tornare all’orfanotrofio, nel suo paese d’origine insieme a noi. “Ci vieni anche tu” diceva e dice ancora oggi che di anni ne ha otto “così ti faccio vedere com’è diverso”. Questa frase è il suo attestato di fiducia, un invito che rivolge a noi, alle sua amate maestre, a qualche selezionato amico di famiglia. Un invito che riserva a coloro a cui vuole mostrare davvero chi è, in tutta quella complessità che da dentro sente distintamente ma che vede che gli altri non colgono. Non dice “così ti faccio vedere com’è”, ma “così ti faccio vedere com’è diverso”. Lo leggo come un invito a stare in quella distanza, in questa differenza così complicata e così presente, e a cercare lì, in quello spazio, il bimbo intero che era è che è, e anche l’adulto che sarà.

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